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Il brigantaggio: motivazione e importanza


l brigantaggio è uno dei problemi che affligge l’Italia dopo l’unità e sconvolge il Mezzogiorno soprattutto dal 1861 al 1865. Il fenomeno è stato chiamato così perché i governi del tempo lo presentarono all’opinione pubblica come una lunga serie di episodi di criminalità, di cui erano responsabili gruppi di banditi che vivevano di rapine e di estorsioni.
Tuttavia, il brigantaggio, non fu solo un insieme di fatti da ricollegare alla delinquenza comune: esso ha delle profonde motivazioni storiche e può essere considerato come un movimento di tipo sociale. I briganti operavano in centinaia di bande a cavallo o a piedi e in primo tempo furono appoggiati dal re di Napoli che, dopo il crollo del Regno delle Due Sicilie si era rifugiato a Roma. Le bande di briganti erano formate da ex soldati dell’esercito borbonico che dopo l’unità era stato sciolto e da contadini che provavano odio verso proprietari terrieri e nei confronti del Piemontesi, considerati come estranei, se non invasori poiché erano visti solo nelle vesti di esattori di tasse. Inoltre, il governo piemontese era ritenuto responsabile dell’introduzione della leva militare. Fino ad allora, la leva militare era sconosciuta nell’ Italia meridionale e non veniva accettata di buon grado perché, per un lungo periodo, allontanava dalle famiglie i giovani la cui forza di lavoro era necessaria per la sopravvivenza. La lotta intrapresa dal governo piemontese contro il brigantaggio fu lunga e sanguinosa e in essa furono impiegati più di 100.000 uomini.

Il brigantaggio riuscì a resistere a lungo perché trovò un forte sostegno negli abitanti delle campagne che vedevano nei briganti degli uomini che stavano lottando per rifarsi delle ingiustizie subite. Le radici sociali del brigantaggio furono molto bene intuite da Garibaldi quando afferma che gli infelici contadini che morivano di fame erano stati spinti a diventare briganti dalla povertà e dal cattivo governo. A suo giudizio, essi meritavamo simpatia ed ammirazione perché avevano dimostrato di saper combattere in modo valoroso contro i carabinieri, la polizia e la guardia nazionale che costituivano tutto un mondo di nemici. Nel 1863, per sconfiggere il brigantaggio, lo Stato, emanò una legge eccezionale che autorizzava la fucilazione immediata nei confronti di chi avesse opposto resistenza con le armi. In tal modo i briganti venivano giudicati dai tribunali militari, molto più severi rispetti a quelli ordinari. Con questa legge, nello spazio di quattro anni furono messi fuori combattimento, cioè uccisi in scontri, fucilati o imprigionati, ben 14.000 briganti.
Alcuni episodi di brigantaggio si ebbero anche in Sicilia, dove invece si sviluppò di più un’associazione segreta già presente in epoca borbonica: la mafia. Essa era causata dalla diffidenza della popolazione siciliana nei confronti dello stato che veniva sentito lontano e oppressivo e soprattutto incapace di comprendere i veri problemi della gente. La mafia aveva anche elaborato un proprio codice d’onore per poter imporre la propria volontà ai più deboli, facendo così credere loro che sarebbero stati protetti. Nella campagne, la mafia assicurava ai grandi latifondisti la sottomissione incondizionata dei contadini e quindi l’accettazione di dure condizioni di lavoro, il tutto ottenuto con mezzi violenti.
Invece, a Napoli si diffuse la camorra, Già esistente nel XVIII secolo, essa controllava il contrabbando, il gioco d’azzardo, i furti e la prostituzione. All’interno della camorra, veniva esaltato il coraggio personale e i traditori venivano puniti con la morte.
Il brigantaggio è stato annientato intorno alla fine degli anni ’60 del XIX secolo. Non si può dire la stessa cosa per la camorra e per la mafia (a cui si è aggiunta la ‘ndrangheta calabrese), associazioni a delinquere, contro le quali anche oggi lo Stato continua a combattere con successo.
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