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Puntinismo e divisionismo


Il puntinismo e il divisionismo si diffusero parallelamente, l’uno in Francia e l’altro in Italia, a cavallo tra Ottocento e Novecento. I pittori che ne furono interpreti basarono le loro ricerche sugli studi ottici e cromatici del chimico Michel Eugène Chevreul e adottarono la tecnica della scomposizione dei colori. Essi quindi ricavavano le molteplici tonalità accostando sulla tela, senza sovrapporle, piccole macchie di colori puri; in tal modo, osservando il dipinto a distanza, l’unità cromatica viene ricomposta direttamente nella retina dello spettatore. Ne consegue un effetto di luminosità amplificata, perché l’intensità dei toni risulta così maggiore rispetto a quella ottenuta mescolando i colori sulla tavolozza. Il procedimento della divisione dei colori venne utilizzato dalle due correnti artistiche in modo diverso: i puntinisti adottarono una pennellata a piccoli punti colorati, mentre i divisionisti predferirono adottare invece tratti lunghi e filamentosi.

Differenti erano anche le radici culturali ed estetiche dei due movimenti. Partendo dal realismo e dall’osservazione dei costumi urbani, il puntinismo si atteneva alle tematiche che avevano interessato gli impressionisti; per questo motivo il critico Felix Feneon parlò di neoimpressionismo, pur evidenziando che la precisione scientifica e il rigore formale avevano garantito il completo superamento della spontaneità delle opere impressioniste. A fondamento del divisionismo, che si impose al pubblico nel 1891, ci fu invece una ricerca del vero e della luce fondata sull’esperienza della scapigliatura lombarda. Tale ricerca si aprì in due direzioni: una simbolista e uno di forte impegno sociale.

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