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Riti di passaggio

Nella società dove esiste, spetta al diritto (vale a dire alle norme giuridiche, alle leggi) il compito di stabilire quali comportamenti sono consentiti, quali vietati e quali dovuti. Ma non tutte le società hanno sviluppato un diritto poiché esso presuppone un’organizzazione sociale avanzata, perlopiù uno stato. A che spetta il compito di insegnare e imporre il rispetto delle regole indispensabili a una convivenza pacifica e ordinata, là dove il diritto non esiste ancora? Nelle società di questo tipo (talvolta definite “tribali”, talaltra – “orali” o “preletterate”) il controllo sociale si esercita mediante meccanismi diversi, tra i quali occupano un posto di rilievo i riti di passaggio.
I riti di passaggio appartengono alla categoria più ampia dei “riti di iniziazione”, di cui fanno parte anche le cerimonie grazie alle quali si è ammessi alle società segrete o alle sette religiose. I riti iniziatici, insomma, consentono di entrare in un gruppo al quale sino a quel momento non si apparteneva e che, nel caso dei riti di passaggio costituisce una “classe di età”. Le società tribali, infatti, sono organizzate grazie alla suddivisione della popolazione in gruppi di coetanei (diversi a seconda che si tratta di uomini o di donne).

Le scansioni di età, ovviamente variano da società a società, ma in ognuna di esse una prima fondamentale linea di divisione separa tutti coloro che non hanno raggiunto la pubertà (e quindi la capacità di generare) da coloro che invece l’ hanno già raggiunta. In tali società il passaggio da una classe di età a quella successiva è assai più importante di quello che oggi chiamiamo “un compleanno”.

Entrare nella comunità
Il rito di passaggio indica la collocazione sociale e il ruolo della persona che lo compie; essa, da quel momento, è tenuta a svolgere i compiti che la collettività le ha assegnato ammettendola al gruppo. Più specificamente, il ragazzo che raggiunge la pubertà, oltre che potenzialmente padre, diventa uno di coloro ai quali sono affidate la difesa della comunità dagli attacchi esterni e la funzione di procacciare il cibo cacciando. La ragazza che raggiunge la pubertà, invece ha un unico compito: quello di garantire, con la procreazione, la sopravvivenza del gruppo.
Al Di là delle varianti che li contraddistinguono, i riti di passaggio hanno una struttura-base costante. Essi sono suddivisi in tre fasi: una prima di allontanamento-separazione (dalla collettività), una seconda di segregazione e una terza fase aggregazione. La prima fase segna il distacco dell’iniziando (cioè del ragazzo destinato a cambiare classe di età) dal gruppo di coetanei con i quali sino a quel momento è vissuto in stretta comunione. Uscito dal gruppo, egli trascorre un periodo lontano dalla comunità, vivendo al di fuori delle regole civili e imparando da un istruttore a svolgere i compiti dell’adulto (la guerra e la caccia). Durante questo periodo di segregazione, che gli antropologi chiamano anche di “margine”, l’iniziando è sottoposto a prove, spesso difficili e dolorose: in molte società tribali odierne, per esempio, i ragazzi subiscono la “scarificazione”, vengono cioè tagliuzzati con strumenti acuminati che lasciano sul loro viso e sul loro corpo delle cicatrici fittissime, volutamente disposte decorativo. Talvolta, durante il periodo di margine l’iniziando compie un gesto che rappresenta simbolicamente la sua morte; a volte, invece, in assenza di un gesto specifico di questo tipo. È il periodo stesso di margine a essere inteso come un simbolo di morte. In altri termini, dopo essersi allontanato dalla collettività, l’inziando muore simbolicamente come appartenente alla classe inferiore; superate le prove iniziatiche, egli rinasce come membro del gruppo di età superiore e come tale fa ritorno nella comunità.

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