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Assimilazione o multiculturalità

Il termine “assimilazione” dal punto di vista storico appartiene alla Scuola di Chicago:

Robert Ezra Park: introduce il concetto per spiegare come evolvono le relazioni interetniche all’interno di un contesto a forte pressione migratoria. Il sociologo giunge alle sue conclusioni attraverso una ricerca empirica condotta nella città di Chicago, nella quale in poco meno di 50 anni la popolazione era passata da 1 milione di abitanti a quasi 3,5 milioni, la maggior parte provenienti da paesi esteri; molti fra questi erano italiani.
Nel libro “Razza e cultura”, lo studioso osserva come le modalità di interazione passino attraverso una serie di tappe, scandite da comportamenti e atteggiamenti che iniziano con aspetti di rivalità e conflitto, per raggiungere un sostanziale equilibrio, nel momento in cui si verifica un certo adattamento alla realtà locale e le diverse tradizioni lasciano il posto ad una sostanziale uniformità di punti di vista e di costumi sociali. L’assimilazione si pone così come momenti di sintesi, in cui l’acquisizione di una nuova cultura di fondo, accettata e condivisa, si sostituisce a quella d’origine, provocando un abbandono degli usi tradizionali, tipici dei paesi di provenienza. Park mostrava che i flussi di immigrati abbiano costituito progressivamente la nazione statunitense, attraverso un melting pot(crogiolo di culture) dal quale prendeva forma una realtà uniforme e compatta.

Roberto De Angelis: il modello assimilazionista è stato alla base delle politiche d’integrazione nei confronti delle storiche grandi ondate migratorie negli Stati Uniti provenienti da tanti Paesi europei.
Il lavoro della Scuola di Chicago ha però un fondamento descrittivo dal momento che si limita a considerare come gli immigrati occupino, al loro arrivo, i posti più bassi della scala sociale ed economica, accontentandosi di lavori umili e abitando nei quartieri periferici, più densamente popolati. Successivamente riescono tuttavia ad inserirsi nel tessuto urbano e iniziano una scalata che li conduce ad acquisire uno status simile a quello degli altri, identificandosi con il loro ambiente.

Ambrosini: l’assimilazione è concepita nella sostanza come un processo organico, univoco e lineare: sono gli immigrati che si assimilano con il nuovo contesto sociale, assumendo gli abiti mentali e stili di vita, e divenendo simili ai nativi, fino a confondersi con essi, nelle varie dimensioni della vita quotidiana.
Questa idea sottende una visione del processo d’integrazione che risponde alle esigenze di una realtà in cui l’assunzione di comportamenti ed atteggiamenti conformi alle regole locali è il presupposto per qualsiasi avanzamento economico e sociale.

L’assimilazione non coinvolge gli aspetti più profondi della personalità degli immigrati: l’insicurezza che deriva dalla ricerca di un’inclusione conseguita in maniera precaria e reversibile costringe a mettere in atto strategie d’identificazione limitate, mai pienamente condivise. Il mostrarsi assimilato rappresenta il frutto di una modalità d’adattamento basata sulla ricerca del consenso.
Il problema assume una maggiore consistenza nel momento in cui a spinta verso l’omologazione assume un valore normativo, perché le scelte politiche sollecitano l’assimilazione come un obbligo individuale che ogni immigrato è tenuto a conseguire nel minor tempo possibile. Questo delegittima l’uso della lingua d’origine e provocano una rottura con la cultura delle famiglie degli immigrati.

Robert K. Merton: la richiesta di un atteggiamento cosmopolita sollecita l’attivazione di meccanismi di negazione dell’identità culturale, da cui deriva un’integrazione forzata, che può sfociare in forme di devianza e di anomia.
Le identità si confrontano e si mescolano nel contatto culturale e questo rende del tutto astratto il principio in base al quale l’immigrato abbandona i suoi riferimenti etnici per acquisire quelli dell’ambiente di nuova residenza. L’ibridità e il mètissage inducono cambiamenti su entrambi i fronti, mettendo in discussione il potere del territorio nel definire l’identità: è piuttosto l’ambiente stesso a subire le conseguenze trasformative arrecate dalla nuova rete di connessioni in base alla quale la cultura si riedita e si ridefinisce in modo continuo.

L’assimilazione quando viene enfatizzata da certi poteri politici, rischia di far nascere forme di etnicità che conducono ad una contrapposizione rischiosa fra culture inventate, utili per riattivare scontri ideologici, religiosi o etnici.

De Angelis: la modernizzazione, la globalizzazione, avrebbero dovuto portare a una sempre più accentuata scomparsa dell’etnicità. Eppure l’esplosione dei localismi a livello planetario sembra costituire una reazione al’omologazione culturale. Ma il motivo di fondo è costituita dalla reazione alle promesse non mantenute sul piano della piena integrazione sociale ed economica.

Habermas: Una piena integrazione passa attraverso il riconoscimento della diversità culturale e delle interazioni continue fra le culture, da cui nasce il presupposto di una società fondata sulla garanzia di pari opportunità etiche per ciascuno.
In questo modo la relazione fra libertà e cultura assume infatti un’articolazione che consente al singolo individuo di attingere alle proprie tradizioni, pur essendo interrelato con l’ambiente culturale circostante.

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