HIV: ancora disinformazione e pregiudizi tra i giovani. Così aumentano paura e rischi

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In collaborazione con MSD
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L’HIV fa ancora molta paura. Specie tra le nuove generazioni. Basti pensare che molti, dovendo associare una parola al termine HIV/AIDS indicano – subito dopo “malattia”, “virus”, “sesso” – proprio il sostantivo “paura”, qualcuno addirittura “morte”. È quanto emerge dalle risposte dei 5534 ragazzi – tra gli 11 e 25 anni – interpellati nell’ambito di una ricerca svolta da Skuola.n
et col supporto non condizionato di MSD Italia, in occasione del World AIDS Day 2019. Questo è il frutto soprattutto di un’informazione superficiale e dell’assenza di confronto con chi può dargli le giuste coordinate. Lacune che portano ad avere una buona conoscenza della malattia (forse più del previsto). Ma che non consentono di superare alcuni luoghi comuni, stereotipi e pregiudizi ormai radicati nell’immaginario collettivo, nonostante la scienza li abbia smentiti definitivamente. Da qui l’esigenza di veicolare un’informazione di qualità attraverso campagne di comunicazione efficaci, capaci di intercettare i giovani attraverso l’utilizzo di strumenti innovativi e, soprattutto, digitali propri dei Millennials e della GenZ.

I falsi miti sull’AIDS più diffusi

Una delle false credenze più dure da abbattere è il fatto di non accettare che il virus dell’HIV possa contagiare tutti quanti, indipendentemente dallo stile vita: solo il 68% del campione è consapevole di ciò. Mentre quasi 1 su 3 associa il rischio di contrarre la malattia a determinati comportamenti: rapporti con molti partner, tossicodipendenza e omosessualità. Pregiudizi tipici degli anni ’80 che ancora fanno fatica a sparire, come anche lo stigma con cui vengono bollate le persone sieropositive: solamente per il 54% non è pericoloso vivere a fianco di un malato di AIDS. Il 46%, al contrario, crede che basti condividere con lui gli stessi spazi e interessi per esporsi al contagio: per il 14% usando le stesse posate e bicchieri, per il 9% usando lo stesso asciugamano, per il 6% è sufficiente uno starnuto o un colpo di tosse del malato, per il 3% facendo sport assieme. Un ulteriore 14% addirittura ritiene che qualsiasi tipo di contatto con una persona affetta da HIV possa veicolare il virus.

La preparazione cresce con l’età

Va comunque detto che, su questi aspetti come in tutta la ricerca, il tenore delle risposte dipende dall’età. Perché, più si cresce, maggiore è la preparazione dei ragazzi. I giovani adulti (19-25) sono i più informati e consapevoli. Gli adolescenti (14-18) sono divisi tra chi è ben preparato e chi stenta un po’. I preadolescenti (11-13) sono i più a digiuno. Non è un caso che la cultura dell’HIV sia più diffusa tra chi è più attivo sessualmente (tra i 19-25enni il 69% dice di aver avuto rapporti completi, tra i 14-18enni ci si ferma al 28%). Quando il problema tocca da vicino ci si documenta meglio. Mentre, chi si approccia solo ora alla sessualità (come nel caso degli 11-13enni), deve necessariamente rivolgersi a canali esterni. Peccato che, nella classifica delle fonti da cui hanno ricevuto più informazioni i nostri giovani, ai vertici ci sono quelle meno scientifiche: Internet e Scuola (che compaiono nelle preferenze del 39% del campione), seguite dalla Tv (26%). Relegati all’11% medici e specialisti.

Il ruolo della scuola

Gli stessi ragazzi, alla fine, ammettono di avere informazioni parziali sull’argomento. Solo 1 su 4 le ritiene ‘buone’, il 32% le giudica ‘appena sufficienti’, il 28% ‘scarse’, il 17% non sa nemmeno valutarne il livello. Facendo un passo indietro, proprio la scuola è il luogo in cui si potrebbe fare il lavoro più importante e costruttivo. Visto che per ora, tra chi ha parlato di HIV e AIDS in classe (circa la metà del campione), solo una parte – circa 6 su 10 - ha appreso dettagli che prima ignorava. Ma che, tra quelli che non hanno avuto tale possibilità, una quota simile senta l’esigenza di approfondire questa tematica a scuola, magari con un esperto. Solamente il 17% vuole continuare a non sapere.

Per fortuna le basi le conoscono in tanti

Per fortuna, le basi su cui impostare il lavoro sono incoraggianti. La conoscenza degli aspetti medici legati ad HIV e AIDS da parte della Generazione Z è, nel complesso, abbastanza soddisfacente. Con 1 ragazzo su 2 che, in genere, si mostra preparato almeno sulle questioni principali. Ad esempio, il 46% (con il consueto picco nella fascia 19-25 anni) sa che il primo termine è la premessa del secondo, il virus che provoca la malattia. Anche se il 21% ha una convinzione errata: il 9% pensa che non ci siano differenze, il 7% che dall’HIV si possa guarire e dall’AIDS no, il 5% che quest’ultima sia il virus e l’HIV la malattia. Gli altri non si esprimono. Un quadro che si ripete in quasi tutta l’indagine.

Riconoscere un sieropositivo? Per molti basta guardarlo

Rispetto alla conoscenza dell’insorgenza del virus, il 49% afferma (correttamente) che dall’HIV non si può guarire ma che, con cure mirate, la qualità della vita può essere accettabile. Mentre 1 su 4 dimostra di non avere informazioni corrette, scegliendo opzioni estreme: il 19% pensa che si possa guarire, il 5% che si muoia in poco tempo. Il 26% non sa rispondere. Riconoscere una persona sieropositiva? Il 39%, giustamente, sostiene che non si può fare limitandosi all’aspetto fisico; mentre per il 22% un malato di AIDS presenta tracce esterne specifiche; moltissimi (27%) quelli disorientati che non rispondono.

Come si trasmette l’HIV? Molti sono confusi

Un po’ più di confusione sulle modalità di trasmissione, dato che in media solo il 28% elenca tutte le possibilità (sangue, sperma e secrezioni vaginali, passaggio madre-figlio); nella fascia di età 19-25 anni si arriva al 39%. Complessivamente, però, la quota più consistente (37%) lascia fuori l’ultima opzione; il 16% aggiunge, sbagliando, la saliva e il sudore come possibili veicoli di contagio. Molto alta, invece, la conoscenza del legame tra abitudini sessuali e rischi di contrarre la malattia: il 60% afferma, a ragione, che usando il preservativo difficilmente si corrono pericoli; appena l’11% indica falsi miti (rischia solo chi ha rapporti omosessuali od occasionali, chi non è attento all’igiene personale, chi va al letto con persone sconosciute). Il 51% (il 59% nella fascia 19-25 anni), inoltre, sa che si può contrarre l’HIV anche praticando sesso orale, se non ci si protegge a sufficienza. Il 73% (l’84% tra i 19-25enni) che basti un solo rapporto per contagiarsi (ma tra gli 11-13enni il campione è spaccato in due).

La prevenzione è la vera nota dolente

Minore la dimestichezza con lo screening e la prevenzione. Solo 1 su 2, di nuovo, sa che il virus dell’HIV è diagnosticabile solo attraverso un test specifico; il 32% pensa che sia rintracciabile dalle analisi di routine; il 18% che basti un’attenta visita medica. Stesse proporzioni se si chiede ai ragazzi quando è consigliabile effettuare il test: per il 50% va fatto ogni volta che si ha un rapporto a rischio, ma il 44% lo limiterebbe solo quando si hanno rapporti con persone di cui non si conoscono le abitudini sessuali. In pochissimi (23%) sanno che il test è gratuito presso le strutture pubbliche; il 15% crede che sia sempre gratuito, l’11% che sia sempre a pagamento (e assai costoso). Su questo tema, inoltre, lo scarto tra fasce d’età è ancora più netto. Ma le giustificazioni per i più piccoli sono almeno due: la scarsa (o assente) pratica sessuale e il fatto che, per effettuare il test, i minori devono essere accompagnati dai genitori.