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Su TikTok una studentessa di Medicina ha aperto un dibattito che, a giudicare dai commenti, tocca un nervo scoperto per tantissimi universitari: è più intelligente chi prende 30 e lode studiando tre mesi o chi prende 27 studiando tre giorni?

La domanda sembra quasi un gioco, ma in realtà apre un tema molto più grande: come misuriamo l’intelligenza? Con il voto? Con la velocità? Con la quantità di fatica che ci mettiamo? O con il risultato finale?

La risposta breve è che non esiste un vincitore assoluto. Ma proprio per questo vale la pena parlarne.

@agata.medstudent

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Indice

  1. Il 30 e lode dopo tre mesi: costanza o “troppa fatica”?
  2. Il 27 in tre giorni: genio o sopravvivenza?
  3. Il punto è che il voto non misura tutto

Il 30 e lode dopo tre mesi: costanza o “troppa fatica”?

Partiamo dal primo caso: una persona studia per tre mesi e prende 30 e lode. A prima vista qualcuno potrebbe dire: “Ok, bravissima, però ci ha messo tantissimo”. Come se il tempo passato sui libri diminuisse il valore del risultato. In realtà non è così semplice.

Studiare per mesi può voler dire tante cose: organizzazione, disciplina, voglia di capire davvero, capacità di reggere un percorso lungo senza mollare

E questo, soprattutto all’università, conta parecchio. Perché non tutti gli esami si possono preparare con una full immersion di pochi giorni. Alcune materie richiedono tempo, sedimentazione, esercizio, collegamenti.

Il 30 e lode, in questo caso, può raccontare non solo intelligenza, ma anche resistenza, precisione e capacità di lavorare bene sul lungo periodo.

Il rischio, però, esiste: se per ogni esame servono tre mesi di ansia, rinunce e pressione continua, forse il problema non è l’intelligenza, ma il rapporto con lo studio. 

Il 27 in tre giorni: genio o sopravvivenza?

Poi c’è l’altro caso: chi studia tre giorni e porta a casa un 27.

Qui scatta subito il fascino del “ce l’ho fatta senza sbatti”. Nella narrazione universitaria, questa figura ha quasi un’aura mitologica: arriva all’ultimo, recupera appunti, guarda due riassunti, dorme poco, va all’esame e prende pure un voto alto.

È intelligente? Probabilmente sì, almeno in alcune cose. Sa selezionare le informazioni, capire cosa conta davvero, gestire la pressione, improvvisare, collegare velocemente i concetti. Tutte abilità reali.

Ma anche qui attenzione: preparare tutto in tre giorni può funzionare una volta, due volte, magari in alcune materie. Non sempre. E soprattutto non è detto che quello studio resti davvero. Il rischio è prendere un buon voto, chiudere il libro e dimenticare quasi tutto dopo una settimana.

Quindi sì, il 27 in tre giorni può mostrare efficienza e rapidità. Ma non sempre significa conoscenza profonda.

Il punto è che il voto non misura tutto

Ma il voto racconta solo una parte della storia. Non dice quanto una persona fosse già preparata prima. Non dice se quell’esame era facile o difficilissimo. Non dice se c’erano altri impegni, lavoro, problemi personali, ansia, salute mentale, famiglia, stanchezza.

Un 27 può essere un mezzo miracolo per chi lavora otto ore al giorno. Un 30 può essere il risultato di mesi di metodo e passione. Un 24 può essere una vittoria enorme dopo un periodo complicato. Un 30 preso “a memoria” può valere meno, nella vita reale, di un 26 preso capendo davvero le cose.

Questo non significa che i voti non contino. Contano, soprattutto in alcuni percorsi. Ma non possono diventare l’unico modo per misurare il valore di una persona.

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