classificazione pegi

Non basta più sapere se un videogioco è violento: ora conta anche come ti spinge a restare online, spendere soldi o interagire con altri utenti.

È questa la principale novità al centro della riforma del PEGI, il sistema europeo che da oltre vent’anni aiuta famiglie e giocatori a capire per quale fascia d’età è adatto un videogioco.

Le etichette sono quelle che molti hanno già visto mille volte sulle copertine o negli store digitali: PEGI 3, 7, 12, 16 e 18. Finora, però, la valutazione si concentrava soprattutto sui contenuti più “visibili”: violenza, linguaggio, paura, sesso, droga, gioco d’azzardo.

Da giugno 2026, invece, il sistema guarderà anche ad altri elementi molto presenti nei giochi di oggi: acquisti in-game, oggetti casuali a pagamento, funzioni di comunicazione e meccanismi che spingono a tornare continuamente nel gioco.

Indice

  1. Il PEGI cambia: non solo contenuti, ma anche comportamenti
  2. Come funziona il sistema: domande semplici, effetti molto concreti
  3. Acquisti in-game, battle pass e countdown: quando il gioco sale di fascia
  4. Daily quest e premi: quando il gioco ti spinge a tornare
  5. Chat, interazioni e sicurezza online
  6. Un gioco su dieci potrebbe cambiare fascia
  7. Chi controlla che le aziende dicano la verità?
  8. Giochi fisici e digitali: due percorsi diversi

Il PEGI cambia: non solo contenuti, ma anche comportamenti

La novità arriva perché il modo di giocare è cambiato. Oggi un videogioco non è solo una storia da seguire o una partita da finire. Spesso è (anche) un ambiente digitale in cui si compra, si chatta, si partecipa a eventi a tempo, si sbloccano premi giornalieri, si inseguono battle pass, skin, pacchetti e ricompense.

Ed è proprio qui che entra la nuova classificazione. Come ha spiegato al Corriere della Sera Dirk Bosmans, direttore del PEGI, da anni i genitori chiedono risposte su domande molto concrete: un ragazzo può spendere soldi dentro il gioco? Quanto? Con chi sta parlando?

Il gioco lo spinge a rimanere collegato più del previsto? Secondo Bosmans, quelle domande esistevano già, ma ora il sistema avrà strumenti più precisi per rispondere.

Per questo verranno introdotte 11 nuove domande, distribuite in quattro nuove categorie. Non cambierà quindi solo l’etichetta finale, ma anche il modo in cui si arriva a quella classificazione.

Come funziona il sistema: domande semplici, effetti molto concreti

Il PEGI funziona attraverso un questionario compilato dalle aziende prima della pubblicazione di un videogioco sul mercato europeo.

Le domande sono strutturate in modo binario: sì o no. In base alle risposte, il sistema assegna automaticamente una fascia d’età, seguendo un percorso ad albero che riduce al minimo l’interpretazione soggettiva.

Il meccanismo esiste già per i contenuti tradizionali. Per esempio: se un gioco contiene violenza realistica contro personaggi umanoidi, può finire in una fascia più alta, come PEGI 16 o PEGI 18; se invece la violenza è più fantasiosa o riguarda personaggi non umani, il rating può essere più basso.

Ora lo stesso principio verrà applicato anche alle funzioni “interattive”: acquisti, comunicazione, premi, ricompense e meccanismi pensati per trattenere il giocatore. Tradotto: non si valuterà più solo “cosa si vede” nel gioco, ma anche cosa il gioco ti invita a fare.

Acquisti in-game, battle pass e countdown: quando il gioco sale di fascia

Uno dei punti più importanti riguarda gli acquisti interni. Se un videogioco contiene offerte a tempo o a quantità limitata - per esempio un countdown per comprare un oggetto, oppure un battle pass che scade dopo un certo periodo - il rating sarà almeno PEGI 12.

Se invece entrano in gioco meccanismi legati a NFT o blockchain, la classificazione potrà arrivare direttamente a PEGI 18.

Poi ci sono gli oggetti casuali a pagamento, come le loot box, cioè pacchetti o “scatole premio” acquistabili con soldi veri, ma dal contenuto non noto al momento dell’acquisto. In questo caso, la classificazione di base diventerà PEGI 16, con la possibilità di salire a PEGI 18 in alcune situazioni.

Il Corriere sottolinea però un dato interessante: secondo i numeri PEGI degli ultimi cinque anni, le loot box non sono presenti nella maggioranza dei giochi, ma in circa il 3-3,5% dei titoli. Il punto è che tendono a comparire proprio in alcuni dei giochi più popolari e più frequentati dai minori.

Daily quest e premi: quando il gioco ti spinge a tornare

Un’altra categoria riguarda i meccanismi che incentivano il ritorno nel gioco. Sono tutte quelle funzioni che ti dicono, in sostanza: “torna domani e riceverai qualcosa”. Un esempio sono le daily quest, le missioni giornaliere, o i premi per chi accede tutti i giorni.

Se il gioco premia semplicemente il ritorno, può ottenere almeno un PEGI 7. Se invece punisce chi non torna - per esempio facendo perdere contenuti, progressi o vantaggi - può salire a PEGI 12.

È una distinzione importante, perché riguarda una parte molto comune dell’esperienza di gioco: non la violenza, non il linguaggio, non la trama, ma il modo in cui il titolo prova a entrare nella routine quotidiana del giocatore.

Chat, interazioni e sicurezza online

La quarta categoria riguarda il gioco online e le funzioni di comunicazione. Se un videogioco permette interazioni completamente libere, senza strumenti come blocco o segnalazione degli utenti, potrà essere classificato come PEGI 18.

Anche qui il punto non è demonizzare il multiplayer o le chat nei videogiochi. Il tema è dare un’informazione più chiara a chi deve scegliere se quel gioco è adatto a un minore.

Perché un conto è giocare da soli, un altro è entrare in uno spazio digitale dove si può parlare con sconosciuti senza filtri o strumenti di protezione.

Un gioco su dieci potrebbe cambiare fascia

L’impatto della riforma non sarà una mera questione burocratica. Secondo quanto riportato dal Corriere, in Germania l’ente USK ha già introdotto regole simili dopo una legge nazionale entrata in vigore tre anni fa.

I risultati danno un’idea di cosa potrebbe succedere anche a livello europeo: circa il 30% dei giochi ha risposto “sì” ad almeno una delle nuove domande e, tra questi, uno su tre ha ricevuto un rating più alto. In totale, questo significa che circa un gioco su dieci potrebbe essere riclassificato verso l’alto.

La conseguenza più forte? Alcuni titoli oggi classificati PEGI 3 potrebbero arrivare fino a PEGI 16. Secondo Bosmans, il 10% può sembrare poco, ma è un dato significativo perché riguarda anche alcuni dei giochi più visibili e popolari.

La categoria PEGI 16, quindi, potrebbe crescere in modo evidente rispetto alle altre fasce.

Chi controlla che le aziende dicano la verità?

Il sistema parte dalle risposte fornite dalle aziende, ma non si basa solo sulla loro autodichiarazione. A verificare la correttezza delle informazioni sono due organismi indipendenti: il NICAM nei Paesi Bassi e la Games Rating Authority nel Regno Unito.

In pratica, professionisti del settore giocano ai titoli e confrontano ciò che trovano con quanto dichiarato dalle aziende.

Secondo i dati storici citati da Bosmans, il sistema funziona abbastanza bene: il 75% delle autodichiarazioni è completamente accurato. Nel restante 25%, la maggior parte degli errori va addirittura nella direzione opposta: circa il 17-18% delle aziende assegna al proprio gioco un rating più severo del necessario, mentre solo l’8% tende a sottovalutare la classificazione.

Giochi fisici e digitali: due percorsi diversi

C’è poi un altro cambiamento enorme da considerare: la quantità di giochi pubblicati ogni giorno. Quindici anni fa PEGI classificava tra i 2.000 e i 2.500 titoli all’anno. Oggi ne arrivano circa 2.500 al giorno, soprattutto su piattaforme mobile.

È evidente che non si può valutare tutto con lo stesso processo manuale usato in passato.

Per questo PEGI distingue tra due percorsi. I giochi su supporto fisico, quindi disco o cartuccia, seguono ancora l’iter completo prima della distribuzione, perché l’etichetta deve essere pronta prima di stampare confezioni e materiali.

I giochi solo digitali, invece, completano il questionario durante il caricamento sull’app store e vengono controllati anche dopo, dando priorità ai titoli più scaricati.

Il digitale ha però un vantaggio: se emerge un errore, correggere la classificazione è molto più rapido. Non bisognerà quindi ritirare scatole dagli scaffali di mezza Europa: basta aggiornare l’etichetta nello store.

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