
Sembrano paesaggi dipinti, creature gigantesche o scenari usciti da un film di fantascienza. In realtà, le immagini scattate dal telescopio spaziale James Webb mostrano nebulose, stelle appena nate, ammassi di galassie e regioni dell’universo lontane miliardi di anni luce.
Le prime immagini scientifiche a colori sono state diffuse dalla NASA nel luglio 2022, dando ufficialmente il via alle operazioni scientifiche del telescopio.
Da allora Webb ha osservato ogni fase della storia cosmica: dalla formazione di nuovi sistemi planetari alle galassie esistite poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang.
Indice
Cosa riesce a vedere il telescopio spaziale Webb
La forza del James Webb Space Telescope è soprattutto la capacità di osservare l’universo nella luce del vicino e medio infrarosso, cioè in lunghezze d’onda in gran parte invisibili all’occhio umano.
L’infrarosso riesce ad attraversare molte delle nubi di gas e polvere che bloccano la luce visibile.
In questo modo Webb può individuare stelle in formazione, strutture nascoste dentro le nebulose e galassie talmente lontane che la loro luce è stata spostata verso le lunghezze d’onda infrarosse dall’espansione dell’universo.
Anche i colori che vediamo nelle fotografie richiedono una spiegazione. Webb non scatta immagini esattamente come uno smartphone: i dati raccolti dai suoi strumenti sono inizialmente in bianco e nero.
Gli esperti associano poi le diverse lunghezze d’onda infrarosse a colori visibili, generalmente assegnando il blu alle più corte e il rosso alle più lunghe. I colori servono quindi a rendere leggibili informazioni che i nostri occhi, da soli, non potrebbero percepire.
Dai Pilastri della Creazione alle galassie più lontane
Tra le immagini più riconoscibili ci sono i Pilastri della Creazione, gigantesche colonne di gas e polvere situate nella Nebulosa Aquila.
Nell’osservazione pubblicata nell’ottobre 2022, Webb ha mostrato moltissime stelle giovani e getti di materiale prodotti durante la loro formazione, dettagli rimasti nascosti nelle precedenti immagini in luce visibile.
Altre fotografie mostrano le cosiddette Scogliere Cosmiche della Nebulosa della Carena, dense regioni nelle quali stanno nascendo nuove stelle.
Ci sono poi campi apparentemente pieni di semplici puntini luminosi: osservandoli meglio, molti di quei punti sono intere galassie, alcune deformate e ingrandite dalla gravità di enormi ammassi posti davanti a loro..

Le sorprese dell’universo più giovane
Guardando molto lontano, Webb osserva anche molto indietro nel tempo. La luce delle galassie più remote ha infatti impiegato miliardi di anni per raggiungerci.
Le osservazioni hanno mostrato che nell’universo primordiale esistevano più galassie massicce di quanto previsto da alcuni modelli. Webb ha inoltre individuato numerosi oggetti compatti soprannominati “Little Red Dots”, piccoli punti rossi la cui natura è ancora oggetto di studio e che potrebbero essere collegati alla crescita dei primi buchi neri.
Il telescopio ha identificato anche un buco nero supermassiccio attivo nella galassia CEERS 1019, esistente appena 570 milioni di anni dopo il Big Bang. La scoperta aiuta gli astronomi a comprendere come buchi neri e galassie possano essersi sviluppati insieme nelle prime fasi dell’universo.
Webb analizza anche l’aria di pianeti lontani
Il telescopio non osserva solamente stelle e galassie. Quando un pianeta passa davanti alla propria stella, una piccola parte della luce attraversa la sua atmosfera. Le molecole presenti assorbono determinate lunghezze d’onda, lasciando una sorta di impronta chimica.
Grazie a questo metodo, Webb ha rilevato anidride carbonica nell’atmosfera dell’esopianeta WASP-39 b e ha poi individuato anche vapore acqueo e anidride solforosa, quest’ultima prodotta da reazioni chimiche innescate dalla luce della stella.
Il telescopio sta studiando anche i pianeti rocciosi del sistema TRAPPIST-1, situato a circa 40 anni luce da noi, cercando di capire quali abbiano conservato un’atmosfera e quali condizioni potrebbero renderli potenzialmente abitabili.
La ricerca è ancora in corso e Webb, da solo, difficilmente potrà confermare la presenza di vita: può però restringere enormemente il campo delle possibilità.