ilia malinin

"Se dovessi scrivere un libro su tuo padre, quale sarebbe l'ultima frase? Niente fa più male che cercare di fare del tuo meglio e non essere comunque abbastanza". Poche righe apparse (e poi cancellate) su TikTok, ma sufficienti a squarciare il velo su ciò che si nasconde dietro la disfatta olimpica di Ilia Malinin a Milano-Cortina 2026.

Il "Quad God", il ragazzo che aveva riscritto i confini del possibile nel pattinaggio artistico, è arrivato ai Giochi con l'aura dell'invincibile. Il re dei quadrupli, l'atleta che sembrava destinato a dominare questa edizione olimpica.

Invece è crollato: due cadute, il quadruplo axel sfumato, le lacrime a fine esibizione e, infine, l’ottavo posto. Ma è nelle ore successive alla gara che la sconfitta sportiva ha assunto contorni ben più inquietanti.

Indice

  1. Ilia Malinin: cosa è successo alle Olimpiadi?
  2. La salute mentale: l'elefante nella stanza dello sport d'élite
  3. Oltre i social: serve un cambio culturale

Ilia Malinin: cosa è successo alle Olimpiadi?

Prima e dopo la prova, Malinin ha ricondiviso su TikTok una serie di post dal tono cupo, poi rimossi, che hanno generato non poca preoccupazione tra i suoi fan. Frasi di estrema vulnerabilità, come: "A volte vorrei che mi capitasse qualcosa di brutto così non devo farlo io stesso". "Quando entro nella mia stanza e gli occhi si riempiono di lacrime perché nessuno sa quanto sto davvero lottando". "Mamma il tuo bambino è così stanco".

Parole che vanno oltre lo sport, oltre la delusione per un risultato mancato. Sono il grido disperato di un ventunenne schiacciato da aspettative titaniche, intrappolato in un rapporto padre-allenatore che sul ghiaccio ha prodotto risultati straordinari ma che, evidentemente, fuori dal ghiaccio ha lasciato ferite profonde.

Intervistato dalla NBC subito dopo la prova, Ilia non si è nascosto dietro alibi: "I blew it", l'ho sbagliata. Ha raccontato che, pochi istanti prima di entrare in pista, la mente era stata travolta da un'ondata di pensieri e ricordi personali, ingombranti quanto il ghiaccio su cui avrebbe dovuto volare. 

La salute mentale: l'elefante nella stanza dello sport d'élite

Il caso Malinin riporta brutalmente al centro del dibattito un tema che lo sport fatica ancora ad affrontare con la serietà necessaria: la salute mentale degli atleti.

Dopo Simone Biles, dopo Naomi Osaka, dopo tanti altri campioni che hanno avuto il coraggio di ammettere la propria vulnerabilità, continuiamo a confrontarci con storie di giovani talenti schiacciati da pressioni insostenibili.

Certo, lo sport d'élite è un ecosistema spietato: le aspettative crescono in proporzione ai successi, le Olimpiadi diventano l'unico palcoscenico che conta e il fallimento non è contemplato.

Per atleti giovanissimi, spesso cresciuti in ambienti dove tutto ruota attorno alla performance, dove il valore personale coincide con il risultato sportivo, il peso può diventare insopportabile.

Nel pattinaggio artistico, sport esteticamente sublime ma psicologicamente brutale, questa pressione si amplifica. Gli atleti iniziano bambini, sacrificano l'infanzia, costruiscono la propria identità attorno a pochi minuti di esibizione. E quando l'allenatore è anche un genitore, i confini si confondono pericolosamente.

Il messaggio di Malinin è rivelatore di questa ambiguità. Quel "cercare di fare del tuo meglio e non essere comunque abbastanza" racconta di standard irraggiungibili, di un'approvazione che sfugge sempre e comunque ancorata ai risultati. 

Oltre i social: serve un cambio culturale

Ma non basta affidare il proprio malessere ai social, cancellare i post poco dopo, sperare che qualcuno noti e intervenga.

Servono strutture di supporto psicologico integrate sistematicamente nei programmi di allenamento. Serve una cultura sportiva che riconosca che un atleta è prima di tutto una persona, con emozioni, limiti, bisogni che vanno oltre il podio.

Serve che allenatori e familiari siano formati a riconoscere i segnali di disagio. E serve che il successo smetta di essere l'unico parametro di valore.

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