Sul fronte universitario le proteste studentesche di questi ultimi giorni hanno puntato il dito soprattutto sulle carenze di investimenti sul comparto: mettiamo meno soldi sul piatto di altri paesi in area OCSE.
E su questo le affermazioni di Sabrina Brizzola, coordinatrice dell’Unione degli Universitari, sono assolutamente corrette: l’Italia investe in Istruzione Terziaria lo 0,9% del suo PIL contro una media di 1,4%.
Ma la situazione attuale è frutto di un disinvestimento magari in favore di qualcos’altro - come avvenuto in altri paesi OCSE - oppure prima era anche peggio? Insomma la situazione è davvero così drammatica oppure c'è chi esagera per fare rumore?
Per capirlo, senza schierarsi a priori, noi di Skuola.net siamo andati a spulciare i dati ufficiali del Ministero dell’Università e della Ricerca, le rilevazioni dell'Andisu (l'Associazione nazionale degli organismi per il diritto allo studio) e il Rapporto ANVUR, mettendoli a confronto con le denunce degli studenti.
E la risposta non sta nel bianco o nel nero, ma in una netta spaccatura tra due mondi: quello del diritto formale, dove i passi avanti degli ultimi anni sono oggettivi e sostanziosi, e quello del diritto sostanziale, laddove la vita quotidiana degli studenti - specie se fuorisede - continua a fare i conti con un carovita implacabile.
La scomparsa degli idonei non beneficiari e la pioggia di risorse
Partiamo dalle buone notizie, quelle che smentiscono la tesi di un sistema allo sbando. Per decenni l'incubo peggiore degli universitari, soprattutto di quelli con scarse capacità economiche, è stato l'etichetta di idoneo non beneficiario, ovvero di colui che pur avendo tutte le carte in regola per meritare l'aiuto pubblico restava all'asciutto per esaurimento dei fondi.
Oggi, numeri alla mano, quella pagina è stata praticamente archiviata. Come certificato recentemente dall'Andisu, già nell'anno accademico 2024/2025, sono state assegnate ben 299.618 borse di studio, garantendo una copertura del 99,8% degli aventi diritto.
Quel microscopico 0,2% che ancora manca all'appello non è figlio di tagli o disinteresse, ma di semplici assestamenti burocratici e verifiche documentali in via di definizione (almeno così affermano all’Andisu).
Solo rispetto all'anno precedente, le borse erogate sono cresciute di circa 21mila unità, portando i beneficiari a toccare il 19,2% dell'intera popolazione universitaria: in pratica, quasi uno studente su cinque oggi riceve un sussidio.

Il cambio di marcia, se si guarda indietro, è impressionante: nel 2011/2012 la copertura si fermava a un misero 69,7%, lasciando indietro quasi un terzo dei ragazzi.
A consolidare questa svolta è arrivato il recente via libera del Consiglio dei Ministri che, su proposta del Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha messo sul piatto 288 milioni di euro aggiuntivi di fondi statali.
Una mossa che spinge il Fondo Integrativo Statale per il 2026/2027 al record storico di oltre 845,8 milioni di euro, con un balzo del 19,5% rispetto all'anno scorso e un travolgente +175% rispetto ai 307,8 milioni del 2020.
Di fatto, il Governo ha scelto di rendere strutturali i livelli record toccati nella fase d'oro del PNRR. Se a questo tesoretto sommiamo, poi, le risorse regionali e i fondi europei, la macchina del diritto allo studio arriva a muovere complessivamente circa 1,4 miliardi di euro.

Assegni più pesanti: il ritocco al rialzo degli importi
Parallelamente al numero degli assegnatari, il Ministero ha messo mano anche all'assegno vero e proprio previsto dalla borsa di studio, alzando contemporaneamente i tetti ISEE per non escludere chi ha visto il reddito nominale salire per colpa dell'inflazione. Per l'anno accademico 2026/2027, l’importo massimo destinato agli studenti fuorisede tocca quota 7.171,11 euro all'anno, segnando un aumento netto di 1.013,37 euro rispetto a quattro anni fa.
Ma la revisione al rialzo riguarda tutti i profili: chi studia da pendolare sale a 4.190,71 euro (con oltre 592 euro di aumento), mentre gli studenti in sede raggiungono i 2.890,16 euro (circa 408 euro in più rispetto al 2022/2023). Un passo in avanti visibile, che ha quantomeno adeguato i parametri monetari a un contesto economico profondamente mutato.
La rivoluzione silenziosa della no-tax area: uno su tre non paga le tasse
C'è poi un secondo pilastro, spesso sottovalutato, che incide enormemente sul portafoglio delle famiglie: l'esonero dalle tasse universitarie. Qui la fotografia scattata dall'ultimo Rapporto ANVUR rivela una vera e propria metamorfosi sociale. Negli ultimi cinque anni accademici si è passati da un sistema in cui l'esenzione riguardava circa un quarto degli iscritti a uno scenario in cui oltre un terzo degli studenti delle università statali non versa un euro di tasse.
Nel 2018/2019, infatti, la quota di esonerati negli atenei pubblici era ferma al 25,5%, mentre nel 2023/2024 è schizzata al 36,4%. Ma il vero dato rilevante, in questo caso, riguarda la mappa territoriale di questo beneficio. Se al Nord gli studenti esentati sono saliti dal 21,5% al 29,5% e al Centro dal 24,8% al 35,9%, nel Mezzogiorno si è assistito a una vera esplosione: dal 31,4% si è balzati al 47,0%. Tradotto in parole semplici: negli atenei statali del Sud quasi uno studente su due frequenta l'università a costo zero per quanto riguarda le tasse di iscrizione.
E il fenomeno ha contagiato, con le dovute proporzioni, persino le università non statali, dove la quota di studenti esentati è cresciuta dall'8,7% al 12,0%, toccando una punta del 24,2% proprio nelle sedi del Sud.

Il diritto sostanziale scricchiola: la doccia fredda del carovita e il paniere reale
Se sul piano dei bandi e delle graduatorie il Ministero ha ottime frecce al proprio arco, quando però si abbandonano i decreti e si entra nella vita degli studenti la prospettiva cambia radicalmente. È qui che le ragioni dell'UDU e delle associazioni studentesche trovano solide basi d'appoggio. Avere in tasca una borsa di studio, infatti, non significa affatto poter studiare gratis o vivere con serenità.
Nei dati diffusi in questi giorni dall'UDU viene evidenziata una proiezione - basata sull'intreccio tra i dati del MUR e le stime fatte dall’associazione stessa - che prova a calcolare i costi vivi di un fuorisede, ovvero della categoria che maggiormente soffre il caro-università: per frequentare un anno accademico tipo servirebbero in media 12.756 euro.
Mettendo a paragone questa stima con l'importo medio reale della borsa di studio calcolato dal MUR, pari a 4.988 euro, emerge un divario impressionante: il contributo pubblico arriva a coprire appena poco più di un terzo delle spese complessive, lasciando oltre 7.768 euro all'anno a carico delle famiglie o dei lavoretti degli studenti.
E pur volendo parametrare il tutto sulla borsa di studio attesa nei prossimi mesi - per un fuorisede, come detto, siamo a 7.171,11 euro all'anno - comunque quasi la metà del bilancio è a carico dello studente. Inoltre l’aumento del costo della vita avvenuto nel frattempo induce a rivedere al rialzo il conto finale.

Anche se, a voler essere rigorosi fino in fondo, sul paniere dei sindacati studenteschi va fatta una necessaria tara metodologica: nel computo delle uscite, oltre ai costi primari e indifferibili come posto letto, bollette, cibo, trasporti, libri e cure mediche, vengono inserite pure voci più “voluttuarie” legate ad esempio al tempo libero, alla palestra e alla socialità.
Ma anche togliendo l'intrattenimento e riducendo le spese all'osso, la realtà delle metropoli universitarie resta spietata: tra Milano, Roma, Bologna o Firenze, il solo canone di affitto per una stanza singola basta a polverizzare l'intero importo della borsa, trasformando il mantenimento agli studi in una corsa a ostacoli.
Non a caso, lo stesso Rapporto ANVUR certifica ferite aperte che non accennano a rimarginarsi: un universitario su quattro (il 25%) finisce per abbandonare gli studi prima del traguardo e uno su tre (il 33%) va fuoricorso, accumulando ritardi cronici spesso legati proprio alla necessità di lavorare per mantenersi a galla.
Il confronto globale: quel mezzo punto di PIL che fa la differenza
La radice di questo cortocircuito sta in una contraddizione tutta italiana: spendiamo per gli studenti molto più di ieri, ma continuiamo a investire troppo poco rispetto al resto del mondo. I numeri internazionali non lasciano spazio a dubbi: l'Italia investe in istruzione terziaria e ricerca appena lo 0,9% del proprio Prodotto Interno Lordo, mentre la media dei Paesi dell’area OCSE viaggia stabilmente all'1,4%.
Quel mezzo punto di PIL di differenza può sembrare una sottigliezza per contabili, ma tradotto sul campo vale svariati miliardi di euro che ogni anno mancano all'appello. Sono i fondi che servirebbero non solo ad allargare ulteriormente le maglie dell'ISEE per dare respiro a una classe media sempre più fragile, ma soprattutto a costruire e riqualificare studentati e mettere a disposizione alloggi pubblici a prezzi calmierati, il vero e storico tallone d'Achille che impedisce al diritto allo studio di essere pienamente democratico.
Il verdetto, alla fine, sta un po’ nel mezzo. Da un lato, l'UDU sbaglia quando dipinge un'apocalisse e usa slogan affermando che l'Italia è l'unico Paese a non coprire le borse: il 99,8% di copertura raggiunto, gli 845 milioni stanziati e la protezione garantita a un terzo degli studenti sono risultati reali e storici di cui il Paese deve andare fiero.
Consapevole, però, che si tratta solo di un passo nella direzione giusta a cui devono seguirne altri.
Dall'altro lato, infatti, gli studenti hanno perfettamente ragione quando ricordano che un diritto allo studio che esiste solo sui moduli della burocrazia non è ancora un diritto garantito nella vita di tutti i giorni.
Perché finché una borsa di studio servirà a malapena a pagare la stanza e le utenze, l'ascensore sociale promesso dalla Costituzione rimarrà a metà piano.