Rapporto OCSE Education at glance 2026 Italia

"I dati che riguardano l'Italia sono sicuramente positivi, fotografano un quadro favorevole in cui il nostro sistema tiene a fronte di un crollo generalizzato a livello internazionale". È con malcelato orgoglio che il Ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha commentato le evidenze dell'ultimo Rapporto OCSE Education at a Glance 2026, in occasione della presentazione “italiana” del report.

Un documento che, spulciando oltre la superficie, ribalta diverse narrazioni disfattiste, restituendo l'immagine di un comparto formativo capace non solo di reggere l'urto delle crisi, ma di superare - dati alla mano - le grandi corazzate d’Europa su indicatori cruciali come l'apprendimento, gli investimenti sul singolo iscritto e la lotta al contrasto dell'abbandono precoce.

Non mancano, però, le zone d'ombra, a partire dall'eterna emergenza delle retribuzioni degli insegnanti e dalla contrazione demografica, ma per una volta il sistema scolastico nazionale può guardare gran parte del continente da una posizione di forza.

Indice

  1. Competenze di base: l'Italia sorpassa Francia e Germania
  2. Il crollo (storico) dell'abbandono scolastico e dei NEET
  3. Spesa pubblica e aule: smentito il mito delle classi pollaio
  4. Il boom dell'istruzione tecnica e la rincorsa degli ITS
  5. Il nodo degli alunni stranieri e le grandi sfide

Competenze di base: l'Italia sorpassa Francia e Germania

Ma partiamo dalle buone notizie. Il primo grande motivo di soddisfazione per Viale Trastevere arriva dai test standardizzati sulle competenze (PISA 2025). Mentre le grandi nazioni occidentali arretrano, i giovani che popolano le nostre aule avanzano.

Come sottolineato dal titolare del MIM, il risultato in Lettura è emblematico: lo stivale totalizza 474 punti contro i 461 della media OCSE: "Un risultato ben superiore alla media internazionale - ha precisato Valditara - che ci permette di superare Paesi come Francia, Germania e Spagna, posizionandoci allo stesso livello della Finlandia".

Lo scenario si ripete nelle discipline scientifico-tecnologiche: anche in Matematica e Scienze i punteggi superano la media OCSE, facendo meglio della Svezia, degli Stati Uniti e staccando nettamente, ancora una volta, la scuola francese e quella tedesca.

La Penisola è, peraltro, uno dei pochissimi contesti internazionali a registrare un miglioramento in Scienze rispetto alla rilevazione precedente: "Una tenuta che non avviene a scapito dell'equità", evidenzia il Ministro, ricordando come da noi il divario tra chi frequenta i licei e chi sceglie i percorsi tecnico-professionali sia decisamente più contenuto rispetto al resto del mondo.

Il crollo (storico) dell'abbandono scolastico e dei NEET

Anche sul fronte dell'abbandono scolastico si registrano progressi storici. L'uscita precoce dai percorsi di istruzione e formazione è scesa dall'11,5% del 2022 all'8,2% del 2025. "Una riduzione del 3,3% che porta l'Italia ampiamente al di sotto dell'obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030, con ben cinque anni di anticipo", ha rivendicato Valditara. E le stime Invalsi per il 2026 prevedono un ulteriore calo al 7,3%: "Un risultato storico, mai così basso, che si traduce in ben 520.000 ragazzi recuperati dal 2022 a oggi".

Progressi evidenti pure sulla cosiddetta sulla dispersione "implicita" - ossia coloro che, pur conquistando il diploma, non maturano le competenze minime -, scesa dal 7,5% del 2019 all'attuale 6,3%, grazie soprattutto agli effetti delle misure di "Agenda Sud", “in particolare in regioni come la Puglia, la Calabria, la Basilicata e la Campania”.

Di pari passo, l’Italia registra una delle contrazioni più marcate dei NEET (i ragazzi tra i 18 e i 24 anni che non studiano e non lavorano): negli ultimi dieci anni il calo è stato di almeno il 10%, contro un'esigua riduzione media nell’area OCSE del 2%, abbattendo la quota complessiva dal 30% al 16%.

Spesa pubblica e aule: smentito il mito delle classi pollaio

Vi sono poi diversi indicatori, finora rimasti ai margini del dibattito pubblico, che Valditara ha voluto rivendicare per ridimensionare il mito di un'istruzione pubblica svuotata di risorse finanziarie e condannata alle sole "classi pollaio".

A parità di potere d'acquisto, dice, “lo Stato investe per ogni singolo studente, dalla primaria al post-diploma, 13.970 dollari, superando la media OCSE che si ferma a 13.231 dollari”.

Inoltre, come illustra lo stesso Ministro, nel 2024 i gruppi classe accoglievano mediamente 18 alunni nella primaria (contro i 21 della media OCSE) e 20 alle scuole medie (contro i 23 dell’OCSE): un rapporto docenti-alunni favorevole che, osserva il Ministro, agevola la personalizzazione della didattica e degli apprendimenti. A cui si aggiunge un monte ore obbligatorio nettamente superiore alla media internazionale: 917 ore annue alla primaria (rispetto alle 804 della media OCSE) e 990 alla secondaria di primo grado (rispetto a 909 OCSE).

Il boom dell'istruzione tecnica e la rincorsa degli ITS

Ulteriore elemento di forza del quadro nazionale risiede nell'istruzione tecnico-professionale. Mentre in quasi tutti i Paesi analizzati l'attrattività di questi titoli arretra, tra i confini nazionali cresce: oggi il 34% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede questa qualifica.

La spiegazione va cercata soprattutto nei tassi di occupazione: l'impiego per chi esce dai percorsi professionali è salito all'82% per gli uomini e al 65% per le donne, con un tasso di disoccupazione crollato dal 15% all'8%. Mentre chi sceglie un istituto tecnico lavora più dei colleghi usciti dai licei (77% contro 68%) e sconta un divario retributivo con i laureati di appena il 4%, contro il 17% della media OCSE.

L'unica nota ancora sottotono riguarda gli ITS (Istituti Tecnologici Superiori), che intercettano solo l'1% dei diplomati (contro il 13% della media OCSE). Tuttavia, gli iscritti nel 2026 hanno toccato quota 41.000, superando l'obiettivo PNRR (fissato a 11.000), segno che l'introduzione della formula "4+2" sta innescando il cambio di passo sperato.

“La sfida del futuro - sottolinea Valditara - si vince anche attraverso il potenziamento di questi percorsi e dal rapporto sempre più stretto tra questi percorsi e il mondo del lavoro e delle imprese. I grandi Paesi occidentali vanno in questa direzione, non possiamo voltarci indietro”.

Il nodo degli alunni stranieri e le grandi sfide

Sulla didattica del futuro, invece, pesa la sfida dell'inclusione linguistica degli alunni con cittadinanza non italiana. Il Ministro anticipa gli esiti di un’altra indagine internazionale, che verrà presentata a breve, che segnalano come “quando in una classe la percentuale di studenti stranieri che non padroneggiano la lingua nazionale supera il 40%, si registra una sensibile flessione negli apprendimenti di tutto il gruppo”, ribadendo la necessità di potenziare le competenze sintattico-grammaticali, di formare docenti specializzati nell'italiano per stranieri e di focalizzarsi sulle aree più fragili delle grandi periferie con la nuova "Agenda Nord".

In un quadro così incoraggiante, però, resta la nota dolente della situazione del corpo docente, che continua a mostrare sofferenze storiche. I professori in cattedra, infatti, percepiscono stipendi significativamente inferiori rispetto ad altri lavoratori in possesso di laurea: i maestri dell'infanzia guadagnano il 36% in meno, i docenti delle medie il 33% in meno. Un dislivello che penalizza l'attrattività della carriera, riflettendosi su un'età media tra le più alte d'Europa (il 36% dei docenti della secondaria ha già superato i 55 anni).

Parallelamente, sul futuro del settore si proietta l'ombra del calo demografico: le stime ci dicono che tra il 2024 e il 2033 il bacino di bambini e ragazzi tra i 5 e i 14 anni si ridurrà del 18%. Una contrazione imponente che imporrà di convertire la riduzione degli iscritti in un'opportunità per elevare la qualità degli spazi e rinnovare la didattica.

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