C'è un'emergenza silenziosa, che non fa rumore nei corridoi delle scuole, ma che sta svuotando in modo inesorabile i banchi delle nostre classi. È il fenomeno del ritiro sociale volontario, comunemente noto con il termine giapponese di Hikikomori: adolescenti e giovanissimi che decidono di chiudere la porta della propria camera, interrompendo ogni contatto reale con il mondo esterno, compresi gli amici, le attività sportive e, appunto, la frequenza scolastica.
I dati ufficiali della Relazione al Parlamento 2026 sul fenomeno delle dipendenze in Italia (curata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze) evidenziano dimensioni numeriche impressionanti.
Nel 2025, oltre 50mila studenti under 18 (pari al 2,1% dell'intera popolazione scolastica) hanno vissuto in una condizione di Hikikomori conclamato, caratterizzata da un isolamento sociale totale protratto per più di sei mesi. A questo nucleo principale, si affiancano altri 60mila ragazzi (pari al 2,5% degli studenti) che si trovano nella fase di "pre-Hikikomori", con un periodo di ritiro compreso tra i tre e i sei mesi.
Complessivamente, si tratta di una massa imponente di oltre 110mila adolescenti rimasti (volutamente o quasi) prigionieri all'interno delle mura domestiche. Solo nel periodo della pandemia si erano toccate vette così alte.
Inoltre, l'analisi per genere ed età ribalta alcuni luoghi comuni: il ritiro prolungato colpisce, infatti, maggiormente le studentesse (2,3%) rispetto ai coetanei maschi (1,8%), registrando la concentrazione più elevate tra i 16 anni (2,6%) e i 17 anni (2,4%), per poi mantenersi comunque sopra il 2% anche tra i 15enni e i 18enni.
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Le radici della reclusione: ansia sociale, depressione e fobia del giudizio
Ma per quale motivo un adolescente decide di autorecludersi? La Relazione al Parlamento e le rilevazioni epidemiologiche dell'Istituto Superiore di Sanità (progetto Generazione Z 2.0) scandagliano la complessa stratificazione di fattori psicologici, emotivi e relazionali che precedono la serrata della porta.
Interrogati direttamente sulle motivazioni del proprio isolamento, gli studenti Hikikomori indicano come causa prevalente i problemi di natura psicologica (indicati dal 36% dei ragazzi, con picchi fino al 49% nelle analisi di dettaglio), seguiti dalla mancanza di motivazione o di desiderio nell'incontrare altre persone (27%) e da difficoltà relazionali con amici o partner (25%). Non mancano poi le problematiche fisiche (21%) e le tensioni familiari (19%).
In questo quadro, la scuola gioca un ruolo cruciale, agendo spesso sia da detonatore del disagio sia da vittima primaria del ritiro. Il 17% degli Hikikomori indica come causa scatenante - non necessariamente prioritaria ma comunque presente - i problemi relazionali con gli insegnanti o con il personale scolastico. Il 15% addebita la scelta al rendimento scolastico scarso e alla paura del fallimento. L'11% motiva il ritiro con una totale perdita di motivazione ad andare a scuola. E un ulteriore 11% individua la scintilla iniziale in eventi traumatici come il cambio di classe, di istituto o il trasferimento in un'altra città.
Più in generale, il filo conduttore che unisce queste storie è un'ansia sociale profonda e paralizzante, esacerbata da una fobia della valutazione e del confronto con i coetanei. L'ambiente scolastico e il gruppo dei pari, dunque, anziché essere percepite come comunità accoglienti, si trasformano agli occhi dei ragazzi più fragili in un'arena giudicante, in cui la paura dell'inadeguatezza spinge all'unica via di fuga apparente: l'invisibilità.

La camera-rifugio e il miraggio del digitale
Così, quando la vita reale diventa insostenibile, la stanza da letto si trasforma in un bunker e lo schermo del computer o dello smartphone diventano l'unica finestra sul mondo. I dati presentati nel rapporto, non a caso, evidenziano un'intensa sovrapposizione tra il ritiro sociale e altre forme di dipendenza comportamentale e sofferenza digitale.
Ben 370mila studenti (il 13% del totale) presentano un utilizzo problematico della Rete: trascurano il sonno, sacrificano il cibo e le relazioni familiari pur di rimanere connessi, mostrando scatti di irritabilità e ansia quando impossibilitati ad accedere a Interne. Quasi 380mila ragazzi (il 15%) mostrano un profilo di gioco "a rischio" o problematico coi videogiochi, trascorrendo intere giornate in universi virtuali per sostituire le interazioni del mondo reale.
Ma la vita digitale dei giovanissimi è segnata da dinamiche aggressive: il 45% degli studenti (oltre 1,12 milioni) dichiara di essere stato vittima di cyberbullismo, mentre il 29% ha vissuto l'esperienza del ghosting, ossia la cancellazione improvvisa e unilaterale da parte di altri di ogni contatto interpersonale.
E per placare gli stati d'ansia e i disturbi del sonno, cresce il ricorso agli psicofarmaci senza prescrizione medica (SPM), usati da 280mila studenti (11%), con una prevalenza femminile quasi doppia rispetto ai maschi (14% contro 8,6%).
La scuola di fronte al muro dell'assenza: la risposta del sistema
Come reagiscono le istituzioni, in particolare quelle scolastiche ma anche quelle sanitarie di fronte a questa drammatica emorragia di studenti? È qui che l'analisi individua l'anello più debole della catena.
Dalle risposte fornite dai dirigenti scolastici delle scuole secondarie di secondo grado emerge, infatti, un netto corto circuito tra la consapevolezza della dispersione scolastica generale e la capacità di affrontare la specificità del ritiro sociale.
Se l'89% degli istituti superiori dichiara di possedere un piano formativo contro la dispersione scolastica generica, di fronte agli Hikikomori le aule si scoprono drammaticamente impreparate: appena il 25% delle scuole ha predisposto un piano formativo specifico per il recupero degli studenti con certificazione di ritiro sociale e solamente il 43% degli istituti ha attivato interventi mirati per favorire il reingresso e il reinserimento degli adolescenti in condizione di isolamento.
Questo significa che in oltre la metà delle scuole italiane non esiste alcuna strategia codificata per riagganciare i ragazzi che smettono di varcare il portone d'ingresso. La ragione? Troppo spesso il ritiro sociale viene erroneamente scambiato per semplice "assenteismo" o "svogliatezza", attivando procedure burocratiche o bocciature d'ufficio che finiscono soltanto per cronicizzare la sensazione di fallimento dello studente, sigillando definitivamente la porta della sua stanza.