Per Giuseppe Conte, in Italia la meritocrazia è diventata una parola usata per prendere in giro i giovani, mentre l'ascensore sociale resta fermo. Il Presidente del Movimento 5 Stelle ed ex premier lo dice nel nuovo episodio di #Wannabe, il vodcast YouTube di Skuola.net.
L'intervista one to one con Daniele Grassucci tocca molti temi: il divario generazionale, gli affitti calmierati, le agevolazioni per gli under 35 e la proposta di far votare anche i sedicenni alle primarie del campo largo. Ma Conte parla anche di sé, dalla timidezza da ragazzo agli episodi di bullismo.
Il talento da solo non basta
Conte parte da una promessa che, secondo lui, molti ragazzi si sono sentiti ripetere. "Oggi non puoi dire ai giovani, come alcuni politici fanno: 'Non vi preoccupate, noi vi diamo la possibilità di realizzare i vostri sogni. Dimostrate che siete in gamba e vedrete che ce la farete'".
Parole vuote, una promessa che però non viene mai rispettata. "No, perché non è sufficiente solo il talento", spiega l'ex premier, smontando l'idea che basti essere bravi per farcela.
Il bersaglio è quindi la retorica del merito usata come slogan. "Ecco perché dobbiamo lavorare per creare, anziché prendere in giro i giovani". Anche perché, prosegue Conte: "L'ascensore sociale che oggi non funziona più".
Conta dove nasci e in quale famiglia
Insomma, per il leader del Movimento 5 Stelle l'impianto va riparato. "Dobbiamo chiamare un tecnico, perché conta troppo dove sei nato e in quale famiglia sei cresciuto: sono fattori che condizionano pesantemente il futuro".
C'è spazio anche per un esempio personale: "Quando ero ragazzo io, due impiegati pubblici sono riusciti a far studiare a Roma sia me che mia sorella. Oggi due stipendi da dipendenti pubblici non potrebbero mai consentire di mantenere uno o due figli fuori sede con il caro affitti e il crollo del potere d’acquisto".
Da qui il verdetto sulla parola d'ordine di tanti discorsi pubblici. "È inutile dire: 'Meritocrazia'", taglia corto Conte.
Da qui la necessità, a suo giudizio, di non limitarsi a parlare di opportunità astratte, ma di intervenire sulle condizioni concrete dalle quali i giovani iniziano il proprio percorso.
E conclude: "Diciamo piuttosto che dobbiamo lavorare tanto, ma coi giovani, per realizzare non una parità di chance, che è un'illusione, ma di condizioni reali".