
Giovedì 7 maggio, diverse piazze italiane hanno visto il mondo della scuola mobilitarsi per scioperare contro la nuova Riforma degli Istituti Tecnici, delineata da un recente decreto ministeriale di febbraio.
Tra i timori di un impoverimento culturale e lo spauracchio di un asservimento della didattica alle aziende, il clima è teso. Ma cosa prevede concretamente la riforma, al netto delle fazioni?
Per fare chiarezza con un approccio tecnico e super partes, il portale Skuola.net ne ha voluto parlare con Cristina Costarelli, dirigente scolastico di uno storico istituto tecnico di Roma - l'ITIS "Galileo Galilei" - e presidente dell'Associazione Nazionale Presidi (ANP) del Lazio.
Indice
- Partiamo dalle basi: cosa prevede brevemente questa riforma e da quando sarà operativa?
- Si modificherà anche il "cosa" e il "quanto" si studia?
- Oggi una parte del mondo della scuola protesta: c'è il timore concreto, come sostengono, di una "deriva aziendalistica"?
- Come si innesta in tutto questo il già noto modello del 4+2? Diventerà la norma?
- Il Ministro Valditara ha recentemente proposto di chiamare "Liceo" tutte le scuole superiori, istituti tecnici compresi: è d'accordo con questa idea?
- In conclusione, qual è il pregio maggiore e quale il rischio più immediato di questo nuovo assetto?
Partiamo dalle basi: cosa prevede brevemente questa riforma e da quando sarà operativa?
"La riforma dei tecnici è mirata a sottolineare alcuni aspetti di questi percorsi di istruzione. Vuole dare una risposta alle richieste di una maggior connessione con il mondo dell'impiego e con il mondo produttivo dei vari territori, ponendo un accento importante sull'autonomia scolastica, sulle prospettive dell'internazionalizzazione oltre a valorizzare un approccio alla metodologia didattica basata sulle competenze. La riforma sarà operativa dal 2026-2027 e riguarderà gli studenti delle prime, quindi andrà in attivazione progressiva. Nulla va a cambiare per i percorsi già avviati".
Si modificherà anche il "cosa" e il "quanto" si studia?
"Non cambia tanto il cosa e il quanto, ma cambia il come. Questo è legato al nuovo, importante sguardo che si pone alla dimensione della interdisciplinarietà. Giusto per fare un esempio, la geografia va a subire delle modifiche per quanto riguarda soprattutto gli indirizzi del settore economico, ma se la scuola vuole recuperare queste ore può sempre utilizzare la quota del curricolo a disposizione dell’autonomia scolastica. Di contro, per i nove indirizzi dell'ambito tecnologico ambientale, la geografia è presente con un'ora che non era presente nel vecchio ordinamento".
Oggi una parte del mondo della scuola protesta: c'è il timore concreto, come sostengono, di una "deriva aziendalistica"?
"Questo discorso della deriva aziendalistica onestamente non mi sembra di intravederlo. Questo servilismo della scuola rispetto al mondo della produzione non è nella lettera della riforma né nella modalità di approccio alla didattica. La scuola lavora per formare dei cittadini. Ma è chiaro che dobbiamo anche porci una domanda di connessione con il mondo del lavoro: questa necessità ce la impone il forte mismatch che osserviamo: il mondo produttivo chiede determinate figure e, di contro, abbiamo giovani che vorrebbero lavorare ma non riescono, diventando NEET, perché non si intrecciano le loro competenze con quelle del mercato".
Come si innesta in tutto questo il già noto modello del 4+2? Diventerà la norma?
"Il 4+2 si intreccia a questa riforma, ma va detto che non c'è l'obiettivo, che qualcuno ci legge, di ‘quadriennalizzare’ l'istruzione tecnica. L'assetto rimane quinquennale, con il 4+2 che si mantiene come scelta delle scuole e delle famiglie, ma non certamente come imposizione o prospettiva comune".
Il Ministro Valditara ha recentemente proposto di chiamare "Liceo" tutte le scuole superiori, istituti tecnici compresi: è d'accordo con questa idea?
"Onestamente è una proposta che mi trova favorevole. Noi vediamo e tocchiamo con mano, anno dopo anno, questo pregiudizio della formazione tecnica e professionale, vista spesso come secondaria rispetto a quella liceale. Dare una stessa denominazione significa dare una pari dignità. Non tanto nella sostanza, perché già ce l'hanno, quanto rispetto all'impatto comunicativo e alla considerazione da parte delle famiglie e degli alunni".
In conclusione, qual è il pregio maggiore e quale il rischio più immediato di questo nuovo assetto?
"Come pregio vedo questo nuovo approccio con un'impostazione sulle competenze e su una progettazione che ragiona per unità interdisciplinari e non più soltanto per discipline. Per quanto riguarda eventuali rischi, in questo particolare momento vedo soltanto la perdita di alcune ore, che potrebbe generare un sovrannumero di alcuni - ma pochi - docenti. Con il tempo diventerà un aspetto veramente residuale, che verrà completamente assorbito dalla quota di autonomia, dai fisiologici pensionamenti e dal calo demografico".