
Imperia, Gorizia e Piacenza sì, Prato no. Basterebbe questa distinzione per entrare meglio nella filosofia del nuovo Decreto Scuola, appena approvato dal Governo: come era costituzionalmente auspicabile la discriminante non poteva avere ragion d’essere sul passaporto ma sulle competenze linguistiche.
Infatti, si introduce - a partire dall'anno scolastico 2027/2028 - un tetto massimo di presenza nelle classi di alunni con competenze linguistiche non adeguate, ovvero non nati in Italia che non abbiano trascorso almeno due anni (per le primarie) o tre (per le secondarie) nel nostro sistema scolastico.
Quindi, il provvedimento non farà distinzioni tra italiani e non italiani nati in Italia, che si presume abbiano competenze linguistiche simile, ma farà in modo che in ogni aula non ci siano più del 30% di studenti non nati in Italia e non sufficientemente scolarizzati fino a quel momento: in quel caso bisognerà adoperarsi per redistribuirli nelle scuole di prossimità, come già accade anche agli studenti italiani - ha ricordato Valditara - ad esempio quando la scuola che scelgono ha già superato il numero di iscritti massimo. In alternativa si dovrà procedere al potenziamento dell’insegnamento della lingua italiana.
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L'effetto delle seconde generazioni: il vero target vale meno del 3,9%
Il calcolo della platea interessata, dunque, non va effettuato sulla base della presenza straniera complessiva - che secondo gli ultimi dati ministeriali dettagliati a disposizione, relativi all’anno 2023/23, ammonta a 914.860 alunni, pari all'11,2% della popolazione scolastica italiana - bensì su appena il 3,9% degli iscritti, ovvero le ragazze e i ragazzi nati in altri Paesi.
Ben 598.745 studenti, ossia il 65,4% del totale degli alunni con cittadinanza non italiana, all’epoca della rilevazione risultavano nati in Italia e risultano dunque esentati dal vincolo, con il distinguo di cui sopra sulla frequenza scolastica pregressa al di là della scuola dell’obbligo.
Ma anche tra i non nati in Italia va fatta una distinzione, poiché il provvedimento riguarderà i cosiddetti NAI, ovvero i neo arrivati in Italia. Determinando un ulteriore abbassamento della platea potenzialmente interessata.
La geografia dell'impatto: Imperia, Gorizia e Piacenza in testa alla classifica
Premesso che nessuno ha al momento in mano numeri chiari, sicuramente è possibile parlare di probabilità, ovvero di quei territori dove già oggi il sistema scolastico accoglie più studenti stranieri non nati in Italia di altri.
La graduatoria - stando agli ultimi dati MIM disponibili datati 2022/23 - vede al vertice Imperia con l'8,6% e Gorizia con l'8,5%, due aree di confine caratterizzate da intensi flussi d'ingresso e dal richiamo di manodopera estera.
Subito dietro si posiziona il blocco delle province della pianura padana a forte vocazione agroalimentare e logistica, guidato da Piacenza con il 7,8%, Mantova con il 6,9%, Parma con il 6,8% e Pavia con il 6,4%, ovvero territori segnati da frequenti ricongiungimenti familiari in corso di carriera scolastica.
Seguono, con quote, attorno al 6% la città metropolitana di Milano (6,3%), Ferrara (6,3%), Rimini (6,2%), Alessandria (6,1%), Novara (6,0%), Brescia (5,9%), Genova (5,9%) e Savona (5,8%).
L'unica provincia del Mezzogiorno ad agganciarsi ai vertici nazionali è Ragusa con il 5,8%, spinta dalle dinamiche lavorative della fascia trasformata e dell'agricoltura intensiva.

Emblematico, invece, è il caso emblematico della tanto citata provincia di Prato. Pur detenendo il primato italiano assoluto per incidenza di alunni stranieri complessivi, con il 28,0% degli iscritti, la provincia toscana vanta un tasso di radicamento delle seconde generazioni (soprattutto di origine cinese) pari all'84,1%, con la conseguenza che gli alunni nati all'estero rappresentano appena il 4,5% del totale e che il decreto qui si applicherà in maniera limitata.
Le enclave comunali: dove la riorganizzazione delle classi sarà inevitabile
Di contro, la necessità di riorganizzare le classi prime, distribuendo i neoarrivati o attivando i corsi di potenziamento linguistico, dovrebbe emergere con forza in specifici Comuni ad altissima densità migratoria.
Il caso più rilevante è quello di Monfalcone, in provincia di Gorizia, dove la presenza straniera globale tocca il 46,9% ed è dominata per oltre il 64% dalla comunità del Bangladesh, impiegata nella cantieristica navale, con continui ingressi di nuclei familiari dall'estero.
Situazioni analoghe si riscontrano nell'hinterland milanese a Cinisello Balsamo (33,3% di stranieri) e Sesto San Giovanni (25,8%), caratterizzati da un'elevata presenza della comunità egiziana, oltre che in Toscana a Campi Bisenzio (28,1%) ed Empoli (18,3%) con forte incidenza della comunità cinese.
Il tetto del 30% solleciterà interventi organizzativi anche in importanti distretti industriali come Sassuolo, nel modenese, e Legnago, nel veronese, dove la presenza della comunità marocchina supera il 40% del totale straniero. E nei comuni della cintura romana come Guidonia Montecelio, Tivoli e Pomezia, a forte trazione rumena.
Infine, nel comune siciliano di Vittoria, dove la manodopera albanese e tunisina incide per il 15,2% sulla popolazione scolastica locale.
Anche se, va detto, a livello comunale il dato considera la totalità degli alunni stranieri, senza distinzione tra nati e non nati in Italia.