Solo il 29,6% degli insegnanti intervistati sarebbe disposto a scendere in piazza, e il motivo principale sarebbero il caro benzina e gli stipendi bassi. Il dato arriva dal sondaggio della testata specializzata La Tecnica della Scuola, diffuso il 30 ottobre 2026.
Il sondaggio è uscito in un autunno di scioperi scuola e proteste studentesche. La mobilitazione è partita dai primi di ottobre con le occupazioni studentesche e si è allargata alle grandi città, tra cui Torino, Roma, Napoli, Firenze, Genova, Bologna e Milano.
Le prime grandi manifestazioni, in qualche caso con docenti e studenti insieme, ci sono state il 16 e il 17 ottobre, poi di nuovo il 24. Il 30 ottobre è stato il giorno dello sciopero dei sindacati di base.
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Solo tre prof intervistati su dieci pronti a scendere in piazza
Al sondaggio hanno risposto 408 insegnanti. La domanda riguardava la disponibilità a manifestare, sia al fianco dei propri studenti sia per rivendicare i propri diritti.
Il risultato? Meno di tre docenti su dieci si dicono pronti a farlo.
Lo scetticismo si vede anche nel giudizio sulle proteste dei ragazzi di queste settimane. Per il 46,3% dei prof intervistati sono "da condannare", per il 31,4% "da comprendere". Solo il 22,3% le considera "da condividere in toto".
Caro benzina e stipendi bassi in cima alla lista
Quando si chiede ai prof per cosa varrebbe la pena protestare, il quadro cambia parecchio. Al primo posto, con il 34,3%, c'è il "caro benzina unito agli stipendi bassi". Una sorpresa? Mica tanto. Tra pieno alla pompa e busta paga che non cresce, il conto a fine mese è il primo pensiero.
Subito dietro, con il 30,2%, c'è chi scenderebbe in piazza per difendere una "professione svilita dalla burocrazia". Moduli, registri, scartoffie... una voce che pesa quasi quanto quella economica.
Il terzo motivo, indicato dal 24,7% dei docenti, sono le "poche risorse aggiuntive e mancanza di investimenti per la scuola".
Precari e scuole fatiscenti, motivi che pesano poco
In fondo alla classifica ci sono due temi che chi va a scuola conosce bene: il precariato e lo stato degli edifici. Ma solo il 6,3% dei docenti intervistati scenderebbe in piazza per i "troppi precari". Ancora meno, il 4%, lo farebbe per le "scuole e strutture fatiscenti".
Sono percentuali lontanissime da quelle raccolte da stipendi e benzina, burocrazia e investimenti. Tra il primo motivo e l'ultimo ci sono oltre 30 punti di distanza.
Il prossimo banco di prova è già in calendario. Il 20 novembre ci sarà lo sciopero indetto dalla Cgil.