
Quando ha scelto il liceo artistico, Nick si aspettava di trovare un ambiente aperto, creativo e accogliente. Amava il disegno e immaginava una scuola capace di lasciare spazio anche a chi vive e interpreta il mondo in modo diverso.
Per lui quella speranza aveva un peso particolare. Nick è uno studente nello spettro autistico, con una forma lieve definita sindrome di Asperger, e pensava che proprio in un contesto artistico avrebbe trovato maggiore ascolto e comprensione.
Il percorso, però, si è rivelato più complesso del previsto. Lo studente ha deciso di affidare a Skuola.net la propria esperienza, raccontando anni segnati da momenti di isolamento, difficoltà nei rapporti con i compagni e confini personali che, in alcune occasioni, non sarebbero stati rispettati.
Nick parla di una “esclusione silenziosa”: qualcosa di meno evidente di un rifiuto aperto, ma non per questo meno doloroso. Agli occhi degli altri poteva sembrare inserito nel gruppo; nella sua quotidianità, invece, la sensazione era spesso quella di restare ai margini.
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Quando l’esclusione non fa rumore
Nick racconta di feste e compleanni dai quali veniva lasciato fuori, conversazioni nella chat di classe in cui faticava a trovare spazio e momenti in cui non si sentiva ascoltato. Non sempre gli altri si rendevano conto di ciò che stava accadendo.
"Non ero escluso in modo dichiarato", spiega. Era una distanza più sottile, percepita soprattutto da lui. Per cercare di inserirsi, spesso evitava di segnalare quello che succedeva e provava ad adattarsi il più possibile.
A rendere tutto più complicato erano anche alcuni commenti legati al suo PDP, il Piano didattico personalizzato. Frasi come “tanto a te non bocciano” oppure osservazioni sulle verifiche semplificate finivano per trasformare uno strumento pensato per supportarlo in un’etichetta da portarsi dietro.
PDP e sostegno: quando ci si sente trattati diversamente
Nel suo messaggio Nick parla anche del rapporto con l’insegnante di sostegno, assegnato – racconta – senza che lui lo desiderasse. Non mette in discussione l’importanza di questa figura, ma sottolinea quanto sia fondamentale coinvolgere lo studente e ascoltare le sue necessità.
A scuola, infatti, uno stesso aiuto può essere vissuto in modi molto diversi. Per Nick, in alcune occasioni, la presenza del sostegno lo faceva sentire osservato e trattato diversamente. In altre diventava quasi un ponte tra la classe e i professori, invece di essere uno strumento costruito intorno alle sue esigenze.
Un altro punto delicato riguarda la privacy. Nick non voleva che la sua diagnosi, le verifiche personalizzate o la presenza dell’insegnante di sostegno diventassero argomenti di discussione con i compagni.
Eppure, secondo il suo racconto, questa richiesta non è stata sempre rispettata. La paura che informazioni personali potessero essere “messe allo scoperto” lo ha accompagnato per diversi anni.
Essere inclusi significa anche essere ascoltati
La testimonianza di Nick non vuole trasformarsi in un’accusa generale contro la scuola o contro gli insegnanti. Lui stesso ricorda di aver incontrato persone comprensive e di essere stato aiutato in alcuni momenti del proprio percorso.
Il suo messaggio, però, pone una domanda importante: basta frequentare la stessa classe per essere davvero inclusi?
Nick vorrebbe una maggiore sensibilizzazione sullo spettro autistico, senza ridurre ogni persona alla propria diagnosi. Chiede ambienti in cui gli studenti possano decidere come parlare delle proprie necessità, in cui la riservatezza venga rispettata e gli strumenti di supporto non diventino motivo di distanza.
Perché la vera inclusione non si misura soltanto con la presenza in aula. Si vede nella possibilità di partecipare, scegliere, essere ascoltati e sentirsi parte del gruppo senza dover nascondere una parte di sé.