A far girare il nome del Labriola di Napoli sui social è stato un post sulle pulizie della scuola occupata, fatte in prima persona dagli stessi ragazzi e ragazze che la occupavano. Dopo quel post diventato virale, Francesca Colandrea del collettivo racconta a Skuola.net perché gli studenti hanno scelto l'occupazione e come hanno organizzato, giorno per giorno, la vita dentro l'istituto.
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I motivi della protesta tra temi nazionali e locali
La mobilitazione del Labriola tiene insieme due piani: quello nazionale e quello del territorio. Sul primo fronte, la studentessa cita "il DDL scuola, gli accise sui costi della benzina, il caro vita e il CPR".
Poi ci sono le questioni più vicine a casa. Il collettivo parla della speculazione che sta subendo il quartiere di Bagnoli e del bradisismo, due temi che toccano da vicino la loro zona.
Il filo che lega tutto è la partecipazione. "Come scuola abbiamo deciso di mobilitarci perché pensiamo che sia importante per gli studenti avere voce in capitolo rispetto a delle decisioni che riguardino il loro futuro", spiega Francesca.
La scelta di occupare la scuola
Perché proprio l'occupazione e non un'altra forma di protesta? Per il collettivo è una delle forme di dissenso più forti che gli studenti hanno a disposizione.
La scelta nasce dalla sensazione di non essere ascoltati. "Spesso le nostre voci vengono ignorate e messe a tacere e noi avevamo bisogno di uno spazio dove poterci confrontare e incontrarci", racconta la ragazza.
L'idea era cambiare il volto della scuola durante l'occupazione. "Occupando la nostra scuola, noi non volevamo semplicemente saltare i giorni di lezione, ma volevamo trasformarla in un luogo in cui si potevano organizzare assemblee, attività e incontri aperti a qualsiasi tipo di discussione" continua.
Una giornata tipo in occupazione
Le giornate avevano orari precisi. Si partiva alle 9:00, quando gli studenti aprivano la porta della scuola.
Alle 13:30 iniziava il pranzo sociale. Ognuno portava qualcosa da mangiare da condividere con gli altri, mentre gli organizzatori usavano il fondo cassa per comprare cibo al supermercato o pizze.
Il pomeriggio era dedicato all'approfondimento. Alle 15:00 arrivavano esperti esterni, che aiutavano gli studenti ad approfondire alcuni temi della protesta.
Dalle 16:00 si seguivano altri corsi tenuti da esperti. Poi spazio alle assemblee di studenti e studentesse, dove ci si confrontava e si prendevano le decisioni in modo collettivo.
Lo stesso schema valeva anche per la sera. A pranzo e a cena, spiegano i ragazzi, ognuno porta qualcosa e il collettivo si occupa della portata principale, pagata con i soldi del fondo cassa.
Pulizie e cura degli spazi
È il punto che ha fatto il giro dei social. Per le pulizie, racconta il collettivo, ogni sera gli studenti si dividevano i compiti: c'era chi puliva i corridoi, chi le aule e chi i bagni.
L'asticella era alta. "Il nostro obiettivo era di lasciare la scuola meglio di come l'abbiamo trovata, infatti ogni giorno ci impegnavamo a pulire e a sistemare i danni che erano già presenti", spiega la studentessa
Nella scuola resterà anche un segno visibile dell'occupazione: un'opera di 5 metri per 2, realizzata da artisti locali. Per il collettivo è "un modo per lasciare qualcosa di positivo all'interno della nostra comunità scolastica".
Il messaggio che i ragazzi vogliono far passare è chiaro. "Un'occupazione non è per forza la rovina della scuola", dice Francesca, ma può diventare l'occasione per valorizzarla e mostrare che gli studenti sanno prendersene cura.
E i prof? Secondo il collettivo, "molti di loro capiscono la ragione della nostra protesta". Alcuni docenti hanno portato da mangiare, altri hanno dato una mano con i servizi igienici e altre necessità pratiche.
Per gli studenti quel sostegno conta. Dimostra che le questioni sollevate riguardano un'intera comunità, oltre agli studenti.
Cosa hanno imparato gli studenti
Sul fronte della partecipazione, il collettivo parla di numeri importanti: tantissimi studenti hanno preso parte all'occupazione. Ognuno a modo suo, tra chi organizzava incontri, chi partecipava alle assemblee e chi gestiva e puliva la scuola.
Stare insieme tutti i giorni ha cambiato anche i rapporti tra compagni. Gli studenti raccontano di aver collaborato con persone con cui prima non avevano mai parlato.
Nel bilancio dei ragazzi ci sono competenze molto concrete. "Abbiamo imparato a confrontarci, a dividerci i compiti e a prenderci le nostre responsabilità", spiega Francesca, e da qui è nato un forte senso di comunità dentro la scuola.
Poi ci sono gli incontri con gli esterni, che hanno permesso di affrontare argomenti che spesso restano fuori dalle lezioni. Ma una delle lezioni più importanti, per il collettivo, è stata un'altra: collaborare con tantissime persone contemporaneamente.
"Questa esperienza ci ha fatto capire che una comunità funziona solo se ognuno mette a disposizione qualcosa di sé e non pensa soltanto al proprio interesse", racconta. Per questo l'occupazione viene considerata una forma di apprendimento "non solo da quello culturale, ma soprattutto da quello umano e personale".
La protesta dopo il ritorno in classe
Per gli studenti del Labriola l'occupazione è solo uno degli strumenti scelti per farsi sentire. Quando si tornerà alle lezioni, il collettivo intende andare avanti con manifestazioni, iniziative e momenti di confronto.
Il motivo è che "Le problematiche che stiamo denunciando non spariscono quando si riaprono le porte di una scuola".
L'obiettivo dichiarato è ottenere risposte concrete e mantenere alta l'attenzione sulle questioni nazionali e del territorio. "Per questo non ci fermeremo quando finirà l'occupazione", conclude la ragazza