Studentessa usa il computer

Una recente ricerca condotta dalle Università di Stoccolma e Hong Kong ha certificato un paradosso che sta scuotendo l'istruzione moderna. 

I dati scattano una fotografia da un certo punto di vista scontata: gli studenti che delegano all'Intelligenza Artificiale lo svolgimento dei compiti a casa vedono i propri voti schizzare in alto, abbattendo drasticamente il tempo passato sui libri. Eppure, questa apparente efficienza si sgretola non appena i ragazzi affrontano i tradizionali esami in classe, dove le performance subiscono un crollo verticale.

Un fenomeno che, a ben guardare, non desta alcuna reale sorpresa, confermando piuttosto i sospetti di molti docenti. La meccanica dell'apprendimento necessita fisiologicamente di attrito, di ostacoli e di rielaborazione attiva per sedimentare le nozioni. Utilizzare un chatbot annulla questo processo. E le conseguenze non possono che farsi sentire: a un minore sforzo intellettuale corrisponde inesorabilmente un apprendimento superficiale

L'algoritmo crea semplicemente un'illusione di competenza, una bolla destinata a scoppiare non appena la stampella tecnologica viene sequestrata.

Indice

  1. La trappola della pigrizia e il ribaltamento delle vecchie certezze
  2. L'illusione della competenza e l'impatto cognitivo sul cervello
  3. Un nuovo paradigma: dallo smartphone al salto cognitivo
  4. La tecnologia come motore inarrestabile della storia umana
  5. Il divario generazionale e l'ardua sfida per le aule scolastiche

La trappola della pigrizia e il ribaltamento delle vecchie certezze

I dati emersi dal recente studio condotto dai ricercatori dell'Università di Stoccolma e dell'Università di Hong Kong, e riportati dalla celebre testata ‘The Economist’, delineano una tendenza che molti definiscono allarmante. 

La ricerca ha monitorato ben 27.000 studenti cinesi di età compresa tra i 12 e i 18 anni, un contesto demografico in cui l'adozione dell'Intelligenza Artificiale è stata particolarmente rapida e capillare. 

Dopo sei mesi di osservazione, i punteggi dei compiti a casa degli studenti che si sono avvalsi dell'aiuto dell'AI sono aumentati in media del 18% in tutte le materie. Parallelamente, il tempo impiegato per completare ogni singolo incarico è sceso da una media di 64 minuti a soli 45 minuti, registrando una drastica riduzione del tempo del 30%

Eppure, questa apparente efficienza nasconde un'insidia profonda. L'AI rende inesorabilmente più pigri e, se vogliamo, intellettualmente viziati: permette infatti di ottenere ottimi risultati accademici con un minimo sforzo. Ma questo atteggiamento implica un minore apprendimento, perlomeno per quanto riguarda l'assimilazione delle conoscenze così come le intendiamo tradizionalmente. 

La prova del nove arriva nel momento in cui la tecnologia viene sottratta: gli studenti che usavano abitualmente l'AI hanno ottenuto, negli esami mensili, punteggi inferiori del 20% rispetto ai loro compagni di classe che non si erano affidati alla tecnologia.

Insomma, la tecnologia si rivela decisamente meno utile quando arriva il momento della verifica formale

Un fenomeno, questo, che capovolge decenni di saggezza convenzionale, secondo cui gli studenti che ottenevano buoni voti nei compiti a casa tendevano, di riflesso, a fare bene anche agli esami. Oggi ci troviamo di fronte al paradosso opposto: sono proprio questi presunti "migliori" a ottenere i risultati peggiori quando arriva il momento di chiudere i laptop.

L'illusione della competenza e l'impatto cognitivo sul cervello

Tali dinamiche non sorprendono chi vive quotidianamente il mondo accademico sul campo. Un professore della Brown University, riporta ‘Futurism’, ha notato durante quest'anno accademico che i suoi studenti avevano ottenuto risultati sospettosamente alti in un esame di metà corso da svolgere a casa, con un punteggio medio vicino al 100 e la metà degli iscritti in grado di ottenere il massimo dei voti. 

Sospettando fortemente che l'Intelligenza Artificiale avesse giocato un ruolo chiave, ha deciso di affrontare la classe e ha modificato le regole, imponendo che l'esame finale si svolgesse in presenza

L'intuizione si è rivelata (probabilmente) corretta: il punteggio medio all'esame finale è crollato al 48%, in un corso dove storicamente la media non era mai scesa sotto il 65%. Ancora più emblematico è il fatto che dozzine di studenti non si siano nemmeno presentati all'esame finale, e la maggior parte di questi erano proprio coloro che avevano ottenuto punteggi perfetti nel test a casa.

Altre ricerche hanno esplorato a fondo gli effetti cognitivi dell'Intelligenza Artificiale sull'apprendimento. Uno studio del MIT pubblicato all'inizio di quest'anno ha scoperto che gli studenti che utilizzavano l'AI per farsi aiutare nella stesura di un saggio mostravano un'attività cerebrale inferiore rispetto agli studenti che non ne facevano uso. 

Il dato più preoccupante è che il gruppo supportato dall'AI faticava persino a citare i propri stessi testi e, quando è stato chiesto loro di scrivere un successivo documento senza alcun aiuto tecnologico, la loro attività cerebrale è rimasta a un livello ridotto. 

In linea con queste scoperte, altri studi hanno dimostrato che l'uso massiccio di queste intelligenze compromette il pensiero critico ed è stato persino associato a perdite di memoria

Il problema dell'inflazione dei voti, peraltro, è già esploso: recenti indagini hanno rilevato che la percentuale di valutazioni massime nei corsi universitari considerati vulnerabili ai raggiri tramite AI, tipicamente nelle discipline umanistiche e ingegneristiche, è aumentata del 30 percento dal rilascio di ChatGPT.

Un nuovo paradigma: dallo smartphone al salto cognitivo

È pur vero, tuttavia, che non bisogna cedere a un catastrofismo fine a sé stesso. Magari tale dinamica potrebbe anche non implicare per forza un minore apprendimento generale e assoluto, ma semplicemente un profondo cambiamento nel paradigma delle conoscenze e nel modo in cui esse vengono immagazzinate dal nostro cervello. 

Velocizzare dei meccanismi noiosi o puramente mnemonici sposta l'attenzione e la concentrazione su altro, permettendo potenzialmente un salto cognitivo che altrimenti ci risulterebbe inaccessibile. 

In una certa misura – ma con le dovute differenze –, si possono trovare delle similitudini con quanto già osservato nell'ultimo decennio con l'invasione degli smartphone nella nostra quotidianità. Possiamo affermare che lo smartphone abbia causato dei danni alla nostra soglia di attenzione o alla memoria a breve termine? Sicuramente sì. Ma ha anche portato a nuove dinamiche interattive, accelerato la condivisione delle informazioni e permesso dei cambiamenti in positivo incalcolabili per la società. Tanto che non sarebbe così semplice collocare l’ago della bilancia…

I dati dello studio riportato da ‘The Economist’ suggeriscono sfumature interessanti in questa direzione: gli utenti dell'Intelligenza Artificiale che hanno impiegato all'incirca lo stesso tempo per completare i compiti rispetto a chi non la usava, hanno registrato perdite di apprendimento nettamente inferiori, anche se tali perdite erano comunque presenti. 

Questo dimostra che se lo strumento viene utilizzato non per tagliare i tempi in modo pigro, ma come un co-pilota per approfondire un argomento dedicandovi il giusto sforzo, le potenzialità di crescita rimangono intatte e il danno cognitivo viene arginato.

La tecnologia come motore inarrestabile della storia umana

Facile ricorrere all’allarmismo, più complicato cercare di comprendere il fenomeno in un quadro più ampio. Cerchiamo quindi di porci nei panni di chi vede l’altra faccia della medaglia. 

In fin dei conti, allargando la prospettiva, possiamo dire che la storia dell'uomo, in tutte le sue ere e le sue molteplici fasi, non è altro che la storia della sua tecnologia. Fin dall'invenzione della ruota o della stampa a caratteri mobili, è proprio la tecnologia, intesa come l'acquisizione e la padronanza di nuovi strumenti volti a semplificarci la vita, che permette i grandi cambiamenti sociali e intellettuali. Lamentarsi del fatto che un algoritmo scriva un testo al posto nostro potrebbe essere l'equivalente moderno di chi, secoli fa, si lamentava che i libri stampati avrebbero distrutto l'arte della memoria orale o il prezioso lavoro dei monaci amanuensi.

Ogni strumento che delega una funzione umana a una macchina genera una momentanea atrofia in una specifica abilità, ma contemporaneamente libera spazio mentale ed energie per sviluppare facoltà superiori, più complesse e stratificate. L'intelligenza generativa non farà eccezione a questa regola storica; semplicemente potrebbe cambiare il metro con cui valuteremo cosa significa "essere intelligenti" o "essere preparati" nel ventunesimo secolo. Ma il futuro per ora lasciamolo all’astrologia e ai fondi di caffè.

Il divario generazionale e l'ardua sfida per le aule scolastiche

Il problema fondamentale, tuttavia, è la velocità senza precedenti con cui si sta evolvendo questa tecnologia e il distacco generazionale che si fa sempre più marcato e impattante. 

Le vecchie innovazioni impiegavano decenni per permeare la società, dando alle istituzioni il tempo di adattarsi. Oggi, un software viene rilasciato a novembre e a gennaio ha già rivoluzionato il modo in cui milioni di studenti fanno i compiti. 

Di fronte a questo tsunami tecnologico, chi si occuperà di insegnare l'uso critico ed etico dell'Intelligenza Artificiale agli studenti? E, vista l'assoluta inevitabilità dei cambiamenti derivati dall'introduzione di uno strumento così pervasivo e potente, come farà l'istituzione scolastica a stare al passo, quando spesso i docenti si ritrovano a rincorrere i propri stessi alunni?

Per ora, in Italia si sta muovendo qualcosa in questo senso, con l’introduzione dell’AI nei programmi scolastici. Ma sarà sufficiente?

 

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