
Se si guarda alla superficie, l’università italiana scoppia di salute: i dati relativi al decennio accademico 2014-2024 fotografano un sistema in espansione, capace di attrarre quasi 300.000 nuovi iscritti portandosi alla quota record di due milioni di immatricolati complessivi.
Tuttavia, scendendo in profondità, i numeri raccontano la storia di un mondo accademico spaccato a metà: se da un lato ci sono 128 classi di laurea che intercettano i nuovi interessi dei giovani e crescono, dall’altro ben 160 percorsi formativi hanno perso studenti o sono addirittura scomparsi.
Ma quali sono le lauree che i giovani italiani stanno abbandonando? Lo rivela il portale Skuola.net analizzando un rapporto realizzato da Talents Venture. L'emorragia non è casuale, ma colpisce al cuore due pilastri storici della formazione italiana: l'area Giuridica e il comparto tecnico di Architettura e Ingegneria Civile.
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L’esaurimento del "vecchio ordinamento" è solo parte del problema
Per comprendere la reale portata del fenomeno è, però, necessaria una distinzione tecnica fondamentale Perché è vero che degli oltre 220.000 iscritti "persi" nel computo totale delle classi in calo, oltre il 60% - pari a circa 136mila studentesse e studenti - riguarda corsi del "vecchio ordinamento", ovvero percorsi ormai in via di esaurimento fisiologico.
Ma è altresì eloquente che ben 31 classi del nuovo ordinamento - quello del sistema 3+2 - in piena controtendenza rispetto al boom generale delle immatricolazioni, hanno lasciato per strada oltre 86mila studenti.
È un dato netto, strutturale, che per quasi l'80% riguarda esclusivamente i due gruppi disciplinari sopracitati.
In sofferenza, seppur con numeri più accettabili, ci sono però anche altre aree.
Come quella di Lingue e culture moderne (oltre 4mila iscritti in meno), quelle di Scienze e tecnologie agrarie e forestali e di Scienze dell’amministrazione e dell’organizzazione (con una perdita, per entrambe, di circa 3mila studenti), quella di Scienze Geologiche (più di 2mila addii).
Il crollo di Giurisprudenza: fine di un'era o solo trasformazione?
Il caso più eclatante è, senza dubbio, quello dell'area Giuridica. Da sola, questa macro-area è responsabile di quasi la metà del calo complessivo degli iscritti del nuovo ordinamento. Il dito è puntato contro un unico, storico, corso di laurea: la Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza (LMG/01).
Quello, per capirsi, che sforna i futuri avvocati e magistrati.
In dieci anni, questo percorso ha perso 42.171 iscritti, segnando una contrazione del 29%. Nessun altro corso in Italia ha subito un'emorragia simile in termini assoluti.
Tuttavia, decretare la morte delle professioni legali sarebbe un errore. L'analisi dei dati suggerisce che non sia venuta meno la voglia di studiare diritto. Semmai, è cambiato drasticamente il modo in cui gli studenti vogliono farlo.
Due indizi avvalorano questa tesi. Il primo va rintracciato nella crescita delle università telematiche su questo fronte: se isoliamo i dati sulle iscrizioni negli atenei online, la suddetta classe - Giurisprudenza LMG/01 - cresce del +53%.
Il secondo elemento, invece, va collegato all’affermazione delle lauree brevi: si assiste a uno spostamento verso percorsi più flessibili, con lauree triennali come quella in Scienze dei servizi giuridici (L-14), che nel periodo preso a riferimento ha visto più che raddoppiare i suoi iscritti (da quasi 19 mila a oltre 43 mila), con la relativa magistrale biennale LM/SC-GIUR – Scienze giuridiche, che in soli cinque anni dalla sua attivazione è passata da 106 iscritti a 1.356 in cinque anni.
Non c'è, dunque, una fuga dalla professione forense (il numero di avvocati in Italia è rimasto sostanzialmente stabile, calando solo in rapporto alla popolazione generale ), quanto una richiesta di percorsi formativi meno rigidi del tradizionale ciclo unico quinquennale.

Il paradosso del settore edilizia: cantieri aperti, aule vuote
Molto più preoccupante, perché priva di "ammortizzatori", è la situazione del gruppo Architettura e Ingegneria civile. Qui la crisi sembra, ormai, sistemica: su 12 classi di laurea disponibili, ben 10 sono in contrazione, per una perdita totale di oltre 25mila studenti, pari al 29% del calo totale degli iscritti all’università.
L’emorragia, in questo caso, colpisce duramente sia i percorsi magistrali che le triennali. Alcuni esempi? Architettura e Ingegneria edile-architettura (LM-04cu) registra un -30% di presenze (-6.689 studenti), Ingegneria civile e ambientale (L-7) si attesta al -22% (-5.837 studenti), Scienze e tecniche dell'edilizia (L-23) precipitata al -52% di iscrizioni.
Si è venuto così a creare un pericoloso cortocircuito tra università e mercato del lavoro. Mentre le aule si svuotano e crolla il numero di nuovi abilitati alla professione (-45% di architetti e -39% di ingegneri civili abilitati in dieci anni), il settore dell'edilizia corre.
Nello stesso periodo, i permessi per costruire nuove abitazioni sono cresciuti del 23% e quelli per l'edilizia non residenziale addirittura del 49%.
Architettura: la grande esclusa dalla rivoluzione digitale
E se per gli ingegneri civili esiste, come per i giuristi, la valvola di sfogo delle università telematiche (dove gli iscritti a Ingegneria Civile sono cresciuti del 161%), per gli architetti la strada è sbarrata.
Gli atenei online, infatti, non possono erogare corsi di Architettura. Di conseguenza, il calo degli iscritti nelle università tradizionali non viene neanche in parte compensato dalla formazione “flessibile”.