
Uno studio pubblicato sul 'Journal of Behavioral Medicine' ha evidenziato che circa l’85% dei timori di cui ci preoccupiamo, non si verifica. Un risultato confermato anche da un’analisi condotta dalla Cornell University, secondo cui “l'85% delle cose di cui ci preoccupiamo non accadono mai”.
Ma c’è di più: del restante 15% che effettivamente si presenta, molte persone dichiarano di riuscire ad affrontare la situazione meglio del previsto o di trarre un insegnamento utile dall’esperienza. In pratica, solo una minima parte, circa il 3%, si trasforma in difficoltà reali.
Indice:
Perché siamo così inclini a preoccuparci?
Preoccuparsi sembra essere diventata un’abitudine diffusa. Secondo uno studio su larga scala della Penn State University, pubblicato sulla rivista scientifica 'Behaviour Therapy', la mente umana tende a riempirsi di scenari negativi, spesso scollegati dalla realtà dei fatti.
Le analisi più ampie mostrano che tra l’85 e il 91% dei pensieri negativi non si avvera mai. E anche nei pochi casi in cui la preoccupazione si concretizza, la maggior parte delle persone scopre che i problemi sono comunque gestibili. In sintesi, i veri ostacoli che meritano la nostra attenzione rappresentano solo il 2-3% del totale.
Quali sono le conseguenze di un eccesso di preoccupazione
Quando le preoccupazioni diventano costanti, possono condizionare il benessere psicologico e la qualità della vita.
Le condizioni più comuni associate all’ansia anticipatoria includono:
- insonnia
- umore depresso
- attacchi di panico
- fobie
- manifestazioni psicosomatiche
Da dove nasce questa predisposizione
La tendenza a preoccuparsi ha radici profonde. Nel corso dell’evoluzione, l’essere umano ha sviluppato un sistema interno di allerta per riconoscere e anticipare i pericoli. Un meccanismo utile ai nostri antenati per sopravvivere ai predatori, ma che oggi si attiva anche per questioni lavorative, relazionali o personali.
A livello neurobiologico, un ruolo centrale è svolto dall’amigdala, che intercetta i segnali di potenziale minaccia e attiva emozioni come paura e ansia. La corteccia prefrontale contribuisce ad amplificare questo processo, spingendoci a immaginare scenari futuri e a valutare rischi che, nella maggior parte dei casi, non si presenteranno mai.