
A prima vista sembrano oggetti usciti da un sogno febbrile dopo troppe ore su internet: bacchette con mini ventilatore per raffreddare i noodles, occhiali con imbuti per mettere il collirio, magliette con griglia per indicare dove grattare la schiena, porta-fazzoletti da testa, mini ombrelli per fotocamere.
La prima reazione è quasi automatica: ma perché?
Eppure dietro questi gadget assurdi non c’è solo voglia di far ridere. C’è una vera filosofia creativa giapponese: si chiama Chindogu e celebra le invenzioni “quasi inutili”. Cioè oggetti che, tecnicamente, risolvono un problema reale. Solo che lo fanno nel modo più scomodo, ingombrante o ridicolo possibile.
Quindi sì, funzionano. Ma non abbastanza da volerli usare davvero.
Indice
Cosa significa Chindogu
La parola Chindogu può essere tradotta, in modo molto libero, come “strumento insolito” o “attrezzo strano”. Il concetto è stato reso famoso dall’inventore giapponese Kenji Kawakami, che negli anni ha trasformato le invenzioni inutili in qualcosa di più serio di una semplice gag.
L’idea di base è semplice: non tutte le invenzioni devono diventare prodotti da vendere, startup da finanziare o soluzioni efficientissime per la vita quotidiana. A volte un oggetto può avere valore proprio perché è inutile, buffo, scomodo, impossibile da commercializzare.
Un Chindogu deve partire da un problema vero. Per esempio: il ramen è troppo caldo? Allora puoi inventare un mini ventilatore da attaccare alle bacchette. Devi mettere il collirio senza sbagliare? Ecco degli occhiali con due piccoli imbuti puntati sugli occhi.
Ti prude la schiena e vuoi indicare il punto preciso? Una maglietta con coordinate stile battaglia navale può aiutare. In pratica, la soluzione esiste: solo che, appena la guardi meglio, capisci che forse era meglio tenersi il problema.

Gadget inutili, ma non a caso
La cosa interessante del Chindogu è che non basta creare un oggetto stupido. Un vero Chindogu deve avere una logica: deve essere riconoscibile, comprensibile e legato a una piccola difficoltà quotidiana. Il paradosso nasce proprio lì: più il problema è normale, più la soluzione diventa assurda.
Un esempio perfetto è il burro in stick, da passare direttamente sul toast come fosse una colla. L’idea, in teoria, ha senso: invece di usare coltello, panetto e piattino, spalmi il burro in modo rapido. Però basta immaginare la scena per capire il corto circuito: è pratico o solo inquietantemente comodo?
Stessa cosa per l’ombrellino montato sulla fotocamera: serve a proteggerla dalla pioggia, certo. Ma quanto diventa assurdo andare in giro con una macchina fotografica che sembra pronta per un picnic?

Kenji Kawakami e l’arte dell’invenzione “quasi utile”
Kenji Kawakami non ha trattato queste invenzioni come semplici scherzi. Al contrario, ha contribuito a costruire intorno al Chindogu una serie di principi.
Tra le regole più importanti c’è il fatto che un Chindogu non dovrebbe essere brevettato, venduto o creato solo per fare profitto. Deve esistere fisicamente, quindi non basta un’idea su carta, ma allo stesso tempo non deve diventare un prodotto commerciale davvero utile.
È una contraddizione voluta: l’oggetto deve stare in equilibrio tra invenzione e fallimento.
Questa filosofia è diventata famosa anche perché va contro una certa idea contemporanea di innovazione. Oggi siamo abituati a pensare che ogni cosa debba essere più veloce, più smart, più efficiente, più monetizzabile.
Il Chindogu invece fa l’opposto: prende un bisogno reale e lo trasforma in una soluzione talmente esagerata da farci ridere del bisogno stesso.