Paolo Borsellino, chi era e cosa ha fatto il magistrato ucciso dalla mafia

Sicuramente avete sentito parlare di Paolo Borsellino, il giudice siciliano amico di Giovanni Falcone e membro con lui del pool antimafia. Oggi cade il 26° anniversario della sua morte, assassinato insieme a cinque agenti della sua scorta in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio 1992. Dopo tanto tempo la sua morte è ancora oggetto di indagini, avvolta nel mistero e probabilmente oggetto di depistaggi nel corso degli anni.

Paolo Borsellino: simbolo della lotta contro Cosa Nostra

Chi era Paolo Borsellino? Sicuramente uno tra i più importanti magistrati facenti parte del pool antimafia e simbolo, insieme a collega Falcone, della lotta contro Cosa Nostra. La guerra alla criminalità organizzata siciliana ha subito una svolta grazie al lavoro di questi due uomini, ragion per cui entrambi furono uccisi a distanza di pochi mesi (Giovanni Falcone fu assassinato sull’autostrada A29 nei pressi di Capaci il 23 maggio 1992).
Nato proprio a Palermo nel 1940, Paolo Borsellino si è laureato in Giurisprudenza ed è entrato in magistratura giovanissimo, a soli 23 anni, guadagnandosi il titolo del più giovane magistrato d’Italia. Nel 1975 venne trasferito all’Ufficio istruzione del tribunale di Palermo e qui strinse un ottimo rapporto con Rocco Chinnici, suo superiore che venne ucciso nel 1983. Appena prima di morire Chinnici formò il famoso pool antimafia, un gruppo di giudici istruttori il cui lavoro di gruppo sarebbe stato dedicato solo ai casi di mafia. Di questo pool faceva parte anche Giovanni Falcone. Insieme i due giudici, circa a metà degli anni Ottanta, istituirono un maxi-processo a Palermo basato sulle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta.
Questo enorme lavoro causò non pochi problemi ai due giudici, costretti a passare con le rispettive famiglie un periodo all’Asinara per ragioni di sicurezza.
Il 1987 fu un anno di svolta: 342 condanne furono formalizzate nell’aula bunker dell’Ucciardone a seguito del maxi-processo. Il pool antimafia fu in seguito sciolto e Borsellino fu nominato procuratore di Marsala.

19 luglio 1992, strage di Capaci: muoiono Borsellino e cinque agenti della sua scorta

La Mafia, fu reso noto dopo la morte di Borsellino, stava progettando la sua uccisione già nel 1991. Dopo l’incarico a Marsala, Borsellino era tornato come procuratore aggiunto a Palermo. Paolo Borsellino visse i mesi prima dell’attentato come un “condannato a morte”. Già sapeva quale fosse il suo destino e dopo l’assassinio di Giovanni Falcone del 23 maggio 1992 – in cui morirono anche la moglie e tre agenti della scorta – denunciò l’isolamento dei giudici nelle sue ultime interviste.
La morte attesa dal giudice lo trovò in via D’Amelio, mentre stava andando a trovare la madre, quando un’auto imbottita di tritolo esplose al suo arrivo. Insieme a lui morirono cinque agenti della sua scorta. A partire da quel momento, e ancora oggi, i familiari combattono contro il mondo politico, accusando lo Stato di non aver difeso il giudice. A questo proposito la famiglia di Borsellino rifiutò anche i funerali di Stato.

Indagini strage di via D’Amelio: quello che ancora oggi non quadra

I figli di Paolo Borsellino sono ancora oggi impegnati a cercare verità inerenti la morte del padre. Di tutti i dubbi che avvolgono lìomicidio del giudice, uno dei fatti più misteriosi è quello dell'agenda rossa. Questa agenda era come una sorta di diario per Borsellino, che non se ne separava mai, ma che non è mai stata ritrovata. Nella sua testimonianza Lucia Borsellino, figlia del giudice, dichiara di aver visto il padre mettere l’agenda rossa in borsa il giorno della sua morte. Questa versione è stata poi confermata anche dal fratello Manfredi, aggiungendo anche che il padre scriveva "compulsivamente sul diario, e non per appuntare fatti personali. Era un modo per segnare eventi e cose di lavoro importanti". I familiari sono certi che, così come l’altra agenda ritrovata intatta nella borsa del magistrato, anche la celebre agenda rossa fosse stata risparmiata nell’esplosione. Peccato che quando la borsa di Paolo fu riconsegnata nelle mani dei familiari qualche settimana dopo la strage, dell’agenda rossa non c’era traccia.
A parte questo episodio, le indagini sono state piene di falsi pentiti, confessioni e condanne ribaltate. Siamo addirittura recentemente arrivati al processo quater, che ha stabilito la scarcerazione di sette innocenti condannati all’ergastolo e l’arresto di due boss mafiosi (Salvino Madonia e Vittorio Tutino, rispettivamente mandante e esecutore materiale dell’omicidio). Nelle 1865 pagine motivazionali per il quarto processo del caso Borsellino depositate il 30 giugno 2018 dalla Corte d’Assise di Caltanisetta i giudici affermano che questo è stato “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” che coinvolge uomini delle istituzioni.

Ilaria Roncone
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