Walt Disney Animation Studios - Oltre i film, tesina

Tesina per l'esame di maturità sui film Disney, indicata per liceo scientifico ma adattabile ad altri.

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E io lo dico a Skuola.net

INTRODUZIONE

L’argomento che ho scelto non deriva dal caso, ma ho pensato di coniugare, attraverso questo lavoro, quella che può essere considerata una passione con il mio percorso scolastico e allo stesso tempo mi ha permesso sottolineare aspetti interessanti di quelli che potrebbero essere definiti semplici film d’animazione. La produzione della Walt Disney Company è molto vasta e comprende lungometraggi animati, cortometraggi, film in tecnica mista, live action, eccetera. Per evitare di fare un discorso troppo dispersivo mi sono limitata ad analizzare i lungometraggi animati prodotti dalla Walt Disney Animation Studios, che passano sotto la denominazione di “Classici”. Ciò che ho voluto dimostrare con questo lavoro riguarda appunto il modo in cui nei "Classici" vengono rese le storie: ogni storia parte qualcosa, che sia un classico della letteratura, una teoria o una semplice ricerca. Ogni produzione di casa Disney si distingue dalle altre per un'idea di base che viene poi sviluppata nell'intero film. Ho cercato di ripercorrere un po' la storia degli Studios attraverso dei film significativi, sottolineando di volta in volta da cosa sono partiti i produttori e perché. Ho scelto di parlare solo dei "Classici" perché sono i lungometraggi più impegnativi, più analizzati e sicuramente anche i più famosi: a partire dal 1937 con “Biancaneve e i sette nani” fino al 2014 con “Big Hero 6” ne sono stati prodotti 54. La denominazione “Classico” si deve alle caratteristiche di questi film, tratti o ispirati da opere letterarie o fiabe o favole molto note, oltre che all'ambizione di considerare i film stessi dei classici del cinema d'animazione. Ho cercato quindi di partire da questi “Classici” in modo da potermi collegare ai vari argomenti trattati nel corso dell’anno, con molti riferimenti anche interessanti.
Così passerò dai classici riferimenti alla letteratura con "Pinocchio" e i romanzi vittoriani, per poi approdare alla storia di Atlantide e alla versione Disneyana di questo mito. Arriverò a parlare di alcuni dei film più recenti, ovvero "I Robinson - Una famiglia spaziale" e "Big Hero 6", dove le idee di base si sviluppano in un'era tecnologica e possono essere analizzati da un punto di vista filosofico uno e sulla base delle ultime ricerche fisiche l'altro.

Pinocchio

“Pinocchio” è un film d’animazione del 1940 ed è l’unico dei 54 Classici ad essere ispirato da un romanzo italiano, cioè “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzetti.
“Le avventure di Pinocchio” nasce nell’Italia di fine ‘800 come romanzo di formazione, come quasi se nella formazione del protagonista, Pinocchio, un burattino di legno che sogna di diventare un bambino in carne ed ossa, si nasconda la formazione dell’intera nazione. Pinocchio è un personaggio libero e fantastico, caratterizzato da una tendenza alla trasgressione in opposizione ai veri valori come il lavoro o l’istruzione, che alla fine si dimostreranno la retta via da seguire per poter diventare un bambino vero. Infatti, per quasi un secolo, questo libro è stato usato dalle classi dirigenti italiane per educare i ragazzi, attraverso la lettura, a quei valori condivisi nella fiaba di Pinocchio.
“Pinocchio” si basava su un romanzo con una storia molto fissa, quindi la sceneggiatura attraversò cambiamenti molto drastici prima di raggiungere la sua incarnazione finale. Nonostante la volontà di mantenersi il più possibile fedeli al romanzo di Collodi, gli sceneggiatori modificarono la trama e i personaggi per renderli più “moderni” rispetto alla storia ottocentesca del burattino ribelle e quasi inumano.
I romanzi di questo periodo cominciavano infatti ad assumere un aspetto cupo e quasi triste, come conseguenze del contesto storico vissuto, basti pensare a “Oliver Twist” di Charles Dickens, di cui parlerò anche più avanti. Il Pinocchio di Collodi è ostile alla redenzione dalle sue monellerie e per giungerci passa anche attraverso delle vere e proprie torture, come quando viene costretto a fare da cane da guardia per aver provato a rubare dell’uva a un vecchio contadino. Nel film, invece, i personaggi sono presentati in una logica diversa: Pinocchio non è più un burattino “cattivo”, che tende a fare monellerie, ma è più un burattino ingenuo che viene coinvolto involontariamente nelle situazioni, ad esempio quando il Gatto e la Volpe gli suggeriscono di marinare la scuola, o quando gli suggeriscono di andare in vacanza nel Paese dei Balocchi per le sue precarie condizioni di salute; anche la Fata Turchina è molto diversa da quella del libro, dove è una bambina dai capelli azzurri che vive in una casa in compagnia di diversi animali; nel film ha una dimensione più “divina”, in quanto è una stella del cielo, conosciuta come “Stella dei desideri”, la stella a cui Geppetto si rivolge per chiedere di trasformare Pinocchio in un bambino vero, mentre nel libro è lo stesso Pinocchio a chiedere di diventare un bambino.
Riguardo all’interpretazione del romanzo, Asor Rosa fa notare come questo libro, insieme a “Cuore”, affronti il rapporto del protagonista con una realtà ostile in modo drammatico: la realtà di Pinocchio è una realtà popolare fatta di miseria e privazioni, dove non ci si può divertire, ma solo istruire e lavorare per poter riuscire a sopravvivere. Sono proprio i valori che la classe borghese voleva passare alla classe appunto popolare; nel libro scompaiono i riferimenti al nazionalismo e il tema della famiglia si concentra per lo più sul rapporto padre-figlio, ma centrale resta il tema del lavoro e della fatica, rappresentato dalla metafora dell’isola delle “Api Industriose”. Vi è, nel libro, la preoccupazione da parte di Collodi di portare ordine e disciplina nell’inquietudine popolare dell’Italia post unitaria, in cui proprio il lavoro appare come unico obiettivo.
Ma “Le avventure di Pinocchio“ è anche e soprattutto un romanzo di formazione, considerato tra i più compiuti e perfetti da Mario Domenichelli: tutto il romanzo appare come un sogno, un sogno di avventure e di prove, alla fine del quale si risveglia un bravo ragazzo borghese, icona ideologica della società borghese e simbolo di un passaggio simbolico da una condizione di ingenuità e trasgressione a una di consapevolezza, intento pedagogico presente anche nel film, dove il burattino, grazie al suo gesto eroico, acquisisce consapevolezza e maturità e può quindi ottenere il premio promessogli dalla fatina: “Dimostrati: bravo, coraggioso, disinteressato, e un giorno sarai un bambino vero!”
Oltre l’interpretazione pedagogica che viene fatta dal romanzo, interpretato appunto come una metafora della neo Italia, una delle interpretazioni più sostenute è quella che vedrebbe la storia di Collodi come una iniziazione religiosa: il “burattino”diventa bambino in cane e ossa, approda quindi alla sua anima, passando per varie “prove” che allontanerebbero Pinocchio dal suo premio.
Anche le singole vicende si prestano a varie interpretazioni in questa linea mistico-magica, come la trasformazione in asino, che rappresenta il momento di caduta che porta poi alla redenzione, e che ricorda l’episodio delle “Metamorfosi” apuleiane in cui Lucio, spinto dalla sua curiositas, viene trasformato in asino e sarà poi il culto di Iside a tramutarlo nuovamente in uomo e salvarlo dalla sua condizione animalesca. Probabilmente la metamorfosi di Pinocchio ricalca più che altro il motivo popolare secondo cui “chi non studia diventa un asino”, ma il fatto che lo stesso Collodi pare appartenesse a una loggia massonica fiorentina spingerebbe verso l’interpretazione esoterica del romanzo.

I have noticed how different novels by English Literature inspired Disney’s movies. All those novels belonged to the Victorian Age, a very contradictory age. Each author wanted to underline an aspect of this age, for example Charles Dickens created the so called “humanitarian novel”, Rudyard Kipling exalted British imperial power, Lewis Carroll created the “nonsense” novel and Robert Luis Stevenson tried to capture the illogical aspects of this society.
In Walt Disney Animation Studio’s production we can find this kind of novel.

Alice in Wonderland
From Carroll’s books derives Disney’s “Alice in Wonderland”, in which the story is a mixture of “The Adventure of Alice in Wonderland” and “Through the Looking Glass”, both written by Carroll. He created a nonsensical universe where social rules and conventions disintegrate, the cause/effect relationship does not exist, and time and space have lost their function of giving an order to human experience.
The book is designed as a critique to the Victorian Society.

The Jungle Book
Disney’s “The Jungle Book” derives from “The Jungle Book” written by Rudyard Kipling: he wrote some stories about jungle and put them together into a book. The plot is based on the first three stories that tell the story of Mowgli, a baby who grow up in a herd of wolfs, and his adventures with the animals of the jungle The first versions of the script and the soundtrack followed more the work of Kipling, with a dramatic, dark and sinister tone. At the end, Walt Disney decide to change the style of his story to adapt it to a family film.

Treasure Planet
“Treasure Planet” is a futuristic twist on Robert Louis Stevenson’s “Treasure Island”.
The protagonist is Jim Hawkins, a restless teen, who goes to a fantastic journey across the universe as cabin boy aboard a majestic space galleon. During this journey he befriends with John Silver, a cyborg who wanted to make a mutiny because he is looking for a very important thing: the Treasure Planet, where the treasure of a famous pirate is buried.
The book begins as a Bildungsroman and this is perfectly highlighted in the film, where Jim has an evolution, becoming a mature guy from a rebel. Stevenson also wanted to underline the pontential ambiguity of morality, in particular in the character of the cyborg John Silver: he, in fact, has a gentle behavior to Jim but he has an evil intent in the end.

Oliver & company
I think that the most interesting is however “Oliver & company”, the adaptation of Charles Dickens’s “Oliver Twist”, produced by Walt Disney Animation Studios in 1988.

It’s very interesting to see how the story of Oliver in interpreted in this movie: the young Oliver is a cat, Fagin’s band is composed by stray dogs and the whole story is set in the chaotic and modern New York City.
Oliver, a homeless kitten, roams the streets of New York, where he is taken in by a gang of stray dogs who survives by stealing from others. During one of these criminal acts, Oliver meets a wealthy young girl named Jenny. This meeting will forever change his life: after being adopted by Jenny, Oliver takes a liking to her and decides to give its old life. In the end, when the girl is in trouble, he will prove to be the real hero of the story, despite being just a puppy, he knows how and when externalize his courage.


With the excuse to give to the story the appearance of a movie for children with a happy ending , the resemblance with the story and characters of Charles Dickens’s novel is really vague, in particular for Fagin and Sikes.
In Disney 's movie Fagin is a homeless street but a positive figure, motivated by feelings such as generosity; in the novel he is instead an old Jew , a blackmailer who exploits children without families for its shady dealings. In the animated film all the worst human characteristics fall exclusively on Sikes, who blackmails Fagin while in the novel Sikes is a thief, victim of the deceptions of the old Jew.
The thief, at the height of his desperate life died tragically as a result of a fall from a roof and Fagin is hanged for his crimes.

In the end, we can say that Dickens’s aim is respected in Disney’s movie. The cat Oliver, as in Dickens’s “Oliver Twist”, is the most important character because it can be considered the moral teacher for adults: Fagin is accustomed to live like a thief; thanks to Oliver he learns to live in a family, because Jenny’s family adopts the whole gang.

ATLANTIS – L’impero perduto

Il film è del 2001 ed è ambientato nel 1914 in America, da cui parte una spedizione per individuare la leggendaria isola perduta di Atlantide . È una storia fantastica con ripetuti riferimenti al romanzo “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne e alla storia di Atlantide narrata da Platone in alcuni suoi dialoghi.
Il film si apre infatti con una citazione in cui Platone parla proprio di come l’isola sarebbe scomparsa “in un solo giorno e notte di disgrazia”; le prime scene raccontano di come Atlantide sia sprofondata negli abissi dell’Oceano Atlantico dopo essere stata colpita da un violento tsunami e una pioggia di meteoriti.
Per difendere la città si attivano degli automi, alimentati dal “cuore di Atlantide”, un cristallo con un forte potere, che ha bisogno però di un tributo, del quale si impossessa: un membro della casa reale. Due volte nel corso del film avverrà questa scelta, la prima volta sarà sacrificata la regina, la seconda la principessa Kida.
8800 anni dopo comincia l’avventura raccontata del film: il protagonista è il giovane Milo Thatch, linguista tuttofare dell’università di Washington, nella quale, tra una pausa e l’altra, si mette a studiare il mistero di Atlantide. Vorrebbe partire insieme ad una spedizione per cercare la tanto amata isola, ma l’università rifiuta di finanziargli la spedizione e decide di abbandonare definitivamente l’università. Improvvisamente riceve l’aiuto di un anonimo benefattore, il quale gli dona il “Diario del Vecchio Pastore”, un manoscritto vichingo con importanti indicazioni per arrivare ad Atlantide. Con l’aiuto del signor Whitmore, che gli finanza anche la spedizione, parte alla volta di Atlantide. Dopo aver affrontato vari problemi, tra i quali lo sconto con il Leviatano, la spedizione giunge ad Atlantide, dove incontra la principessa Kida, che racconta di come il suo regno stia andando in rovina per cause sconosciute. Milo decide di aiutare Kida, e insieme leggono la storia di Atlantide, riuscendo ad avere molte informazioni riguardo il “cuore di Atlantide”, che per anni gli atlantidesi hanno cercato senza risultati. Il capitano della spedizione è molto interessato alla gemma e appena ne ha l’occasione la ruba, compromettendo la vita di tutta Atlantide alimentata da questo cristallo. La gemma per difendersi prende possesso del corpo di Kida, come aveva già fatto con sua madre. Alla fine della storia Milo riesce a riportare il “cuore di Atlantide” al suo posto e Kida ne viene liberata, diventando la nuova regina di Atlantide.
Ovviamente la storia è molto romanzata e “fantascientifica”, ricca di elementi irreali.
L’isola è da sempre oggetto di ricerca e studi per poter trovare notizie sulla sua origine e quant’altro. Inoltre, non sono poche le teorie circa la sua posizione. Platone afferma nei suoi dialoghi che si trovasse aldilà delle “colonne d’Ercole”, nell’Oceano Atlantico. Alcuni scienziati ipotizzarono che la sua posizione fosse tra Sud America e Africa: ci si chiese infatti come fosse possibile che alcuni resti fossili, tra i quali ad esempio il Mesosaurus e il Cynognathus, si trovassero sia in Africa che in Sud America. Gli scienziati ipotizzarono allora che tra questi due territori ci fosse l’isola di Atlantide e che gli animali potessero quindi spostarsi liberamente da una zona all’altra.

Oggi sappiamo che non è così, e il primo a dare una svolta a questa teoria fu lo scienziato Alfred Wegener, il quale, nel 1910, ipotizzò che all’origine del mondo tutte le terre emerse fossero concentrate in un unico grande continente, la Pangea, circondata da un unico oceano, la Panthalassa. Nel corso delle varie ere geologiche questo continente si sarebbe via via frammentato, dando origine alla “deriva dei continenti” che li avrebbe portati alla posizione che hanno oggi. Restava ora da decidere attraverso quali forze fosse possibile che i territori si dividessero. In questo Wegener fece un errore, in quanto credeva che la forza venisse dall’esterno, fosse generata dai moti della Terra. Dopo la sua morte è stato invece osservato che questi movimenti siano interni alle zone stesse: alcuni militari durante la Guerra Fredda, esplorando i fondali oceanici, videro che l’Oceano era in espansione. Da questo partirono tutta una serie di studi che portarono a definire la teoria della “tettonica delle placche”, che riusciva a unificare fenomeni diversi. La terra, infatti, risulta divisa in 6 macrozone, i cui margini si possono individuare attraverso la presenza di vulcani, epicentri di terremoti e catene montuose.
Eliminata quindi l’ipotesi di Atlantide, a tutt’oggi resta un mistero.

I Robinson – Una famiglia spaziale

“I Robinson – Una famiglia spaziale” è un film d’animazione del 2007 e forse uno dei meno conosciuti, ma per niente banale. E’ incentrato sulla storia di Lewis, un piccolo genio purtroppo orfano, che vuole in tutti i modi trovare la sua madre biologica e per farlo “inventa” un dispositivo che su uno schermo proietta i ricordi in modo da cercare il volto della madre che deve aver visto almeno una volta nella vita. Per una serie di eventi l’invenzione viene sabotata e un ragazzo venuto dal futuro lo mette in guarda da un misterioso “uomo con la bombetta”. I due ragazzi viaggiano nel tempo e arrivano in un futuro non troppo lontano da cui proviene questo ragazzo, Wilbur. Vittima di varie avventure insieme alla famiglia di Wilbur, si scopre presto che il ragazzo non è altro che il figlio di Lewis, che ha viaggiato grazie alla macchina del tempo costruita da Lewis stesso e che il misterioso “uomo con la bombetta” non è altro che il vecchio compagno di stanza di Lewis, Mike Yagoobian detto Grufolo, che nella vita ha collezionato solo insuccessi e decide di vendicarsi su Lewis che invece è diventato uno scienziato molto importante.
Ma la vera mente diabolica non è “l’uomo con la bombetta”, ma la bombetta Doris! Inventata da Lewis come tuttofare per gli uomini, la bombetta è consapevole delle sue grandi potenzialità e decide di ribellarsi al suo inventore che vuole solo schiavizzarla e trova nel fallito Mike il “corpo” ideale da sfruttare per poter raggiungere il suo scopo: costruire un mondo in cui le bombette hanno il dominio sugli uomini. Mike riesce a cambiare il flusso temporale e la famiglia di Lewis non esiste più e neanche suo figlio, ma il mondo è dominato da Doris che uccide perfino Mike e costruisce moltissime sue simili, che sottomettono gli uomini. Per salvare il futuro, Lewis ripara la macchina del tempo in modo da avvertire Mike sul progetto di Doris e sul futuro che lo aspetta. Di fronte alla verità, Mike decide di non fidarsi di Doris e a questo punto Lewis decide che non inventerà Doris, facendo scomparire all’istante lei e tutto il mondo tecnologico che ha costruito. Il flusso del tempo riprende il suo corso e può tornare nel passato. Prima però ha una grande sorpresa: incontrare sé stesso nel futuro e vede cosa sarà in grado di fare. È molto curioso su ciò che gli riserva il futuro e fa moltissime domande ma il “Lewis grande”, diventato Cornelio dopo l’adozione, gli dirà solo una cosa: fare le scelte giuste e guardare sempre avanti.
Il film offre moltissimi spunti di riflessione, ma sicuramente quello più interessante è la riflessione sulla tecnologia. Molti filosofi infatti negli ultimi tempi si sono interessati di questo argomento, offrendo varie interpretazioni. Vittorio Possenti, per esempio, offre una riflessione su questo tema, confrontando pro e contro circa l’influenza della tecnica nella vita dell’uomo. L’uomo la sfrutta da sempre per “compiersi” e completarsi, ma per quanto la tecnica appaia “antica quanto l’uomo”, e quindi ormai indispensabile, lo stesso non vale per la tecnologia, nata dall’uomo, la quale acquista sempre più successo, dividendo gli atteggiamenti in progressisti - ottimisti e apocalittici - pessimisti. Il carattere ambivalente della tecnologia deriva dal fatto che per quanto il futuro sembri migliorare vi è sempre una minaccia dietro l’angolo, e questo è ben evidente nel film: la bombetta Doris, inventata da Lewis per migliorare la vita dell’uomo, alla fine finisce per sentirsi superiore e sentire il diritto di soggiogare l’uomo stesso. La tecnologia è molto più forte della tecnica: infatti, non solo agisce sull’uomo, ma lo influenza, mutando la comprensione che egli ha di sé. Ciò che si rende necessario, e ciò che molti filosofi del Novecento hanno affrontato, è una riflessione sulla tecnica e sulla tecnologia, come ha fatto ad esempio Hans Jonas nel suo volume “Principio Responsabilità”, dove propone “un’etica per la civiltà tecnologica”. La crescita smisurata che il potere della tecnica sta via via acquisendo rende necessario un nuovo imperativo categorico, ovvero “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”. L’imperativo, quindi, non si limita più alla sola sfera privata, ma si ampia a una sfera pubblica, dove la vita acquisisce il fine della conservazione della vita, un “dover essere” più importante dell’ “essere”. Si deve garantire il futuro dell’umanità, passando da un’etica della prossimità a un’etica dei posteri. Nel cartone questo si può evincere nelle battute finali, quando Cornelio dice al piccolo Lewis di “fare le scelte giuste e guardare sempre avanti”, non concentrarsi quindi solo sull’adesso, ma guardare a un futuro in cui non si compromette l’esistenza della vita. Per questo, afferma Jonas, si rende necessaria una nuova etica, perché nessuna di quelle tradizionali fornisce una concezione di “bene” o “male” sulla base del nuovo pericolo della tecnologia. È una ricerca che Jonas definisce “euristica della paura”, cioè la ricerca della nuova etica stimolata dalla paura verso questo “Prometeo” che potrebbe scatenarsi da un momento all’altro, per guidare l’uomo nella nuova civiltà tecnologica. La paura è indispensabile perché rende visibile la minaccia e imperativa la responsabilità verso il bene minacciato.
“Il principio responsabilità contrappone il compito più modesto, dettato dalla paura e dal rispetto, di preservare l’uomo, nella residua ambiguità della sua libertà, che nessun mutamento delle circostanze può mai sopprimere, l’integrità del suo mondo e del suo essere contro gli abusi del suo potere.” (Hans Jonas, “Principio responsabilità”, 1979)

Big Hero 6

In una fantastica città di nome San Fransokyo, Hiro Hamada, nonostante abbia solo 14 anni, è un fenomeno con la tecnologia ma è suo fratello Tadashi quello con la testa a posto tra i due. Orfani da tempo dei genitori, i ragazzi vivono con la zia Cass. Una sera Tadashi porta il fratello a visitare la sua università, un luogo d’élite per nerd incredibilmente geniali. Qui Hiro conosce i quattro amici di Tadashi e, soprattutto, Baymax: l’ha progettato il fratello come operatore medico, “per aiutare molte persone”. Hiro incontra anche il professor Robert Callaghan: sarà lui a convincerlo definitivamente a iscriversi in quel luogo fantastico, ma per riuscire ad entrare deve progettare qualcosa di assolutamente geniale. Così nascono i microbot, piccolissimi robot comandati da un trasmettitore neurale. Hiro stupisce tutti con la sua invenzione, anche il professor Callaghan, che gli permette di entrare nell’università. Ma la gioia dura poco: Tadashi e il professore restano coinvolti in un incendio all’università e se ne perdono le tracce. In preda allo sconforto, Hiro si chiude in casa, ma ritrova Baymax e si decide a vendicare la morte di suo fratello. Insieme a loro ci sono anche i 4 amici di suo fratello, ed insieme formeranno la banda di super eroi “Big Hero 6”, da cui il film prende il nome.
Il film è ricco di nomi strampalati ma mai casuali, come la stessa San Fransokyo, e di leggi fisiche al confine del reale, ma non irreali. Per creare il film, infatti, il team di ricercatori di casa Disney ha svolto molte ricerche nel campo della fisica e della robotica, soprattutto per produrre il personaggio di Baymax. Non volevano che fosse un classico robot in metallo dall’aspetto anche poco rassicurante, ma doveva ispirare fiducia, dal momento che il suo primo ruolo era quello di “assistente sanitario”. Si sono informati prima di tutto con gli esperti della Carnegie Mellon University, i quali hanno parlato delle ultime ricerche in campo robotico, che sono molto vaste, in particolare sulla robotica “soft”, come ad esempio un braccio in vinile gonfiabile che permette di svolgere varie attività. Da questo nasce l’aspetto di Baymax: un enorme robot in vinile in modo da dargli un aspetto “rassicurante e coccoloso” con uno scheletro in fibra di carbonio, che si attiva quando sente “ahi!” e si disattiva quando il suo paziente è “soddisfatto del trattamento”. “L'amore di Hiro per la tecnologia s'ispira in parte ai ricercatori giapponesi”, afferma Hall, il regista del film. "Tutti i realizzatori sono stati influenzati dalla cultura popolare giapponese e dai robot costruiti da loro. I loro robot sono diversi da quelli occidentali. In Giappone, i robot sono la chiave per un futuro promettente. Servono a rendere il mondo un posto migliore”.
Anche per sviluppare i microbot di Hiro sono state svolte delle ricerche, in particolare all’Università della California, Los Angeles (UCLA), alla Carnegie Mellon University e al MIT. Alla UCLA infatti lavorano già con nanobot di dimensioni molecolari, e anche se ciò che Hiro riesce a fare nel film tramite il trasmettitore cerebrale non è ancora possibile, la tecnologia esiste ed è in sviluppo.
Infine, ma non meno importanti, sono state le ricerche svolte per il finale del film, per dare a tutto un tocco di credibilità in più: il finale del film prevede l’apertura di un portale spazio-temporale, un portale in cui era stata intrappolata da Krei, direttore di un importante industri tecnologica, la figlia e professor Callaghan, Abigail. Infatti, si scopre che il professore in realtà non è morto, ma ha rubato i microbot di Hiro per potersi vendicare di Krei. Per realizzare la scena finale si sono rivolti al professor Sean Carroll, ricercatore della CalTech, specializzato in energia oscura e relatività generale, che si occupa anche di meccanica quantistica, studi sull’universo e cosmologia. Nell’ultima sua opera, “Dall’eternità a qui”, ad esempio, parla dei viaggi nel tempo e nello spazio, come avviene nel film con il portale spazio-temporale.

"Credo che i cineasti siano stati molto astuti ad assicurarsi che ciò che accade nel film sia conforme alla vera ricerca. Regala al film un po' di credibilità, e inoltre gli scienziati sono persone creative che potrebbero avere idee interessanti". Questo è quello che Sean Carroll pensa del film e quello che gli autori hanno cercato di trasmettere con questa pellicola: “L’unico limite è l’immaginazione.”.

CONCLUSIONE

A conclusione di questo lavoro mi sembra interessante far notare come le prospettive degli Animation Studios stiano cambiando: se prima ci si ispirava soltanto a romanzi famosi e fiabe per bambini, oggi la fantasia ha preso il sopravvento e più che rifarsi direttamente a storie precostituite si cerca di focalizzarsi sui temi e sul messaggio che il film vuole trasmettere, e questo lo si può vedere benissimo da film come “I Robinson – Una famiglia spaziale” e “Big Hero 6”, ma anche da altri film che non compaiono in questo lavoro, come “Ralph Spaccatutto” (2012), “Bolt – Un eroe a quattro zampe” (2008), “Chicken Little” (2005) e molti altri, che fanno parte di un periodo detto “sperimentale”.
Alla fine, come diceva Walter Elias Disney, “If you can dream it, you can do it”, ed è quello che gli Studios mettono in pratica da sempre: se si può immaginare, sognare, credere in qualcosa, allora si può anche costruire un film dove renderlo reale e trasmettere quel messaggio che vuoi condividere con il mondo, ed è lo scopo che hanno questi film, che anno dopo anno propongono nuovi spunti di riflessione in relazione al mondo in cui si vive.


“Da queste parti, comunque, non
guardiamo indietro a lungo.
Andiamo sempre avanti, aprendo nuove porte e
facendo cose nuove, perché siamo curiosi...
E la curiosità ci porta verso nuovi sentieri.”
Walt Disney

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