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La condizione femminile

I principi dell’emancipazione della donna nella cultura europea tra l’800 ed il 900

Tesina per il colloquio dell’Esame di Stato

Anno scolastico 1999-2000

Alla mia amica Angela

perché è veramente grande!

La donna: creatura fisicamente debole o forte? Intelligente quanto o meno dell'uomo? Capace di scelte autonome o bisognosa del costante appoggio maschile? Angelo del paradiso o demoniaca tentatrice? Dolce e innocente o perversa e ingannatrice?

Questo è il quesito che emerge negli autori di ogni tempo e di ogni cultura.

Il lavoro vuole ripercorrere nel tempo le fasi che avrebbero dovuto condurre all’emancipazione femminile. Nella tesina, infatti, viene illustrato, attraverso l’esame di parti estrapolate da alcune opere letterarie, il pensiero di coloro che, nel panorama culturale europeo, hanno messo a fuoco questo problema.

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Il XIX secolo: l’età dell’industrializzazione

Nella prima metà dell’800 si assiste in Europa allo sviluppo rapidissimo di due fenomeni: l’urbanizzazione e l’industrializzazione.

I rivolgimenti che questi determinarono nei vari ambiti incisero sulla vita di uomini e donne dell’epoca, determinando rivoluzioni sul piano demografico, agrario, commerciale, tecnologico. Questo processo di sviluppo venne inaugurato alla fine del 700 da due eventi di enorme importanza: la rivoluzione francese e quella americana, alla cui base era la rivendicazione di libertà, uguaglianza e proprietà. Anche le donne contribuirono attivamente alla Rivoluzione Francese e alla proclamazione degli ideali d’uguaglianza e libertà. Si diffuse in questo modo una forte consapevolezza dei diritti delle donne, supportata dal pensiero illuminista.

Nel settembre 1791 la francese Olympe de Gouges presentò come replica alla "Dichiarazione dei diritti dell'uomo" una "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina". Nel suo scritto de Gouges sosteneva che la rivoluzione aveva sì abolito i privilegi feudali, ma doveva fare altrettanto con i diritti del maschio, e rivendicava l'uguaglianza della donna e dell'uomo sul lavoro "senza nient'altra distinzione che le loro virtù e i loro talenti".

In Inghilterra nel 1792 Mary Wollstonecraft denuncia nel suo saggio "Rivendicazione dei diritti delle donne" che la condizione di inferiorità femminile è un concetto artificiale, imposto alla donna da una cultura di tipo patriarcale. L'opera reclamava il diritto femminile all'educazione, al lavoro e alla vita pubblica. La Rivoluzione industriale diede origine ad alcuni importanti mutamenti, che influirono sulla condizione della donna e che si fecero particolarmente evidenti nella seconda metà del XX secolo.

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Con la meccanizzazione del settore tessile le donne costituirono la principale manodopera delle fabbriche e la figura della filatrice e tessitrice domestica fu sostituita da quella dell'operaia. Infatti grazie al perfezionamento dei macchinari, gli imprenditori trovarono più conveniente assumere donne e bambini, dato che il loro salario era inferiore a quello degli uomini e potevano essere sfruttate più facilmente.

Oltre all'industria tessile altri settori si avvalsero della manodopera femminile: era notevole la presenza di donne nei calzaturifici, nelle cartiere, nelle fabbriche che producevano materiale edile, nel settore metallurgico. Le donne erano presenti anche nei settori economici in piena espansione per esempio nella tipografia dove si occupavano della composizione dei testi.

La presenza femminile era notevole anche nelle miniere dove, in particolare, si occupavano di trasportare il carbone in superficie, sostituendosi a cavalli e macchinari. Nel settore delle confezioni lo sfruttamento delle donne era notevole, le condizioni di sicurezza assai scarse. Per rispettare i tempi di consegna le operaie seguivano orari di lavoro massacranti (dalle 5 di mattina alle 10 di sera). Inoltre le lavoranti erano assunte a stagione per cui spesso rimanevano disoccupate gran parte dell'anno. Tale forma di lavoro divenne poi nota col nome di "SWEATING SYSTEM", ovvero "sistema che fa sudare".

L'800 fu però il secolo che vide l'exploit del servizio domestico, a causa del consolidamento della società borghese e dello sviluppo delle città. Le donne in particolare ricoprivano numerosi ruoli: nutrice, cameriera, bambinaia, cuoca, istitutrice… Un altro fenomeno correlato allo sviluppo dei centri urbani fu la prostituzione che dilagò in tutte le città europee dove l'industrializzazione era massiccia.

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Non di rado le prostitute erano giovani operaie che non riuscivano a vivere del loro misero salario.

A partire dalla seconda metà del secolo le donne cominciarono a introdursi in alcuni settori di produzione totalmente nuovi e a rivaleggiare con gli uomini per conquistare posizione nelle attività fino ad allora di appannaggio maschile.

In conseguenza delle necessità poste dalla guerra di Crimea (1854) comparvero le prime infermiere non appartenenti al clero: molte giovani si offrirono di lavorare negli ospedali d'oltre mare, e la loro proposta venne accolta, così nacque una nuova professione femminile. Anche i grandi magazzini diedero impiego ad un gran numero di donne.

Una delle conquiste decisive del ventesimo secolo fu l'ingresso delle donne negli uffici e nell'amministrazione. Considerati tradizionalmente posti riservati agli uomini, l'inserimento delle donne fu tutt'altro che facile fino alla diffusione della macchina per scrivere nell'ultima fase del secolo. Da allora sempre un maggior numero di donne fu inserito nelle poste, società dei telefoni e casse di risparmio.

Com'era già avvenuto in tempi precedenti i lavoratori continuarono a manifestare la loro opposizione all'impiego di donne nell'industria, ritenendo che usurpassero lavoro agli uomini e che il posto delle donne fosse tra le pareti domestiche. Trascorrendo le giornate in fabbrica le operaie trascuravano le faccende di casa, compito femminile per eccellenza.

I dirigenti stessi del movimento operaio non contribuirono a smorzare la polemica. Per esempio secondo il pensatore francese Proudhon, la donna doveva stare accanto al focolare e badare alle incombenze domestiche: la sua funzione era la procreazione, pertanto la donna che lavorava rubava il posto all'uomo.

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I leaders del movimento operaio della 1 internazionale riaffermarono questi concetti in ogni congresso, il che impedì concreti passi avanti nell'emancipazione femminile.

La questione rimase chiusa a nuove prospettive fino al 1870: s'incominciò allora ad accettare la realtà, e si capì che la miglior cosa da fare era dunque unire le forze e lottare per migliorare le condizioni di lavoro. Una delle associazioni professionali che si distinse in tal senso fu quella dei rilegatori di Parigi.

Invece in altre località d'Europa e d'America la persistente ritrosia dei sindacati ad accettare le lavoratrici, portò queste ultime a costituire sindacati femminili. In Inghilterra Emma Paterson diede impulso al sindacalismo femminile al fine di meglio difendere interessi delle lavoratrici e dirigerne le lotte e le rivendicazioni.

Nel 1874 costituì la "Women's Protective and Provident League" che si trasformerà poco più tardi nella " Women's Trade Union League", che riuniva le varie associazioni e i sindacati femminili dell'Inghilterra.

Anche negli Stati Uniti d'America fu fondata la "Women's Trade League" che riuniva le varie associazioni operaie femminili a livello nazionale.

Il sindacalismo femminile fu infine assorbito dal movimento operaio, giacché si stava generalizzando la tendenza ad integrare le donne nelle organizzazioni maschili.

Per quanto riguarda la situazione delle donne della classe media e della borghesia, l'unica occupazione era quella di accudire il marito e i figli. Secondo l'ideale femminile borghese, infatti, la donna doveva essere sposa gentile e amorevole, angelo del focolare e perfetta madre per i figli.

In tal modo si diffuse l'idea di un'educazione nei confronti delle donne: l'istruzione elementare poteva migliorare la posizione della donna come educatrice della prole. Pertanto l'accesso femminile all'insegnamento primario non venne più osteggiato.

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poteva migliorare la posizione della donna come educatrice della prole. Pertanto l'accesso femminile all'insegnamento primario non venne più osteggiato.

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Il XX secolo: la donna e la lotta per i diritti

Con l'inizio del nuovo secolo la borghesia accrebbe il suo potere industriale e finanziario a partire dalla seconda rivoluzione industriale. Si ricorre ad una razionalizzazione e meccanizzazione del lavoro, che toglie spazio alle maestranze più qualificate e facilita l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro operaio.

Il primo fenomeno d'inserimento in massa delle donne nel lavoro si ebbe durante la prima guerra mondiale tra il 1914 e il 1918. I primi mesi del conflitto furono segnati dalla chiusura di molte fabbriche e officine per l'abbandono dei posti di lavoro da parte degli uomini mobilitati al fronte.

Col protrarsi della guerra i governi fecero appello alle donne perché occupassero quei posti che erano stati prima degli uomini. Il fatto accelerò l'integrazione femminile nella produzione agricola e industriale. Tuttavia alla fine della guerra i governi fecero pressione sulle donne affinché lasciassero le attività e tornassero alle loro mansioni naturali, la cura della famiglia e del focolare.

Molte accolsero l'invito, liete di liberarsi di una duplice fatica, prima in fabbrica e poi a casa; altre però lottarono per conservare le posizioni conquistate. Il numero delle donne iscritte ai sindacati aumentò in modo considerevole, così come la loro partecipazione alle riunioni e ai congressi operai.

Vennero inoltre costituite nuove associazioni sindacali specificamente femminili, poiché in determinati settori i lavoratori persistevano nell'osteggiare l'inserimento delle donne.

Il dopoguerra vide il riaffermarsi di ideologie maschiliste, militariste, intolleranti e violente. Basti pensare all'esaltazione del futurismo della guerra, dello schiaffo e del pugno, e il suo dichiarato odio per il femminismo.

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Anche il fascismo sostenne una legislazione che asserviva le donne agli uomini e che ne limitava l'ingresso nel mondo del lavoro, e promosse un ampio numero di organizzazioni femminili fasciste che avevano come obiettivo quello del controllo sulla popolazione piuttosto che far partecipare le donne alla vita pubblica.

In occasione della seconda guerra mondiale i paesi europei fecero nuovamente ricorso alla manodopera femminile: milioni di donne furono reclutate nell'industria, nei servizi ausiliari, nella difesa civile.

La struttura interna del lavoro femminile conobbe grossi cambiamenti grazie al diffondersi di una nuova concezione del lavoro stesso, visto ora come realtà necessaria che dava dignità alla donna. Diminuì così sensibilmente il numero di donne impegnate nel servizio domestico e come nutrici, e molte domestiche si avviarono al lavoro in fabbrica.

La seconda guerra mondiale vide una ridefinizione della divisione dei lavori tra uomini e donne. Le donne si orientarono verso quei settori riconosciuti socialmente compatibili con la loro condizione e che riproducevano le caratteristiche del lavoro domestico: tessile, confezioni, alimentari, insegnamento e così via.

Tutto questo apportò notevoli cambiamenti nella vita familiare. La famiglia moderna aveva alla base della sua organizzazione il lavoro casalingo della donna, non retribuito, inteso come occupazione naturale femminile.

Inoltre col venir meno del servizio domestico e delle nutrici si consolidò la figura della sposa madre idealizzata dai moralisti borghesi. La crescita e la cura della prole era una delle responsabilità di esclusiva competenza delle donne che dovevano inoltre dedicarsi al marito.

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È nella metà del XIX secolo che ebbero inizio le prime battaglie per i diritti della donna. I movimenti femminili avevano come principale obiettivo la rivendicazione dell'uguaglianza delle donne di fronte alla legge e la possibilità di accedere al voto.

Nel 1848 si tenne a New York la prima convenzione sui diritti della donna, che chiedeva parità di trattamento in diversi campi: matrimonio, lavoro salariato, proprietà e custodia dei figli. Questi obiettivi non furono raggiunti che molti anni più tardi.

Quanto ai diritti politici, lo stato dello Wyoming fu il primo a concedere il voto alle donne nel 1869 e nel 1920 questo verrà esteso a tutte le donne statunitensi.

In Europa la lotta per perseguire questi diritti cominciò solo nei primi anni del XX secolo. Tuttavia vi erano stati alcuni precedenti da parte di alcune personalità come il filosofo e politico John Stuart Mill che perse il suo seggio parlamentare nel 1868 per aver sostenuto il suffragio femminile, e che pubblicò un anno più tardi il saggio "La schiavitù della donna" che costituirà la base teorica del movimento suffragista.

Questo si sviluppa in Inghilterra a partire dal 1903 quando Emmeline Pankhurst creò "L'unione sociale e politica delle donne" (WSPU), un'organizzazione specifica femminile interna al partito labourista, finalizzata alla conquista del diritto di voto.

Il movimento fece ricorso sia a mezzi pacifici e politici, sia alla lotta violenta, arrivando persino allo scontro fisico con le forze dell'ordine.

In occasione della prima guerra mondiale il movimento suffragista si scisse in due correnti: riformista e socialista.

La battaglia delle suffragette continuò anche dopo la guerra e nel 1928 l'Inghilterra concesse il diritto di voto a tutte le donne maggiorenni.

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In altri paesi il voto fu concesso anteriormente: Finlandia (1906), Danimarca (1915), Olanda (1917), Germania (1918), Spagna (1931), Francia (1945).

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