Estratto del documento

Riccardo Gallerani

5 A liceo scientifico

“Allegretti” Vignola

Tesi di maturità Anno scolastico 2008/2009

“Mafia: il mostro mutante”

Viaggio tra gabellotti, uomini d’onore, guerre, stragi, mafia globalizzata, lotta degli uomini uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza 1

Origini delle mafie e radicamento sul territorio

Analizzare oggi le origini delle mafie in Italia alla luce di ciò che sono diventate, ossia delle organizzazioni imprenditoriali internazionali con infiltrazioni in tutti i settori, da quello economico a quello politico, appare un puro esercizio retorico, a meno che non si consideri la mafia come “mentalità” che ancora oggi è la stessa di secoli fa, e non come “sistema” che invece nei secoli si è profondamente trasformato.

Camorra

È l’unico fenomeno mafioso che ha origini urbane, nasce agli inizi dell’800 nella città di Napoli, come risulta dalla documentazione di un “processo” svoltosi davanti al tribunale “Grande Mamma” della camorra, la cosiddetta risalente al 1819.

Pervasiva, controlla in modo ossessivo il territorio ed ha un altissimo rapporto di integrazione con gli strati più poveri della popolazione. Ha avuto solidi sempre legami con la politica, da questa utilizzata: dai Borboni contro i liberali prima, dai liberali contro i Borboni poi.

Costituitosi lo stato unitario è stata più volte chiamata in campo per condizionare risultati elettorali ed è l’unica organizzazione criminale riuscita a far parte di un corpo di polizia che su espresso invito è addirittura.

Nel corso della sua storia ha avuto un andamento carsico: “la sua duttilità, la sua stretta integrazione con società, politica ed istituzioni, le hanno consentito, in momenti di difficoltà, lunghi periodi di mimetizzazione nella più generale illegalità diffusa che caratterizza la vita dei ceti più poveri di Napoli, al termine dei quali è emersa con forza”. Questo scrive la Commissione Antimafia nel 1993.

Un importante studio di Giuseppe Alongi a fine Ottocento la considera “un relitto storico”. Nel 1915 l’allora capo della camorra Del Giudice la dichiara sciolta ed il fascismo si vanta della sua soppressione.

Risorge costituita da un insieme di bande che si compongono e si scompongono con grande facilità. Questa struttura pulviscolare è stata sostituita da una organizzazione gerarchica in due occasioni negli ultimi decenni: nella seconda metà degli anni ’70 dalla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e dalla Nuova Famiglia di Bardellino-Nuvoletta-Alfieri alla fine degli anni ’70, sorta d’intesa con Cosa Nostra proprio per contrastare Cutolo.

Tutti esperimenti cessati dopo pochi anni: la prima per la sconfitta di Cutolo, la seconda per il venir meno della ragione dell’alleanza dopo la sconfitta di Cutolo.

Oggi è illimitato l’ambito degli affari della Camorra, anzi del “Sistema”, e va dall’usura al contrabbando di sigarette, dal traffico di droga alle truffe ai danni della UE, dalle estorsioni alle rapine, dalle scommesse clandestine al traffico di armi e soprattutto, come raccontato da Saviano nel suo viaggio dentro al mondo affaristico della camorra, in tutto il traffico di “merci” e nel loro ciclo di vita.

Le merci “fresche” sotto le forme più svariate, abiti griffati, videogiochi, orologi, oggetti del commercio di ogni genere che arrivano a Napoli per poi invadere i mercati di tutta Italia.

Poi le “merci morte” che da tutta Italia e da tutta Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, rifiuti tossici di ogni tipo e addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversati” nelle campagne campane avvelenando, oltre al territorio, ogni tipo di attività “lecita” che uno sprovveduto possa tentare di intraprendere. 2

‘Ndrangheta

Nasce e si afferma nella seconda metà dell’Ottocento in Calabria, una regione dal tessuto economico fragile, priva di un significativo apparato industriale e con deboli ceti imprenditoriali.

Clan di picciotti vengono segnalati nel circondario di Palmi, nella Locride e nella cintura di Reggio Calabria.

Uno dei documenti più interessanti di quel periodo è una denuncia anonima inviata nel 1888 al Prefetto di Reggio Calabria Francesco Paternostro, che rivela l’esistenza a Iatrinoli, uno dei tre borghi che dettero poi vita a Taurianova, di “una setta che nulla teme”.

Rispetto a Cosa Nostra ha una struttura orizzontale. Ogni famiglia ha il pieno controllo del territorio su cui opera ed il monopolio di ogni attività, lecita o illecita.

Si fonda in larghissima misura su una famiglia di sangue ed i vincoli parentali tra le varie famiglie vengono rinsaldati con matrimoni incrociati, per cui è difficile trovare dei pentiti.

Rigidissima è la gerarchia regolata da un “codice” con vari rituali: dall’affiliazione all’investitura del nuovo adepto, al giuramento solenne, al passaggio al grado successivo fino ai processi a cui il tribunale della cosca può sottoporre i propri affiliati responsabili di violazioni alle regole sociali.

Esistono grandi contrasti tra le cosche, le cosiddette “faide”, tipica espressione della mafia calabrese. Ciò ha sempre portato a sanguinose guerre, tanto che l’‘ndrangheta si è dotata di un organismo negli anni ’80 del Novecento (Santa) di cui farebbero parte i rappresentanti delle famiglie più importanti, nel tentativo di sedare gli endemici contrasti tra le varie cosche.

Non è una commissione come quella di Cosa Nostra, ma un organismo.

La ‘Ndrangheta è oggi una delle organizzazioni criminali più potenti, non priva di rapporti con uomini politici e servizi segreti deviati, meno esposta rispetto a Cosa Nostra al fenomeno del pentitismo ed alle infiltrazioni esterne.

Il fenomeno sottovalutato in Italia, a cui si aggiunge la capacità di mimetizzarsi all’estero, definita dal sostituto procuratore dello Stato della Florida Julie Tingwall “invisibile come l’altra faccia della luna”, fa capire come l’‘ndrangheta sia riuscita a prosperare quasi indisturbata fino ad essere una delle organizzazioni criminali più potenti.

Ritenuta fino a qualche anno fa un’accozzaglia di criminali dedita al pizzo ed ai sequestri di persone, si è progressivamente scoperto che le attività dell’‘ndrangheta vanno dal grande traffico internazionale di armi, potenti e micidiali, missili terra aria e lanciarazzi Mpg scoperti in un arsenale in provincia di Modena, al traffico internazionale di droga, all’estorsione.

Quest’ultima colpisce in Calabria ogni attività produttiva di reddito, senza escludere nemmeno i liberi professionisti.

Secondo una relazione della DIA conta oggi 155 cosche e circa 6000 affiliati con un rapporto tra popolazione/affiliati ai clan del 2,7%. 3

“Sacra Corona Unita”

È la cosiddetta “quarta mafia” ed ha infatti origini più recenti:

Raffaele Cutolo ad allungare per primo i tentacoli della Nuova Camorra Organizzata sulla Puglia, dando vita nel 1981 ad una organizzazione chiamata Nuova Camorra Pugliese, che però ha vita breve.

Poco dopo il 1982 arriva lo sganciamento dalla camorra e prendono corpo le prime organizzazioni mafiose pugliesi: la Sacra Corona Unita nel Salento e La Rosa a Bari.

La S.C.U. viene fondata in carcere a Lecce la notte di Natale del 1983 da un iniziato all’‘ndrangheta, Giuseppe Rogoli, all’ergastolo per l’omicidio di un tabaccaio in provincia di Bari.

C’è chi fa risalire la scoperta dell’esistenza della mafia pugliese a qualche mese prima, in una casa ad Acquaviva delle Fonti alle porte di Bari, con la cerimonia di affiliazione ad una associazione segreta il cui cerimoniere si chiama Oronzo Romano.

Dal 1987, con la “benedizione” di Rogoli, si afferma a Bari “La Rosa”, controllata dal clan dei Romano, che mantiene rapporti con altre famiglie per il commercio della cocaina.

Il Salento, comunque, resta l’epicentro della cosiddetta quarta mafia.

“Cosa Nostra”

Tralasciando una fase di incubazione, in cui si sviluppano fenomeni “premafiosi”, che possiamo definire dal XVI ai primi decenni del XIX secolo, che si collocano all’interno del processo di transizione dal feudalesimo al capitalismo in Sicilia, si può considerare la nascita di “Cosa Nostra” all’inizio dell’Ottocento nella Sicilia occidentale.

Le sue origini sono strettamente legate a quelle del latifondo che domina la struttura produttiva della Sicilia fino ai primi del Novecento.

Da una parte ci sono i contadini miserabili, dall’altra la nobiltà terriera, erede assenteista di uno degli ultimi sistemi feudali d’Europa.

Fra gli uni e gli altri, c’è un ceto spregiudicato e violento di “campieri”, “gabellotti”, “fattori” che svolge funzioni di controllo, gestione ed intermediazione delle proprietà e della produzione, tenendo a bada la latente violenza di quella smisurata platea di nullatenenti che popola la campagna siciliana.

Cosa Nostra nasce nel momento in cui i gabellotti, spesso circondati da persone dal passato violento, smettono di lavorare a nolo e, attraverso la privatizzazione della violenza, danno vita a sette, confraternite, gruppi, cosche.

Ha una struttura a sviluppo verticale: il “capofamiglia” nomina i “sottocapo”, i “consiglieri” e i “capidecina” che coordinano gli “uomini d’onore” e i “picciotti”. Questa è la “famiglia” che controlla un pezzo di territorio.

Si è detto che la causa prima della situazione che va creandosi è la condizione sociale ed economica della Sicilia, ancora feudale in pieno XIX secolo.

La mafia nasceva dalla feudalità e ne assumeva la forma: il capo mafia al posto del signore feudale, “mero e misto impero” ad esercitare quel privilegio che era del signore feudale: il diritto cioè di vita e di morte sugli abitanti dei paesi e delle campagne, il diritto di imporre tasse anche arbitrarie.

La mafia appunto doveva operare un movimento che si può assomigliare al passaggio da una società feudale ad una società borghese; quel passaggio che in Francia si realizzò attraverso la rivoluzione del 1789 ed in altri paesi attraverso quello che fu detto “l’assolutismo illuminato”, cioè quelle trasformazioni che i sovrani seppero apportare nei loro regni decidendo dall’alto e spesso contro la stessa classe aristocratica che era stata il loro sostegno.

La Sicilia non aveva avuto una rivoluzione né aveva conosciuto l’assolutismo illuminato: la terra passò dai baroni ai “borghesi” attraverso operazioni di tipo mafioso.

I contadini promossi a “campieri”, specie di carabinieri del feudo alle dipendenze del barone, e da campieri a “gabellotti”, affittuari delle terre, intimorendo i baroni, facendo loro dei prestiti con usure ingenti, derubandoli del reddito, riuscirono ad impadronirsi della terra.

Ma, servi divenuti padroni, i loro vizi furono quelli dei loro antichi padroni: volevano soltanto la terra, terra quanto più estesa possibile.

Non volevano trasformarla, bonificarla, migliorarla, far nascere industrie o incrementare i commerci, ma solo estendere le proprietà.

Della mafia come “forma primitiva di rivolta sociale, come la sola possibile rivoluzione borghese che potesse avere la Sicilia” si può trovare riscontro nel romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”, nel personaggio di Calogero Sedara.

Le parole del principe di Salina, che definisce gli aristocratici “Gattopardi” e “Leoni” e chi andrà a sostituirli “sciacalli” e “iene”, che hanno saputo operare soltanto nella dissoluzione della classe aristocratica, approfittandone.

Ma quando si sono trovati al posto degli aristocratici ad essere classe dirigente, a dirigere la cosa pubblica hanno continuato a comportarsi come sciacalli e iene: a dilaniare e divorare i beni pubblici come avevano fatto con quelli dei loro antichi padroni.

La classe borghese-mafiosa, di cui è esempio Calogero Sedara, non sa costruire, sa soltanto divorare.

Da ciò derivano i conflitti all’interno di questa nuova classe, un continuo processo di sostituzione, conflitti tra una nuova generazione e la vecchia, tra gruppi che sono già arrivati al potere, alla ricchezza, al decoro e gruppi che vogliono arrivare.

L’arrivo spesso coincide con l’annientamento, anche fisico, con la fine.

Per avere un’idea di che cosa fosse in origine la mafia, basta pensare alle considerazioni che il Manzoni, nei Promessi Sposi, svolge sul fenomeno della “braveria”.

Sgherri del tipo dei bravi, al servizio degli interessi e dei capricci dei nobili, in Sicilia furono i prototipi dei mafiosi.

In Lombardia, caduto il dominio spagnolo e subentrato quello austriaco, attraverso riforme sociali e trasformazioni economiche e soprattutto grazie alla correttezza dei funzionari statali e quindi di tutto l’apparato amministrativo dello Stato, la braveria fu naturalmente eliminata dal corpo dello Stato.

In Sicilia, perdurando le condizioni del dominio spagnolo resistendo anche quando gli spagnoli non ci furono più, le strutture sociali della feudalità, piena di puntigli, avida di privilegi, rissosa, quella che in origine era “braveria” diventò nel tempo quella che oggi conosciamo come mafia.

L’amministrazione statale che sostituiva il “mero e misto impero” dei signori feudali si rivelava debole, inefficiente, corruttibile, fatta com’era di funzionari incapaci, che dovevano il loro impiego a qualcuno o che l’avevano addirittura comprato.

Se un funzionario in Sicilia si fosse mostrato onesto, resistente alla corruzione o alla pressione dei potenti, veniva isolato o espulso come corpo estraneo.

Il “trasferimento” è stata l’arma del potere mafioso contro il funzionario che non stava al gioco.

La storia della mafia si può intendere quindi come la storia della complicità dello Stato, dai Borboni ai Savoia alla Repubblica, nella affermazione di una classe di potere improduttiva e parassitaria.

Già nella spedizione di Garibaldi, si parla di “picciotti” non come giovani che spontaneamente e consapevolmente corrono sotto le bandiere garibaldine a combattere la tirannide borbonica, che peraltro nella grande avventura di Garibaldi in Sicilia non mancarono, ma come di persone cooptate, reclutate dalla classe borghese-mafiosa e dagli ultimi baroni, per soddisfare l’aspirazione che la Sicilia diventasse colonia agricola del Nord commerciale e industriale.

Il che, ovviamente, non dispiaceva alla classe commerciale e industriale del Nord, che portò una più accentuata complicità dello Stato italiano nell’affermazione e consolidamento della classe borghese-mafiosa siciliana.

Ma i contadini non ci stanno e in questa terra arida si creano movimenti popolari, i “Fasci dei lavoratori” che nel 1893, mossi dalla consapevolezza della propria condizione di sfruttati, creano scompiglio nella società intravedendo una possibilità di miglioramento.

Queste sono rivolte soffocate dal governo, chiamato dai latifondisti ad intervenire, che giustifica la condizione delle masse contadine del sud spiegando che le teorie positivistiche che si erano affermate nella seconda metà dell’800 determinavano una sorta di inferiorità del meridionale dovuta al fatalismo che lo aveva fatto nascere in quella zona, in virtù della quale doveva sottostare alla superiorità del cittadino moderno ed emancipato del nord.

Il desiderio del popolo siciliano e del Sud in genere di migliorare la propria vita non si ferma comunque a queste chiusure positivistiche, ma continua a manifestarsi anche nel periodo giolittiano dal 1903 al 1914.

Per cui Giolitti, per ovviare alla crisi ed ad eventuali scontri, decide di dare voce alle istanze popolari presentando piani di riforma finalizzati a sanare il malcontento, riportando il mercato ad un sistema liberista.

La situazione ora si ribalta: i proprietari terrieri sono privi di appoggio, mentre le masse, oltre ad essere affiancate dal consenso governativo, incominciano a muoversi sempre più come movimenti organizzati sotto la guida del Partito Socialista, nato nel 1892.

Chiede la riforma del sistema tributario e amministrativo, l’eliminazione del clientelismo e della proliferazione dell’azione malavitosa, chiede aiuti concreti per ovviare ai danni causati dalle calamità naturali come il terremoto di Messina del 1908 e la devastante eruzione dell’Etna del 1910.

Nonostante la riforma che introduce il suffragio universale maschile, il sistema clientelare strettamente collegato all’organizzazione mafiosa deteriora questa innovazione attraverso la corruzione e la coercizione.

Le masse analfabete sono catechizzate dal clero e soprattutto dai sistemi intimidatori dell’organizzazione mafiosa.

Alle soglie della prima guerra mondiale il popolo del Sud segna la prima sconfitta del sistema sociale italiano: l’emigrazione.

Ciò che rappresenta però la vera sconfitta è l’obbligo dello Stato di andare a difendere la patria al fronte durante la Prima guerra mondiale.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità  2009

Titolo: MAFIA IL MOSTRO MUTANTE

Autore: Gallerani Riccardo

Descrizione: storia della mafia dalle origini alla crisi odierna approfondimento su peppino impastato

Materie trattate: STORIA-LETTERATURA

Area: umanistica

Sommario: SCIASCIA VITALE SAVIANO FALCONE E ALTRI

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