I.P.S.I.A. “Don Magnani” anno scolastico 2007-2008
Classe 5S “Il sessantotto
e la rivoluzione tecnologica”
A cura di Massimo Capuano
Indice argomenti
Indice pag. 2
Premessa pag. 3
Le cause della protesta pag. 4
Contro il Vietnam pag. 6
Intanto nel mondo... pag. 7
Il maoismo e il marxismo di Marcuse pag. 9
Il movimento in Europa pag. 10
Il ’68 in Italia pag. 14
La contestazione pag. 15
I cambiamenti nell’arte e nella musica pag. 19
Gli hippies pag. 22
Conclusioni pag. 24
La rivoluzione tecnologica pag. 28 2
Premessa
Negli anni ’60 il mondo occidentale evidenziava benessere economico e stabilità sociale.
Scongiurato il pericolo di una terza e definitiva guerra mondiale con l’attenuarsi degli attriti tra USA e URSS, il sogno di un’esistenza serena, agognata soprattutto in Europa durante i durissimi giorni della ricostruzione successiva al 1945, si era per molti realizzato, e negli anni ’60 molti Stati, fra i quali l’Italia, grazie a un cospicuo aiuto dall’America con il piano Marshall, si formarono sul modello americano favorendo imprese private o controllando quelle più produttive.
Si poterono così toccare con mano i primi risultati del cosiddetto “miracolo economico”. L’emancipazione nei comportamenti individuali, la parificazione dei diritti uomo-donna, la scolarizzazione di massa e la rivoluzione tecnologica sono state tra le più vistose conquiste di quei fatidici anni.
Un numero sempre maggiore di famiglie poteva permettersi cose che, fino a pochi anni prima, erano viste come lussi irraggiungibili: l’automobile, la televisione, le ferie al mare. I giovani volevano essere diversi dai loro genitori e volevano seguire la pista dell’essenziale: si vestivano in modo trasandato, i ragazzi e le ragazze avevano lo stesso abbigliamento, entrambi i sessi avevano i capelli lunghi e i ragazzi la barba.
Il ’68 va inserito in un discorso planetario poiché tale fenomeno interessò tutti i principali paesi del mondo, avendo alla propria base le medesime istanze di emancipazione e di miglioramento delle condizioni generali di vita.
Intanto si diffondevano nei giovani occidentali nuove ideologie di tipo rivoluzionario come il maoismo o il marxismo di Marcuse, che causarono disordini ovunque. La contestazione giovanile fu un fenomeno condiviso da molti, ma animato, in realtà, solo da una parte di giovani, gli studenti, prevalentemente universitari, che disponevano del tempo e delle risorse necessarie per organizzare un vasto movimento di protesta.
Le rivolte studentesche scoppiarono nel 1964 nelle università degli USA, non solo come risposta a un desiderio di ribellione, ma soprattutto come una forte presa di posizione contro la discriminazione razziale e la guerra in Vietnam. La protesta si propagò in Europa e in Italia dal 1967 ed esplose nel 1968, quando i movimenti studenteschi diedero vita ad accese manifestazioni che degenerarono in brutale violenza e assurde lotte armate. 3
Le cause della protesta
Il sessantotto è una delle rivoluzioni che ha scosso il mondo intero e, grazie alla simultaneità e alla vastità geografica delle rivolte, si assistette a forme di ribellione simili e contemporanee, senza che vi fosse stata alcuna forma di preparazione o di coordinamento. Tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, le giovani generazioni dei paesi più diversi si sono ribellate ai rispettivi sistemi politici, culturali e sociali.
Uno dei motivi più forti di aggregazione dei movimenti di protesta in tutto il mondo è sicuramente la guerra nel Vietnam, evento chiave della politica internazionale degli anni Sessanta.
I giovani e gli studenti che scendevano in piazza per il Vietnam vedevano in quegli orrori l’infrangersi della pace e degli equilibri internazionali e, col crescente invio di truppe regolari a partire dal 1965, dalla lotta sociale si passò a una contestazione politica.
I movimenti attaccavano il governo per il suo imperialismo dimostrato nell’intervenire in una guerra così distante che non era sentita dalla gente come “giusta”. Il Vietnam è stata la prima guerra televisiva: tutti gli orrori di una guerra moderna erano diventati il film quotidiano che le famiglie americane guardavano. Ben presto le immagini della guerra furono affiancate da quelle delle proteste contro l’intervento americano.
Nel marzo 1965, quando l’America decise di intervenire in Vietnam, 25.000 dimostranti protestarono a Washington, mentre a Berkeley 12.000 dimostranti in marcia verso gli accantonamenti dell’esercito furono respinti dalla polizia con gas lacrimogeni.
Le proteste contro il ruolo che gli USA avevano assunto nel Vietnam fino ad allora erano rimaste confinate nelle università.
L’incendio delle cartoline precetto era il metodo preferito dai dimostranti per far capire la drammaticità e l’inutilità di questo intervento. In Vietnam, a seguito degli accordi di Ginevra del ’54, era stato diviso in due repubbliche: Vietnam del Nord a regime comunista, con capitale Hanoi, e Vietnam del Sud a regime dittatoriale, con capitale Saigon e sostenuto dagli americani, interessati al contenimento dell’espansione comunista nell’Asia del Sud.
Tra il ’57 e il ’59 la situazione politica del Vietnam del Sud degenerò nella guerriglia con i Vietcong, sostenuti dalle masse contadine, guidati dal Vietnam del Nord e con l’appoggio delle grandi potenze comuniste: Cina e Unione Sovietica.
Gli USA, preoccupati, decisero di intervenire, dapprima con l’invio di consiglieri militari, poi direttamente con truppe e mezzi aerei e navali. L’impegno militare americano aumentò progressivamente e, nonostante la consistenza delle truppe, non riuscirono comunque a predominare nella lotta. 4
La difficoltà dell’esercito americano, tuttavia, non coinvolgeva solo il punto di vista militare e bellico, ma anche quello morale. Gli Stati Uniti vissero con la guerra del Vietnam uno dei periodi più difficili della loro storia.
Fu infatti una guerra impopolare: numerosi giovani protestarono, chiedendosi per quale ragione dovessero abbandonare la famiglia, lo studio e il lavoro per andare a combattere in una terra tanto lontana e perché una grande potenza come gli Stati Uniti non fosse in grado di sconfiggere rapidamente una nazione tanto più piccola e povera come il Vietnam.
A queste proteste il governo rispondeva che la guerra era necessaria, in quanto non bisognava permettere al comunismo di espandersi nel Vietnam e da lì conquistare tutta l’Asia sud-orientale, e che la difficoltà nasceva dal fatto che il Vietnam del Nord non combatteva in modo tradizionale, schierando in campo aperto il proprio esercito, ma usava la tattica della guerriglia.
Questo modo di combattere, caratterizzato da azioni improvvise e rapide, era particolarmente difficile da affrontare.
In ogni caso, l’opinione pubblica non fu mai del tutto favorevole alla guerra, anche a causa del crescente numero dei morti e dei feriti.
Militarmente la campagna si risolse in un insuccesso, ma ebbe devastanti effetti psicologici sul morale delle truppe statunitensi e soprattutto sull’opinione pubblica: gran parte dei cittadini americani era ormai giunta a convincersi che non fosse possibile vincere la guerra. Gli USA persero per la prima volta una guerra, con 60.000 morti e 100.000 mutilati.
Tale perdita rappresentò una ferita morale e psicologica per un’intera generazione e un terribile evento militare ed economico che ridimensionò il ruolo planetario degli USA. I soldati americani reduci dal Vietnam rappresentarono a lungo una mina vagante per la società americana, diventando spesso il simbolo di una colpa da cancellare.
La guerra fu oggetto di un dibattito politicamente libero, che permise all’opinione pubblica mondiale di opporsi in modo crescente man mano che le truppe americane venivano coinvolte.
Attorno al Vietnam si creò una vasta mobilitazione di movimenti giovanili e di studenti universitari americani collegati al movimento pacifista e a quello per i diritti civili.
Tutti i principali momenti di lotta nei campus universitari, dai grandi scioperi alle occupazioni, prendevano di mira la guerra nel Sud-est asiatico, ma la loro era soprattutto una ribellione nei confronti dell’istituzione scolastica che in quegli anni era attraversata da una profonda crisi. 5
Il movimento degli studenti rivendicava un mondo libero e pacifico e rifiutava i modelli tradizionali di vita imposti da politica, religione e scuola. Perseguiva valori egualitari, antiborghesi, antiautoritari e antimilitaristi.
Contro il Vietnam
Tutto il mondo condanna il comportamento degli americani, rei di aver distrutto intere popolazioni, sfiorando il genocidio, quasi inutilmente, paragonandoli addirittura all’azione nazista della seconda guerra mondiale.
L’opposizione alla guerra del Vietnam è il punto comune che unisce i movimenti studenteschi di tutto il mondo: gli Stati Uniti, prima potenza mondiale munita di potentissime armi, contro uno dei più piccoli popoli di contadini asiatici.
I temi della protesta furono l’imperialismo americano e il razzismo. Già nel 1961 i movimenti per l’uguaglianza razziale, che si erano attivati per ottenere la scomparsa della segregazione nei servizi pubblici, operavano in una società dove vigeva la segregazione di carattere razziale istituzionale nella vita di tutti i giorni: bagni pubblici, posti sull’autobus, scuole, ospedali, istituzioni religiose e chiese erano distinti per razza.
I movimenti organizzarono Freedom Marches, azioni di protesta non violenta che andavano dal sit-in alla disobbedienza, sotto l’influenza di Martin Luther King, che aveva elogiato la tattica non violenta per il raggiungimento dei fini di parità sociale.
A causa delle aree più violente dei movimenti che si erano venuti a creare ci fu una profonda revisione degli obiettivi del movimento degli afroamericani.
Questi movimenti trasformarono le ideologie in concrete azioni di lotta. Martin Luther King fu l’unico in grado di rappresentare la minoranza nera a livello nazionale. Pacifista convinto e grande uomo del Novecento, Martin Luther King Jr. nasce il 15 gennaio 1929 ad Atlanta, Georgia, nel profondo sud degli States.
Suo padre era un predicatore della chiesa battista e sua madre una maestra. Il giovane Martin studia teologia e vince una borsa di studio che gli consente di conseguire il dottorato di filosofia, diventando l’ispiratore e l’organizzatore delle iniziative per il diritto di voto ai neri e per la parità nei diritti civili e sociali, oltre che per l’abolizione, su un piano più generale, delle forme legali di discriminazione ancora attive negli Stati Uniti.
Il movimento che si batte per i diritti di tutte le minoranze e che si fonda su ferrei precetti legati alla non violenza, ispirati a Gandhi, gli fece ricevere a Oslo, nel 1964, il premio Nobel per la pace.
Durante gli anni della lotta, King viene più volte arrestato e molte manifestazioni da lui organizzate finiscono con violenze e arresti di massa; egli continua a predicare la non violenza pur subendo minacce e attentati.
Quando modifica la sua impostazione politica e si dichiara contrario alla guerra del Vietnam e si astiene dal condannare le violenze delle organizzazioni estremiste, denunciando le condizioni di miseria e degrado dei ghetti delle metropoli, entra in conflitto con la Casa Bianca. 6
L’attentato che lo uccise il 4 aprile 1968 coincise con il definitivo declino delle rivendicazioni dei movimenti, in quanto nessuno fu capace di raccogliere la sua eredità, né fornire alla gente una nuova via da seguire.
Dopo l’attentato a Luther King crollarono tutti quegli ideali di uguaglianza e di protesta non violenta. Era l’unico in grado di portare avanti una battaglia pacifica con lo spirito di fratellanza ma, più delle volte, a causa delle frange più violente, degenerata in risse e arresti.
Ormai diventato personaggio scomodo per la polizia e lo Stato, si pensa possa essere stato vittima di un complotto. Il killer fu arrestato a Londra circa due mesi più tardi, si chiamava James Earl Ray, ma rivelò che non era stato lui l’uccisore, anzi sosteneva di sapere chi fosse il vero colpevole.
Nome che non poté mai fare perché venne accoltellato la notte seguente nella cella in cui era rinchiuso. La morte di Martin L. King è accompagnata da molti interrogativi a cui ancora oggi non si è riusciti a dare risposta. Come nel caso Kennedy, diversi storici vedono molte analogie.
La figura di Luther King resterà scolpita nell’immaginario di tutti per la tenacia e il coraggio dimostrati nel perseguire la causa della gente di colore, per di più senza l’uso delle armi.
Due mesi dopo, il 5 giugno, l’arabo di Gerusalemme Sirhan Bishara Sirhan, con tre colpi di revolver, rende lo stesso servizio a Robert Kennedy, nel pieno di una campagna elettorale che, secondo i sondaggi, era destinato a vincere. Le elezioni di novembre, invece, porteranno alla Casa Bianca il repubblicano Richard Nixon.
Intanto nel mondo...
Nel 1968 è il Vietnam il punto sul quale si concentrano gli sforzi bellici americani, che sono contemporaneamente alle prese con vari movimenti di liberazione armati in America Latina e in altri continenti.
Con tutte queste tensioni è ovviamente messo in discussione l’ordine mondiale e le divisioni definite durante il congresso di Yalta. Il mondo appare, così, in evoluzione, agli occhi dei movimenti studenteschi, i quali si interrogano se non sia giunta l’ora di cambiare le vecchie egemonie delle principali potenze mondiali.
Sul fronte sudamericano, nel 1967 viene ucciso il medico Ernesto Guevara, dirigente e teorico della rivoluzione cubana, deceduto in Bolivia durante una rivolta di minatori in una miniera di stagno.
Fiero guerriero dall’animo indomito, il Che si rivela abile stratega e combattente impeccabile. A fianco di una personalità forte come quella di Castro ne assume le direttive teoriche più importanti, assumendo l’incarico della ricostruzione economica che portò Cuba al rovesciamento della dittatura di Fulgencio Batista e all’ascesa al potere di Fidel Castro. 7
Gli antefatti del movimento si ricollegano al clima di violenza e sopraffazione imposto a Cuba da Batista dopo il colpo di stato che lo aveva riportato al potere nel 1952.
Ritenuta impraticabile ogni forma di opposizione legale, il 26 luglio 1953 un gruppo d’insorti capeggiato dal giovane avvocato progressista Fidel Castro prese d’assalto la caserma Moncada di Santiago di Cuba con l’intento di dare il via alla ribellione contro il regime di Batista.
Fallita l’impresa, Fidel Castro fu costretto a riparare in Messico dove, insieme al fratello Raul e all’argentino Ernesto “Che” Guevara, creò un nucleo rivoluzionario, Movimiento 26 de Julio, con l’obiettivo di riprendere la lotta armata nell’isola.
Non completamente soddisfatto dei risultati della rivoluzione cubana, abbandona Cuba e si avvicina al mondo afro-asiatico, recandosi nel 1964 ad Algeri, in altri paesi africani, in Asia e a Pechino.
Nel 1967, coerente con i suoi ideali, riparte per un’altra rivoluzione, quella boliviana, dove, in quell’impossibile terreno, viene tratto in agguato e ucciso dalle forze governative.
Non si conosce la data esatta della sua morte, ma sembra ormai accertato con buona approssimazione che il Che sia stato assassinato il 9 ottobre di quell’anno.
Diventato in seguito un vero e proprio mito laico, un martire dei “giusti ideali”, Guevara ha indubbiamente rappresentato per i giovani della sinistra europea, e non solo, un simbolo dell’impegno politico rivoluzionario.
L’idea rivoluzionaria venne in particolare appoggiata dalla Chiesa latino-americana, la quale diffuse ideali di giustizia e dignità umana, ricavandoli da una letterale interpretazione evangelica.
Nel 1968, alla Conferenza di Medellín, durante la riunione dei vescovi dell’America Latina, vengono infatti prese posizioni in favore degli oppressi.
Sempre in questo periodo, in Messico, durante l’apertura delle Olimpiadi, l’esercito e la polizia reprimono nel sangue le manifestazioni studentesche per l’abolizione delle condizioni di miseria proprie dei ceti poveri. 8
Nella seconda metà degli anni Sessanta iniziarono le lotte anche nelle università del Giappone.
Nel ’66 vi furono cinque mesi di sciopero degli studenti dell’università di Waseda, contro l’aumento delle tasse e contro le autorità accademiche.
Da qui partirono una serie di mobilitazioni che avrebbero investito tutte le università del paese: contestazioni che procedevano di pari passo con la lotta contro l’aggressione del Vietnam.
La mobilitazione culminò nel ’68, quando venne organizzato e preannunciato l’assalto all’Ambasciata americana, alla Dieta, al Ministero della Difesa, alla residenza del contemporaneo Primo Ministro e alla stazione ferroviaria di Shinjuku.
Quest’ultimo è il vero obiettivo, in quanto il nodo centrale di tutto il traffico di uomini e mezzi diretti in Vietnam che passano per il Giappone.
Studenti e operai resistono agli attacchi per ore: all’una di notte il governo è costretto a decretare la legge marziale.
Il maoismo e il marxismo di Marcuse
Nella rivoluzione comunista in Cina si instaurò la Repubblica popolare, di cui fu il primo presidente Mao Tse-tung.
Dapprima Mao si ispirò al modello sovietico e cercò di costruire uno stato socialista, per poi farlo diventare più radicale, basato sull’assoluta eguaglianza coi cittadini, sull’esaltazione della classe operaia, sul rifiuto del predominio della civiltà tecnico-industriale.
Queste idee, diffuse dal “libretto rosso”, entusiasmarono la mente di molti giovani europei, mentre negli Stati Uniti si svilupparono le teorie di Marcuse, trasferito, a causa del nazismo, negli USA, dove, alla Colombia University...
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Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: Il sessantotto e la rivoluzione tecnologica
Autore: Massimo Capuano
Descrizione: racconto del 68 nel mondo e la nascita del microprocessore
Materie trattate: storia, sistemi, inglese, ed. fisica
Area: umanistica
Sommario
Il sessantotto è una delle rivoluzioni che ha scosso il mondo intero e grazie alla simultaneità e la vastità geografica delle rivolte si assistette a forme di ribellione simili e contemporanee, senza che vi fosse stata alcuna forma di preparazione o di coordinamento. Tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, le giovani generazioni dei paesi più diversi si sono ribellate ai rispettivi sistemi politici, culturali e sociali. Uno dei motivi più forti di aggregazione dei movimenti di protesta in tutto il mondo è sicuramente la guerra nel Vietnam, evento chiave della politica internazionale degli anni Sessanta. I giovani e gli studenti che scendevano in piazza per il Vietnam vedevano in quegli orrori l'infrangersi della pace e degli equilibri internazionali, e col crescente invio di truppe regolari a partire dal 1965 dalla lotta sociale si passò a una contestazione politica.