Il tema dell’esilio
Approccio interdisciplinare alle materie d’esame
«. . . Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ’l salir per l’altrui scale. . .»
(Dante - Paradiso XVII: 55-60)
L’esilio, come ci suggerisce l’etimologia del termine, ex solum, (dal latino: lontano dal suolo) esprime una particolare forma esistenziale, l’essere, il sentirsi lontano dalla propria terra, dalla propria patria, dal proprio mondo di affetti, da uno spazio fisico o interiore con cui ci si sente in sintonia.
Nessuno forse come Dante Alighieri è riuscito in poche, fulminanti parole, a descrivere cosa sia l’esilio e soprattutto cosa provi chi lo subisce o lo sceglie come unica possibilità di sopravvivenza.
La multiformità del termine esilio è stato il motivo della scelta di questa condizione come argomento di esame, come spunto di riflessione personale su quanto studiato e su quanto ci è stato trasmesso in questi tre anni dagli insegnamenti ricevuti in questa scuola.
Il significato del termine, infatti, comprende sia la costrizione che la volontarietà dell’allontanamento dalla patria.
Romeo fu certamente una pena inflitta dal governo cittadino per costretto ad abbandonare Verona a causa del suo amore per Giulietta, esilio da lui stesso “worse than death”, definito – attraverso le parole di Shakespeare – peggiore della morte, che poi in ultimo sceglierà credendo la sua amata perduta per sempre.
Ma l’esilio è anche una scelta volontaria, non meno traumatica e dolorosa, individuata autonomamente da chi non condivide le scelte politiche del proprio paese.
È il caso di Ugo Foscolo, che intraprese la via di un esilio senza ritorno in nome dei suoi ideali di patria e di libertà, testimoniati sia nella sua vita che nella sua opera con un fervore ed un pathos romantici che non hanno eguali nella storia della letteratura italiana.
Lo stesso fu per il contemporaneo Francisco Goya, una delle massime espressioni della pittura spagnola romantica, il quale, dopo il ristabilimento del potere assoluto borbonico e la conseguente repressione, a settantasette anni, si recò a Bordeaux in esilio volontario per poter continuare ad esprimere senza costrizioni esterne la sua creatività artistica.
I drammatici eventi che hanno caratterizzato il XX secolo (l’avvento del nazi-fascismo e le conseguenti leggi razziali, le guerre mondiali e le dittature militari) hanno poi impresso una enorme accelerazione al fenomeno dell’esilio, arrivando persino a mutarne la connotazione sociale.
Dall’Italia fascista e dalla Germania nazista presero infatti la via dell’esilio politici, letterati, scienziati, medici, docenti, che trovarono rifugio in altri paesi europei e soprattutto negli Stati Uniti.
I casi di Vasilij Kandinskij, in campo artistico, e di Enrico Fermi, in quello scientifico, testimoniano similmente una vera e propria migrazione dei più illustri intellettuali del tempo dalle dittature di Hitler e di Mussolini, che usarono la propaganda culturale come mezzo di persuasione delle masse, negando qualsiasi forma di libertà d’azione e di pensiero.
L’abominio dell’olocausto, poi, ha ulteriormente agito sulla tematica dell’esilio, trasformando la ricerca di una nuova patria da azione individuale a fenomeno di massa: la forzata deportazione degli ebrei nei campi di concentramento.
Nel dopoguerra, la politica segregazionista nota come “apartheid”, attuata in Sudafrica dalla minoranza “bianca” ai danni della maggioranza “nera”, ha dato al concetto di esilio un nuovo significato: quello appunto di ghettizzazione, vale a dire di emarginazione sociale di una razza ritenuta inferiore, all’interno della propria stessa nazione, con la privazione delle più elementari libertà individuali.
Una forma di esilio è divenuta oggi anche l’emigrazione, fenomeno di grande attualità.
La storia ci racconta delle grandi migrazioni transoceaniche del primo Novecento provenienti dai paesi più poveri dell’Europa, tra cui l’Italia. Gli stessi sguardi di una “disperata speranza” si possono leggere oggi nei volti degli immigrati extracomunitari che sbarcano a Lampedusa o lungo le coste del Salento, arrivando a questa estrema decisione per l’impossibilità materiale e sociale di sopravvivere nel proprio paese.
Le forme di esilio sono dunque molteplici e, come abbiamo visto, la storia ha contribuito a darne sfumature diverse, ma sicuramente identico è il senso di sofferenza, di dolore lacerante che suscita in chi lo vive, come quello che ha trovato parole e musica nel famoso coro del “Va pensiero” di Nabucco, il celebre in cui Giuseppe Verdi dà voce alla nostalgia del popolo ebraico prigioniero in Babilonia per la propria patria “sì bella e perduta”.
Forse l’esilio esisterà sempre, perché è antico quanto l’uomo (la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre ne è la prima testimonianza biblica).
Tuttavia, noi tutti dovremmo operare per una realtà diversa: una realtà in cui le differenze tra i popoli siano risorse, non barriere, dove tutti si riconoscano fratelli appartenenti ad un’unica razza, quella umana. Un’utopia, forse, ma che trova nei valori cristiani una possibile, sicura guida che la sostenga lungo un percorso in cui nessuno possa essere o sentirsi esiliato.
Letteratura
L’esilio in nome della libertà: Ugo Foscolo
Oltre al Sommo Poeta, un altro grande della nostra letteratura ha vissuto l’esilio come condizione reale e intima in una totale unione tra arte e vita: Ugo Foscolo.
Non fu un caso, infatti, che Foscolo scrisse un commento alla Divina Commedia negli anni 1824-26 quando, esule a Londra, si sentì accomunato dallo stesso dolore al poeta e confessò che, scriverlo, era per lui un modo di sdebitarsi verso Dante, maestro non solo di lingua e di poesia, ma d’amore di patria e di forza nell’esilio perpetuo.
Ugo Foscolo nacque nel 1778 a Zante (o Zacinto), una delle isole Ionie in Grecia, allora possedimento della repubblica di Venezia, da madre greca e padre veneziano. Costretto fin da giovane per motivi familiari ad allontanarsi dalla sua terra natale, si trasferì prima a Spalato, dove compì i primi studi, e a Venezia dopo la morte del padre.
Il poeta si entusiasmò presto alle vicende della Rivoluzione francese, vedendo in Napoleone il liberatore dell’Italia. Ma proprio a causa delle sue idee di libertà e uguaglianza, fu costretto a rifugiarsi prima sui colli Euganei e successivamente a Bologna.
Nel 1797 fu firmato il trattato di Campoformio, con cui Napoleone cedeva Venezia all’Austria. Foscolo, deluso e amareggiato, diede inizio al suo volontario esilio. Si rifugiò così a Milano dove conobbe Giuseppe Parini, strinse amicizia con Vincenzo Monti e con altri intellettuali e letterati italiani, come lui esuli, con cui collaborò al giornale “Il Monitore italiano”.
In seguito, si arruolò nella guardia nazionale di Bologna e combatté insieme con i Francesi nella battaglia di Marengo (1800), con cui Napoleone conquistò l’Italia.
Nel 1804 seguì la spedizione preparata dall’imperatore contro l’Inghilterra e soggiornò per due anni nella Francia meridionale. Nel 1808 fu nominato professore d’eloquenza a Pavia, ma la cattedra fu soppressa dopo poco tempo.
Dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte nel novembre del 1813, a Lipsia, Foscolo ritornò a Milano e riprese il suo grado nell’esercito per difendere il Regno Italico, ma con l’arrivo in città degli Austriaci nel 1814 si rese conto che la sua speranza di una futura Italia indipendente era cosa vana.
Il 31 marzo del 1815, dopo aver rifiutato per coerenza ideologica l’incarico a dirigere la “Biblioteca italiana” affidatogli dagli austriaci, preferì ancora una volta l’esilio, prima in Svizzera e poi a Londra, dove trascorse gli ultimi due anni della sua vita sempre più solo e afflitto dai debiti.
Morì a Londra a 49 anni nel 1827.
Il tema dell’esilio è pertanto centrale in tutta la produzione foscoliana. Basti pensare al suo romanzo autobiografico “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, destinato a diventare, anche per il motivo della lontananza dalla patria, una fonte importante della letteratura politica nel Risorgimento italiano.
L’ispirazione autobiografica (Jacopo e Ugo vivono la stessa esperienza della partenza da Venezia in seguito al Trattato di Campoformio) non esaurisce l’estensione del tema nel romanzo, nel quale l’esilio ha anche una valenza metaforica e rispecchia una condizione esistenziale di disagio e di insoddisfazione, che spinge il protagonista a ricercare (nella politica, nell’amore, nei rapporti umani e familiari) una dimensione di assoluto, che si realizza solo con il suicidio.
Ma è soprattutto nei Sonetti e in modo particolare negli ultimi quattro aggiunti nella versione definitiva del 1803 (Alla sera, A Zacinto, Alla Musa e In morte del fratello Giovanni), tra i più belli della nostra letteratura, che il tema dell’esilio, in nome della libertà di patria e dell’amore, pur partendo dal dato autobiografico, raggiunge toni poetici e universali.
Accanto ad esso gli altri grandi miti della poesia foscoliana, che poi si ritroveranno anche nei Sepolcri: la bellezza serenatrice, il sepolcro, nodo di affetti familiari e simbolo del sopravvivere dell’uomo nell’amoroso ricordo dei vivi e nella storia, e la poesia, che è il più grande di tutti, perché riesce a rendere eterni questi valori, sottraendoli al nulla della morte.
È quella che è stata definita dai critici la “religione delle illusioni” di Foscolo, una fede tutta laica e terrena. Il poeta, infatti, perduta la fede cristiana, aderisce alle dottrine sensistiche e materialistiche dell’illuminismo, crede nella ragione e concepisce l’universo come un ciclo perenne di nascita, morte e trasformazione della materia.
Ma egli avvertiva nel profondo del suo animo il bisogno dell’uomo di avere dei grandi ideali, che soli possono dare significato alla nostra esistenza. La ragione gli diceva che erano illusioni, ma il cuore non si rassegnava a considerarli tali.
Questo spiega il tono drammatico e romantico della poesia foscoliana, che è insieme accettazione del destino mortale dell’uomo e sfida eroica ad esso.
A Zacinto
Un esempio di questi ideali lo possiamo ritrovare nel sonetto di A Zacinto.
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
Analisi del testo
Il sonetto inizia con una triplice negazione, che è una constatazione amara del poeta della perdita della sua patria, e termina con la sentenza definitiva del suo esilio e della sua illacrimata sepoltura in terra straniera.
Tra questi due poli negativi è racchiusa, attraverso l’incatenamento di immagini, la rappresentazione nostalgica e meravigliosa del mondo ideale dell’infanzia del poeta e la trasfigurazione mitica della propria esperienza dell’esilio, che avviene attraverso l’analogia fra la sua figura e quella di Ulisse.
Ulisse, “bello di fama e di sventura”, rappresenta l’immagine del poeta, anch’egli esule avversato dal destino e dagli uomini, ma rappresenta soprattutto il nuovo concetto dell’eroe romantico, grande per la forza e la dignità con cui sopporta le ingiurie della sventura.
L’esito dell’esilio, però, sarà diverso: Foscolo, a differenza di Ulisse, sarà sepolto in terra straniera e nessuno verserà delle lacrime sulla sua tomba.
Altre immagini mitiche sono poi presenti nei versi, quella di Omero, che rappresenta la poesia eternatrice dell’eroismo e dei valori più alti, e Venere, nata secondo il mito dalla spuma del mare, simbolo della natura fecondatrice, della bellezza e dell’armonia, che con il suo sorriso ha reso fertile e rigogliosa la patria del poeta.
Ritmo
Il ritmo del sonetto è dato dal sovrapporsi di più piani:
- Le rime (ABAB, ABAB, CDE, CED).
- La struttura metrica degli endecasillabi.
- La non coincidenza tra enunciati e versi (enjambement, punteggiatura a metà del verso).
- La particolare struttura sintattica che vede sei proposizioni relative concatenate che collegano tra loro, come in un continuum inesauribile, le immagini scaturite dal ricordo infantile del poeta.
che te specchi...
v. 3 da cui vergine...
v. 4 che fea quelle isole...
v. 5 onde non tacque...
v. 6 colui che l’acque...
v. 8 per cui bello...
v. 10
Figure retoriche
perifrasi: greco mar (Jonio); di colui che l’acque cantò fatali (Omero)
litote: non tacque
sineddoche: nubi
Lessico e sintassi
Linguaggio e sintassi della tradizione aulica, complesso nella costruzione e ricco di latinismi e termini letterari.
Esempi - latinismi: vergine (giovane); termini letterari: onde, illacrimata, inclito, ove etc.
Stile
Sintesi perfetta di passione romantica nell’intensità del sentire e di classica compostezza nella forma.
Storia
L’esilio come deportazione: la Shoah
La distruzione di circa i due terzi degli ebrei di tutta Europa venne organizzata e portata a termine dalla Germania nazista, con il loro concentramento e la loro deportazione che iniziò nel 1941 e arrivò allo sterminio fisico per mezzo di eccidi di massa.
Questo evento non trova nella storia altri esempi cui possa essere paragonato per le sue dimensioni e per le caratteristiche organizzative e tecniche dispiegate dalla macchina di distruzione nazista.
Antisemitismo e leggi razziali
L’antisemitismo di Adolf Hitler venne esposto nel suo libro del 1925, Mein Kampf, che, inizialmente ignorato, divenne popolare in Germania quando Hitler acquistò potere politico.
Il processo di distruzione degli ebrei d’Europa richiese in primo luogo una precisa individuazione dell’obiettivo da colpire. La burocrazia ministeriale tedesca elaborò quindi una serie di disposizioni amministrative per identificare “ariani” e “non ariani” che, pur definite propagandisticamente “leggi razziali”, si basavano invece sul criterio della religione praticata e non su presunte caratteristiche biologico-razziali dell’individuo.
Le leggi di Norimberga del 14 settembre 1935, di fatto esclusero le persone definite “ebrei” da ogni aspetto della vita sociale tedesca.
Vennero quindi attuate le cosiddette “arianizzazioni”, cioè i trasferimenti delle attività ebraiche autonome, dei servizi, dell’industria e del commercio ai nuovi proprietari tedeschi.
Infine altri decreti proibirono agli ebrei l’esercizio di alcuni tipi di servizi, delle professioni mediche, dell’avvocatura, del commercio al dettaglio.
Violenze ed emigrazione forzata
Le politiche antiebraiche della Germania nazista ebbero una svolta con il pogrom del 9-10 novembre 1938, passato alla storia con il nome di «Notte dei cristalli»; organizzato su impulso principale di Joseph Goebbels e dei funzionari del partito nazista, il pogrom provocò gravi danni materiali tra negozi distrutti, case incendiate e sinagoghe bruciate.
Inoltre 36 ebrei vennero uccisi ed oltre 20.000 deportati.
Nel ’39 ebbe inizio il programma di emigrazione forzata, affidato alla GESTAPO, per rendere la Germania “libera da ebrei”.
Fu così che la popolazione ebrea nel vecchio Reich si ridusse, con l’emigrazione e l’espulsione, da 503.000 a 240.000 persone, mentre anche il numero degli ebrei presenti in Austria e in Cecoslovacchia diminuì del 50%.
Quasi la metà dei circa 400.000 profughi ebrei fuggiti dalla Germania o dai territori dominati dai tedeschi si stabilirono nei paesi europei e sarebbero rimasti esposti alla macchina del genocidio attivata dal Terzo Reich negli anni della seconda guerra mondiale.
La ghettizzazione e lo sterminio in URSS
L’inizio della seconda guerra mondiale e l’invasione della Polonia provocarono un radicale cambiamento della “questione ebraica” e l’attivazione da parte del Reich di nuove iniziative sempre più dure; nello spazio di poche settimane la Germania occupò territori in cui vivevano quasi 3 milioni di ebrei.
Iniziò così l’opera di ghettizzazione della popolazione ebraica all’interno delle città via via conquistate (Varsavia, Cracovia, ecc.).
La vittoria tedesca sul fronte occidentale dell’estate 1940 sembrò aprire prospettive di potere mondiale per il Terzo Reich ed in questo contesto emersero nuovi progetti territoriali per risolvere il “problema” degli ebrei d’Europa.
Fu in un documento del 4 dicembre 1940 che comparve per la prima volta l’espressione “soluzione finale della questione ebraica” nel trasferimento di circa 5,8 milioni di ebrei “al di fuori dello spazio economico europeo”.
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