La criminalita’ organizzata
Dalle origini ai giorni nostri
La mafia
La mafia è un’associazione criminale sorta in Sicilia nel XIX secolo, in seguito trasformatasi in un’organizzazione affaristico-criminale di dimensioni internazionali.
Il termine ha un’etimologia incerta; probabilmente deriva da mafiuso ed è attestato una prima volta nel dramma dialettale di Giuseppe Rizzotto I mafiusi de la Vicaria (intorno al 1863).
Il fenomeno mafioso si sviluppò nel sistema economico proprio della Sicilia occidentale, basato sullo sfruttamento del latifondo. Questo sistema, ancora di stampo feudale, era organizzato secondo una struttura a piramide che prevedeva un vertice costituito dal proprietario terriero, un’estesa base di contadini e braccianti che lavoravano direttamente la terra, e un centro composto da una rigogliosa e articolata gerarchia di “vassalli”, affittuari e subaffittuari, intermediari ecc., che controllava l’andamento dei lavori, la quantità e la qualità dei raccolti, la riscossione di affitti e gabelle.
Questa sorta di “classe media”, già utilizzata dall’aristocrazia siciliana in funzione antiborbonica, venne usata contro la classe bracciantile e contadina allo scopo di preservare i privilegi aristocratici minacciati dalle leggi dello stato unitario tendenti a una riduzione dei latifondi. Sfruttando la diffusa ostilità verso un’autorità statale lontana e ignara della situazione siciliana, la mafia si trasformò, diventando un organismo sostitutivo dell’ordine legale, e intervenne nell’amministrazione della giustizia e nella gestione dell’economia, avviando una serie di attività al limite della legalità (o del tutto illegali) da cui gli affiliati e le loro famiglie traevano sostentamento.
Lo spirito mafioso poggiava su un rigido codice d’onore e sull’omertà; i conflitti, le contese, i reati andavano regolati all’interno della comunità, facendo ricorso alla mediazione, ma anche all’intimidazione e alla violenza. I rapporti con le autorità dello stato venivano condannati e veniva punito soprattutto, anche con la morte, il passaggio di informazioni alla giustizia.
Negli ultimi decenni del XIX secolo, la debolezza delle istituzioni dello stato unitario – perseguita d’altronde dalle classi dirigenti siciliane, mafiose e non – causò un inarrestabile processo di infiltrazione mafiosa negli apparati pubblici e amministrativi e nel tessuto socioeconomico, che si sarebbe consolidato dopo la seconda guerra mondiale.
Un altro decisivo salto di qualità la mafia lo compì a cavallo tra il XIX e il XX secolo, grazie al controllo sull’emigrazione in America; infatti, se da una parte la mafia gestì l’emigrazione clandestina e procurò, attraverso propri canali, sistemazione e lavoro agli emigrati, dall’altra stabilì una vera e propria testa di ponte sul continente americano, che non tardò a creare una serie di lucrose attività criminali.
Il primo a sferrare un vero e proprio attacco alla criminalità mafiosa fu il prefetto Cesare Mori, investito di poteri straordinari da Mussolini: l'azione repressiva del governo fascista in realtà non servì a estirpare le cause del fenomeno mafioso, favorendone anzi la commistione con una classe politica che prosperava nel sottogoverno e che si sarebbe ancor più diffusa dopo il crollo del fascismo.
Il rapporto tra la mafia e il mondo politico si concretizzò all’indomani del secondo conflitto mondiale, con l’infiltrazione di rappresentanti delle cosche mafiose nel potere locale e in seguito anche nazionale. In quegli anni la mafia visse un’ulteriore trasformazione, diventando un’organizzazione ramificata ed efficiente: oltre a controllare un ampio serbatoio elettorale, utilizzato per ottenere dai politici locali e nazionali attenzioni e favori, estese la propria sfera d’influenza ad altre attività, come appalti e concessioni edilizie, usura, mercato di manodopera, consorzi, dopo che in tempo di guerra aveva monopolizzato il contrabbando e la gestione delle forniture militari.
Il periodo della guerra determinò cambiamenti anche per altre ragioni: già dal 1943 avevano cominciato a fare rientro in Sicilia i mafiosi italo-americani. Il fenomeno mafioso si era radicato negli Stati Uniti sulla scia delle emigrazioni di fine Ottocento, aveva prosperato durante il proibizionismo e si era strutturato in una potente organizzazione criminale con diramazioni internazionali: i legami con Cosa Nostra (il nome della mafia americana) portarono la mafia siciliana ad allargare i propri interessi e la propria sfera d’azione, trasformando successivamente l’isola nel più importante centro mediterraneo per il traffico internazionale di armi e di droga.
Le antiche cosche clandestine legate dal ferreo e segreto codice d’onore lasciarono il posto alla nuova “mafia imprenditrice” che operava nel commercio della droga, nella prostituzione e nei sequestri, cimentandosi in azioni criminose sempre più feroci. La mafia allungò i suoi tentacoli nell’isola e nel Mezzogiorno, fece il suo ingresso nei mercati finanziari e cercò nuovi canali di investimento per il riciclaggio del denaro sporco.
La sempre più scoperta e proterva sfida allo stato iniziò a generare una serie di contromisure: nel 1962 venne istituita la prima Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia in Sicilia, nota anche come Commissione antimafia, che tuttavia non produsse risultati apprezzabili; per rendere più efficaci le misure di prevenzione furono varate nuove leggi che introdussero il reato di “associazione di stampo mafioso” e definirono giuridicamente il delitto di mafia (1982). Strumenti più efficaci vennero forniti alle forze dell’ordine e alla magistratura, come ad esempio la possibilità di sequestrare i patrimoni dei mafiosi e di sciogliere i consigli comunali e provinciali sospettati di collusione. Venne quindi esercitato un maggiore controllo sul riciclaggio del denaro e si procedette al rafforzamento degli apparati repressivi: nacque nel 1982 l’Alto commissariato per la lotta alla mafia e nel 1983 venne istituita una nuova Commissione parlamentare antimafia, tuttora in funzione. Tutte queste misure culminarono nel 1986 nel primo “maxiprocesso” istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Iniziato il 10 febbraio 1986 e terminato il 16 dicembre 1987, contro Cosa Nostra, tenutosi a Palermo nell'aula bunker, fu chiamato appunto maxi processo in quanto furono imputate più di 400 persone per crimini legati alla criminalità organizzata. Esso fu considerato la prima reazione importante dello Stato a Cosa Nostra.
Non mancò una forte e marcata ostilità di molti componenti della magistratura palermitana, che spesso manifestarono dubbi e critiche al maxiprocesso e ai suoi promotori.
L'idea del maxiprocesso era venuta al Giudice Antonino Caponnetto per combattere la mafia in modo organico ed innovativo.
La storia darà ragione a questa scelta.
Il maxiprocesso permise infatti di avere una visione comune del fenomeno mafioso.
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Questo processo diede inizio ad un'ondata di contromosse da parte di altri personaggi importanti dell'organizzazione criminale che avrebbe portato alla fine di molti traffici di droga in atto, ma, soprattutto, avrebbe danneggiato in maniera significativa le alleanze tra le famiglie siciliane ed americane.
Il 23 maggio 1992 la mafia fece esplodere, presso lo svincolo di Capaci, un intero tratto dell’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi e Palermo: il bersaglio da colpire era l’auto su cui viaggiava il giudice Giovanni Falcone. Oltre al magistrato morirono nell’attentato la moglie, Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro.
Meno di due mesi dopo cadde sotto i colpi della mafia anche il giudice Paolo Borsellino, già membro insieme a Falcone del pool antimafia che, costituito nel 1983 presso la procura della Repubblica di Palermo, diede il via a una nuova e più incisiva lotta della magistratura contro la malavita organizzata in Sicilia.
Le rivelazioni dei pentiti, o “collaboratori di giustizia” (tra cui di determinante portata furono quelle dell’ex boss Tommaso Buscetta), e la serrata azione investigativa e giudiziaria da parte di polizia e magistratura – coordinata dal procuratore di Palermo Giancarlo Caselli – hanno condotto negli ultimi anni all’arresto di famosi boss latitanti come Salvatore Riina e Nitto Santapaola.
Fallita la strategia di attacco diretto allo stato, la mafia è tornata a operare nell’ombra, cercando di far passare inosservata la continua proliferazione delle sue attività illegali.
“Cosa Nostra, non è un anti-stato, ma piuttosto un’organizzazione parallela che vuole approfittare delle storture dello sviluppo economico, agendo nell’illegalità...”
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Le Brigate Rosse
Un altro fenomeno che ha generato tensione e paura sociale in Italia nel XX secolo, tra gli anni settanta e gli anni ottanta sono state “le Brigate Rosse” ovvero un’organizzazione terroristica clandestina, di estrema sinistra, i cui membri si proponevano tra l'altro, di inasprire le lotte sociali contro il sistema capitalistico, separare il Partito comunista, giudicato imborghesito, dalla sua base e ostacolare la politica di alleanza tra PCI e DC (il "compromesso storico").
Le Brigate esordirono con una serie di spettacolari sequestri ai danni di magistrati e personalità del mondo imprenditoriale e sindacale, per poi passare a ferimenti "dimostrativi" e infine a una lunga catena di omicidi di giudici, politici, giornalisti, industriali ed esponenti delle forze dell'ordine. Il fondatore, Renato Curcio, venne arrestato nel settembre del 1974. Evaso l'anno seguente grazie a un raid compiuto dai suoi compagni nella prigione in cui era detenuto, fu nuovamente catturato dopo pochi mesi.
Molte furono le vittime degli attentati delle Brigate Rosse: oltre ai numerosissimi morti tra le forze dell’ordine, che danno significativamente le dimensioni della portata quasi militare della lotta terroristica, l’organizzazione colpì semplici operai, come il genovese Guido Rossa colpevole di aver denunciato alla polizia un compagno di fabbrica sospettato di attività terroristica; giornalisti, come Carlo Casalegno, vicedirettore della “Stampa”, e Walter Tobagi, del “Corriere della Sera”; professori universitari, come Vittorio Bachelet.
Ma l’azione terroristica più importante e clamorosa fu il sequestro di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, che si aprì con la strage della scorta in via Fani, a Roma, il 16 marzo 1978, e si chiuse, quasi due mesi dopo, il 9 maggio, con l’uccisione dello statista.
L'omicidio Moro segnò il punto culminante del fenomeno del terrorismo. Negli anni seguenti, nonostante venissero messe a segno ancora azioni terroristiche ai danni di importanti obiettivi – come il rapimento nel 1981 del generale statunitense James Lee Dozier, di stanza alla base NATO di Verona, liberato alcune settimane dopo dalle forze dell'ordine – iniziò il declino delle Brigate Rosse, di lì a poco falcidiate (1979-1981) da una sequela di arresti, favoriti dalle rivelazioni dei "pentiti", imputati spinti a collaborare con la giustizia in cambio di forti riduzioni di pena.
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Leonardo Sciascia
Sciascia, Leonardo (Racalmuto, Agrigento 1921 - Palermo 1989), scrittore italiano noto per i suoi romanzi incentrati sul potere e la corruzione in Sicilia. Fu insegnante di scuola elementare a Caltanissetta dal 1949 al 1957 e a Palermo dal 1957 al 1968, pubblicando frattanto romanzi, racconti, opere teatrali e saggi che, come egli stesso affermò, formavano un'unica opera, mirante a illustrare la tragedia del passato e del presente della sua isola d'origine.
Le parrocchie di Regalpetra (1956) è una raccolta di racconti che esaminano le condizioni della Sicilia rurale, sottoposta ai condizionamenti della mafia, del Partito fascista e, dopo la guerra, alla deviata gestione del potere da parte dei nuovi amministratori locali democristiani. Fecero seguito i racconti di Gli zii di Sicilia (1958) e i romanzi sulla Sicilia contemporanea, quali Il giorno della civetta (1961), A ciascuno il suo (1966) e Todo modo (1974, adattato cinematograficamente nel 1976 dal regista Elio Petri), incentrati sul racconto di indagini condotte dalla polizia: in essi però la suspence, tipica di questo genere narrativo, tende a proiettarsi in una dimensione filosofica e metaforica. Sempre caratterizzata da un intreccio da romanzo giallo è La scomparsa di Majorana (1975), sulla misteriosa sparizione del fisico catanese Ettore Majorana. Dal romanzo Il contesto (1971), anch'esso appartenente a questo gruppo di opere, derivò il film di Francesco Rosi Cadaveri eccellenti (1976). Anche Il consiglio d'Egitto (1963), Candido (1979) e altri romanzi mettono in scena, da diversi punti di vista e presentando vari ambiti sociali, aspetti della storia siciliana che, come già avveniva nelle opere di Pirandello, tende a trasformarsi in modello della condizione umana.
Dal 1978 Sciascia si concentrò sull'attività saggistica e politica (L'affare Moro, 1978; Dalla parte degli infedeli, 1979) e, come rappresentante del Partito radicale, divenne membro del Parlamento europeo e del Parlamento italiano nel 1979. Degli ultimi anni sono i romanzi brevi La strega e il capitano (1986), Porte aperte (1988, dal quale nel 1990 Gianni Amelio ha tratto l'omonimo film interpretato da Gian Maria Volonté) e Una storia semplice (1989), opere nelle quali dietro alla consueta avvincente traccia narrativa compaiono sempre più insistentemente contenuti di sofferta e profonda riflessione morale e filosofica.
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Il racconto mafioso
Il giorno della civetta
Scrittore di grande impegno civile e morale, Leonardo Sciascia si distingue, nel panorama della narrativa italiana contemporanea, per la fedeltà delle proprie tematiche alla sua terra, la Sicilia.
Nei suoi scritti Sciascia ha saputo rivestire gli interventi politici e la denuncia contro i vari tipi di corruzione con forme narrative avvincenti: questo è il caso anche di Il giorno della civetta, uno dei romanzi più celebri, pubblicato nel 1961. In questo libro, considerato tra i capolavori dello scrittore, emerge la drammatica realtà della mafia, protetta da una fitta e salda rete di omertà. Secondo le parole dello stesso Sciascia, «La mafia è un “sistema” che contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese, e non sorge e si sviluppa nel “vuoto” dello Stato, ma “dentro” lo stato». Il romanzo, in cui vengono trasferiti casi di cronaca siciliana, è ambientato negli anni Cinquanta in un paese della Sicilia dove si compiono tre delitti mafiosi.
Il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi, originario di Parma ma trasferitosi in Sicilia, riesce a far arrestare Mariano Arena, capomafia e mandante degli omicidi; ma alla fine sarà costretto a scarcerarlo a causa delle false testimonianze prodotte dall’imputato grazie alle sue amicizie politiche.
L’autore, pur sforzandosi di comprendere a fondo la sua terra e di indagare le cause complesse e remote dei suoi mali, manifesta apertamente la sua condanna.
La conclusione dei suoi libri è spesso amara e pessimistica, ma forse, proprio per questo, la sua denuncia, risulta più efficace. Lo stile di Sciascia ci offre una scrittura netta, precisa, capace di comunicare ai lettori, con chiarezza ed ironia, la denuncia di determinate situazioni.
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Roberto Saviano
Roberto Saviano, nato a Napoli nel 1979, è un giovane scrittore e giornalista italiano, balzato alla ribalta della notorietà con il libro-denuncia Gomorra. Egli ha avuto la capacità di utilizzare il reportage per raccontare la realtà economica, il controllo del territorio e l’organizzazione d’impresa della camorra e della criminalità organizzata in genere, in Campania.
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Materie e argomenti
- Italiano: Leonardo Sciascia (Il giorno della civetta), Roberto Saviano;
- Storia: Mafia (dalle origini ai giorni nostri), Brigate Rosse e Mafia cinese;
- Tecnologia: La risorsa dei rifiuti;
- Scienze: Il sistema nervoso e droghe;
- Ed. Fisica: Il doping;
- Geografia: Cina;
- Francese: les droits de l'homme;
- Inglese: Race discrimination and the civil rights movement;
- Storia dell'arte: Il graffitismo;
- Musica: The Beatles.