Renzo e Lucia sposi: di nuovo il bene sostituisce il male
Nell’ultimo capitolo, un lieto epilogo sempre offrirsi ai personaggi e ricompensarli di tutti affanni.. Renzo e Lucia raggiungono il loro fine, salvi ormai dalla violenza e dall’inganno e si sposano, assistiti da don Abbondio che compie finalmente il suo dovere. Agnese e la vedova si sostengono a vicenda nel loro ruolo materno e al posto di don Rodrigo giunge il Marchese generoso che cerca di riparare il male commesso dal suo predecessore, facendosi alleato del Cardinale, di don Abbondio e dei due sposi. La discesa del potente nella povera casa di Agnese e la salita dei personaggi umili e deboli al palazzo, sembrano esaltare una sorta di “comunione sociale”. Il dialogo stesso è caratterizzato dalla gioia e la tensione si dissolve in battute leggere e sorridenti, mentre i personaggi possono permettersi di fare dell’ironia sulle loro parole; infatti, Renzo indovina l’amore di Lucia nella sua frase breve e don Abbondio scherza lui stesso sul suo latino. Si potrebbe quasi dire che o scrittore si voglia staccarsi progressivamente dal romanzo per lasciare ai personaggi il compito di gestire il discorso, a tal punto che, alla fine del racconto la morale è messa sulla bocca di Renzo e Lucia e non in quella dell’autore.Questa tecnica è presente fin dalle prime righe del capitolo., in cui inizia una serie di richiami al linguaggio dei personaggi che porterà a poco a poco il racconto sulle stesse loro bocche, lasciando in sordina quello del narratore. Alla frase di Lucia rivolta a Renzo “Vi saluto: come state?”, il giovane risponde: “Sto bene quando vi vedo” è molto significativa a tal proposito. Il loro discorso è povero, perché. sono personaggi semplici e dietro questo povertà si scopre un mondo carico di sentimenti. Don Abbondio contattato da Renzo per celebrare il matrimonio è sempre lo stesso: di fronte allo stato in cui è stato lasciato don Rodrigo, il curato resta del tutto indifferente e ritorno al consueto egoismo personale, linguisticamente ingigantito dal pleonasmo “”Guardatemi me”). Si paragona ad un vaso incrinato, cioè ad un uomo malandato, che, ironicamente, ci rimanda all’immagine che descriveva il curata come un vaso di terra cotto in mezzo a tanti vasi di ferro nel capitolo I. Alla fine don Abbondio la tira per le lunga e non ne vuole ancore sapere di celebrare il matrimonio: potrebbe avere dei guai perché Renzo è ricercato dalla giustizia. Quest’ultimo perde la pazienza e preferisce andarsene e nella richiesta di celebrazione del matrimonio viene sostituito dalle tre donne (Agnese, Lucia e la ricca vedova)
Epilogo della storia non del tutto idillico
Molti elementi sembrano concorrere al lieto fine della vicenda, come se l’ossatura di tutta la storia fosse solo un danno e le sue conseguenze per arrivare al matrimonio. Tuttavia, la brevità dell’episodio delle nozze, subito superato da nuovi avvenimenti, rivela come al centro dell’interesse del Manzoni non ci sia il momento privilegiato della felicità raggiunta, ma la realtà con tutte le sue contraddizioni. Infatti ai novelli sposi, sono riservate nuove prove: lasciato per sempre il villaggio natale, sarà necessario un ulteriore spostamento alla ricerca di una terra migliore che non sarà mai, comunque, la terra promessa, come del resto è nella logica dell’esistenza umana. Già nel bel mezzo della festa di nozze, si insinua una disarmonia: il marchese si ritira pranzare altrove con don Abbondio e non pensa minimamente a sedervi alla tavola con tutti gli altri: il marchese aveva tutta l’umiltà necessaria per mettersi al di sotto delle persone umili, ma non al loro pari.. Invece di ricomporsi, l’antitesi generata dall’inuguaglianza si ripresenta nel suo aspetto avversativo, non attenuata, ma rafforzata dal paradosso che porsi “sotto” è più facile che porsi “allo stesso livello”, cioè alla pari degli umili.
Il distacco e la nuova vita
Il distacco dal paese natale non è traumatico: lo scrittore ricorre alla similitudine del bambino che si stacca dal senoi della balia, ma alla fine prevale un progetto di vita proteso verso il futuro. La reazione di Renzo di fronte alle difficolta incontrate nel nuovo paese ci dipingono un giovane nuovo: quella di un imprenditore attivo che sa rischiare diversamente dal giovane scapestrato che utilizza subito il denaro in imprese rischiose e improduttive. Infatti Renzo decide di acquistare un filatoio alle porte di Bergamo, appartenuta ad un uomo deceduto di preste i cui erede l’aveva messo in vendita ad un prezzo molto vantaggioso pur di disfarsene. Il cugino Bortolo gli propone di acquistare il bene in nome di entrambi e il contratto è firmato. Anche nel nuovo paese le difficoltà non mancarono, ma a questo proposito lo scrittore interviene con delle riflessioni che anticipano quanto metterà sulla bocca dei protagonisti nelle ultime righe: la vita dell’uomo è caratterizzata dall’incompletezza e non si è mai contenti del tutto; l’importante non è cercare di star bene, ma cercare di fare del bene