Riassunto capitolo 25

Il giorno seguente all’ultimo del capitolo ventiquattro, nel territorio di Lecco e nel paese di Lucia non si fa altro che parlare di lei, dell’Innominato, dell’arcivescovo e di don Rodrigo anche se preferirebbe restare nell’ombra. La gente infatti non nasconde l’odio per il signorotto. Egli, rimasto rintanato per qualche giorno nel suo palazzotto, alla notizia che il cardinale sarebbe arrivato in visita pastorale, decide di partire all’alba per Milano dato che non potrebbe fare con il prelato la gran figura che esigerebbe il suo casato. All’arrivo dell’arcivescovo tutto il paese è in festa, ma don Abbondio preferisce restare in chiesa ad aspettare a causa del gran chiasso. In canonica, il cardinale chiede al curato notizie su Renzo e Lucia, gli propone di far ospitare Lucia nella sua casa per il momento, ma non accenna al matrimonio mancato. Il curato pensa quindi che Agnese non abbia riferito niente a Borromeo. La narrazione poi ritorna indietro di qualche giorno. Nella casa del sarto le due donne stanno riprendendo una vita quasi normale, sebbene siano consapevoli che sarà necessaria una nuova separazione; Agnese è ottimista sul futuro, mentre Lucia si affida alla Provvidenza. Poco distante dal paesetto in cui risiedono i personaggi appena citati, è in villeggiatura una coppia di nobili origini: don Ferrante, un letterato, e donna Prassede, una nobildonna inclinata a far del bene. Incuriosita dalla straordinaria vicenda della giovane, vuole conoscerla e manda a prendere le due donne. Quando scopre che il cardinale sta cercando una sistemazione per Lucia, si offre di ospitarla.

Ella è convinta che essa, essendo fidanzata con un poco di buono, abbia qualche difetto e si propone di raddrizzarle il cervello. Inoltre non apprezza il contegno riservato della ragazza e vuole allontanarla da Renzo, che ritiene la cause di tutte le sue disgrazie. Le due donne, accettata la proposta di donna Prassede, ritornano al loro paese ed hanno un nuovo colloquio con Federigo Borromeo. Terminate le funzioni, don Abbondio viene chiamato dal cardinale per un colloquio in cui gli chiede, senza mezzi termini, se è vero che si è rifiutato di sposare i due promessi; egli prima racconta delle scuse, ma poi è costretto a riferire come sono andate veramente le cose. Agli interrogativi pressanti di Federigo, il curato sa soltanto ripetere che, quando c’è di mezzo la forza, non si può né vincerla né eguagliarla e che comunque il coraggio non è una virtù appartenente a tutti. Sul tema del coraggio Federigo pone ancora qualche domanda a don Abbondio, in cui chiede se sia mai stato capace di amore vero per i suoi fedeli e tace in attesa di risposta.

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