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MILA E COLOMETA

Analizzare i personaggi può prescindere da una regola molto semplice: in questo caso è chiedersi quale ruolo giocano le donne nel periodo storico esaminato.
Per questo motivo, l' interesse è focalizzato sulla personalità delle protagoniste di Solitud e La Plaça del Diamant, partendo dall' intenzione delle autrici nella loro creazioni. Va premesso che la creazione di Mila rappresenta una che tresgredisce un momento epocale, mentre Colometa racchiude l'esperienza della vita delle donne durante la Guerra Civile. Lo stereotipo letterario femminile più ovvio è quello della donna-casalinga. Nella letteratura del XX secolo, la dona è un tutt'uno con la casa, è paziente e saggia in ambito domestico.
L'elenco è lungo: Colometa, Conxa, Mila, Aloma, Mundetes, Joana Mas, Marina. Accanto allo stereotipo della casalinga ne troviamo altri, come quello dell'essere indifeso, delicato, la cui vita dipende da quella dell'uomo che ha a fianco; motivo per cui tutte si sacrifcano per non infrangere la norma sociale di renderli felici. Collegato a quest'ultimo punto è lo stereotipo che associa la donna, da tempo immemorabile, allo status di oggetto sessuale.

La protagonista, Natàlia, è una giovane innocente e semplice, rassegnata a condurre un’esistenza scandita dal volere altrui (che si trattasse del padre, del primo marito, dei padroni della casa dove faceva le pulizie), accettando persino di rinunciare al suo vero nome in favore di quel “Colometa” impostole da Quimet, suo marito. Natàlia non rinuncia a crearsi, anche a inventarsi, e coltivarsi un mondo interiore tutto e solo suo, dove sono le mille colombe da lei accudite, a simboleggiare e rappresentare una vita vissuta all’insegna dei piatti e rigidi vincoli e condizionamenti della società di quel momento storico, ma, al tempo stesso, a imprimere nella sua anima il desiderio e la possibilità di sciogliere gli ormeggi, di porre “ali” alla sua libertà, di andare via, di voltare pagina.
Pur contaminata dalla spensieratezza del marito, giovane lavoratore, un po’ egocentrico e molto determinato, sempre contornato dai suoi più stretti amici, che finisce per assecondare, Natàlia vive il rapporto coniugale e familiare con quello che era all’epoca la naturale disponibilità femminile: la totale dedizione senza riserve, affidandosi alla sua intuizione femminile, al suo istinto materno.
La consapevole accettazione della sua condizione familiare, sociale, economica, – saggiamente condita da sana e fine ironia, come quando descrive “i miserabili ricchi” e “le loro ridicole furbizie”; o quando racconta: “el día que empecé a trabajar en la casa del stano, fue la juerga”45 –, questa consapevolezza la rende una donna oltremodo forte e degna, anche nel suo sentirsi “niente”, come il marito Quimet le lascia intendere, senza mezzi termini, senza alcuna esitazione.
Forza d’animo e dignità che in un primo momento le permettono di risvegliarsi, di accorgersi di se stessa come persona, in un secondo momento, con la drammaticità che vanno assumendo gli eventi sociali e familiari, si trasformano in solitudine, disperazione, svuotamento dell’anima. Sono queste pagine, in cui si raccontano i lunghi giorni della guerra e i suoi devastanti effetti, che colpiscono maggiormente, per la loro forza emotiva e narrativa; si riesce a toccare con mano (o meglio con i sensi, con il cuore) l’incalzante, progressivo annientamento della protagonista; si coglie come la precarietà, la fame e il dolore, la costringono a denudarsi, a spossessarsi dapprima, ad uno ad uno, dei beni materiali, di quei pochi, essenziali ed umili, che avevano costituito il suo “patrimonio”, e poi, delle illusioni, dei figli, degli affetti, dei sentimenti, del buon augurio.
È tutto un crescendo nel dolore e nella povertà più povera, quella dello spirito, che ti tiene il fiato sospeso, il cuore paralizzato, in così intima sintonia e comunione con la protagonista del racconto, tanto che, assieme a lei, si cerca disperatamente una via di uscita. In questo arduo, ma non più solitario, a un certo punto, ed opprimente, percorso di risalita, l’autrice ci lascia intravedere uno scorcio della crescita interiore della protagonista, sempre meno Colometa. quando ci descrive la sua paura, la sua terrificante paura, al solo pensiero del ritorno del marito, della sua ricomparsa, dopo tanti anni, dal mondo dei morti, dall’oblio. La paura è quella di perdere ciò che la condivisione della sua vita con Antoni le sta pian piano donando: non solo una vita degna dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto il dolce sapore del rispetto, della stima, dell’affetto disinteressato, della fiducia in se stessa come persona, come donna, madre ed anche come moglie.
È molto emozionante e coinvolgente il passo in cui la protagonista smette di essere, di sentirsi Colometa, si sbarazza di lei e si riappropria della sua vera identità ed essenza: torna ad essere, a sentirsi Natàlia, naturalmente una Natalia cresciuta, scalpitante, con un urlo straziante, che si libera di quella bestia, di quel male che dal più profondo delle sue viscere ha divorato la sua vita. Capisce che la sua vita, quella parte della sua vita iniziata al ballo nella Plaça del Diamant, con i lumini, la musica ed i festoni, è morta per sempre. M olto simbolica e adatta a rendere lo stato d’animo della protagonista mi è sembrata la descrizione di quella stessa Piazza vecchia, vuota, grigia, che pian piano viene inghiottita in un vortice.
Non dimentichiamo il ritratto che fanno Rodoreda e Maria Barbal delle donne nella guerra civile: un momento in cui devono ''tirare avanti'' il paese, indipendentemente dagli uomini che lottano al fronte. Colometa spesso si lamenterà della mancanza di cibo, e non farà altro che spettare il ritorno di Quimet, perché sa che insieme a lui arriveranno pure i generi alimentari per mantenere i loro figli.
Per questo motivo le donne si evolvono in parte attraverso l'esperienza storica consapevoli della maturità che hanno raggiunto con il passare degli anni, e con le perdite subite e le sconfitte. Le condizioni in cui si muove Mila sono, invece, molto diverse. Mila, infatti, decide di intraprendere un nuovo percorso, separata dal ''suo'' uomo, originando finalmente il proprio destino. Una caratteristica che troviamo anche in Pauline, protagonista de La passiò segons Renée Vivien di Maria Mercè Marçal, anche se Pauline deve obbedire alla legge della vita: adattarsi o morire46. Lei sceglie la seconda opzione, mentre Mila va incontro al suo destino, guardando in faccia lo stupro di cui è vittima, e che le fa provare tutta la crudezza umana.
L' influenza della letteratura europea è evidente nella trama di connessioni fra i vari romanzi, i motivi e i personaggi stereotipati. In tal modo possiamo collocare Mila insieme a Emma Bovary o Anna karenina. La stessa Nora di Henrik Ibsen presenta una vicinanza a Mila, in particolar modo nel raggiungimento della propria individualità, e la decisione di intraprendere personalmente il proprio destino, lasciando il marito e i figli. Analogo è il momento in cui Natàlia decide di ''liberarsi'' definitivamente del marito ammazzando i colombi: l'ultimo, il più ribelle, morirà nello stesso momento in cui morirà Quimet sul fronte di guerra.
È il caso in cui è lecito affermare che in amore, come nella rivoluzione, ci sono sempre una vittima e un boia. La donna viene dominata da un amore che crede autentico, e il sentimento che prova la trascina, invece, nella tragedia; anche se quest' amore autentico abbia creato un' armatura che i sentimenti non possono attraversare.
Ad esempio, Natàlia è affascinata da Quimet nel momento in cui cerca l'amore, mentre Quimet penserà a sottometterla fin dal primo giorno insieme: “si et cases amb mi t'ha d'agradar el mateix que a mi''47.
Il non-convolgimento nel rapporto è presente anche in Matias, il marito di Mila. Un anima ''fredda'', senza fascino né sorprese. Tra le varie forme di sottomissione nel caso di Quimet e Natàlia, la più evidente è, ancora una volta, la dipendenza economica che la lega a lui, e che annulla contemporaneamente libertà e autonomia.
Una caratteristica che troviamo in tutte le eroine legate a un uomo, dal momento che pochissime hanno la possibilità di lavorare. Un' altra forma di sottomissione è la scomparsa dell'identità personale, anche questo un fenomeno ricorrente. Il cambio del nome, spesso forzato, è imposto dalle circostanze, o dal marito, appunto.
Il nome Colometa denota simbolismo; Quimet si affeziona al suo allevamento di colombi, ma una volta sposata Natàlia, sarà lei a prendersene cura, e a pulire le gabbie sporche. Quimet si limiterà ad ammirarli, e a rallegrarsi della loro crescita. In questo modo, Natàlia si rende conto di far parte della stessa collezione, e, proprio come i colombi in gabbia, di sottostare al potere del marito. Altro tema molto importante è quello della maternità.
Per quanto riguarda Mila, si tratta di un caso di volere e non potere. L'impotenza del marito, infatti, è la causa della frustrazione per una maternità che lei tanto desidera. Da qui l'allucinazione erotica di Mila, frutto di questa
impotenza. Caterina Albert descrive la sua protagonista con grande sensualità ed erotismo, come se si trattasse della descrizione di una donna attraente.
La trasformazione di Mila avviene in concomitanza con i cambiamenti esterni, come i temporali o il passaggio da una stagione all'altra. L' ambiente è una proiezione dei suoi pensieri, del suo subconscio, e viceversa, quando lei scopre i cambiamenti esterni, questi ne provocano la proiezione dentro di lei49. La protagonista affronta tentazioni e trasgredisce regole, e pur rendendosi conto che Gaietà può essere concepito soltanto come insegnante e guida spirituale, è presente in lei il desiderio che rappresenti l'amore. Mila mantiene permanentemente un'angoscia che rompe il suo equilibrio emozionale; fin dal principio della storia si sente inquieta e mortificata, senza sapere perché50
La sua difficoltà di esternare i sentimenti provoca una repressione costante della loro espressione, che conduce al desiderio di fuggire di fronte ai conflitti esterni; tucco ciò è celato dall'aspetto esteriore della tranquillità.
Mila lotta contro le aggressioni che le sono intorno, e cerca di modificare l'ambiente circostante. La continuità dei problemi rappresenta un incentivo nella maturazione del personaggio, che arriva ad accettare la nuova realtà.
Possiamo stabilire che anche Mercè Rodoreda come Victor Català due sfere costitutive per la sua protagonista, Natàlia: interno ed esterno rappresentano da un lato il corpo fisico, l'ego, il pensiero, dall' altro, l'anima. Il personaggio si muove tra mondo esterno che soffoca quello interno, alla costante ricerca di un equilibrio.
La crisi in cui si muovono le eroine di Albert e Rodoreda è arricchita da diverse manifestazioni di solitudine e disperazione, fattori che potenziano l'evoluzione psicologica delle protagoniste.
Alan Yates afferma che la solitudine è per Mila una contingenza fisica che si converte in condizione psicologica, e, infine, nevrotica. Entrambe le protagoniste sperimentano, nel loro isolamento, una nudità emozionale che le rende vittime della loro condizione, della loro fobia istintiva, e delle proprie debolezze.
Caterina Albert denuncia l'oppressione delle donne nelle relazioni amorose, ma distrugge le possibili situazioni di rivalità tra le donne. Come abbiamo visto, i temi nelle due opere sono analoghi: il ventaglio tipologico include la sottomissione all'uomo, la donna-oggetto, la maternità frustrata, la collocazione in un mondo maschilista, l'adulterio. La letteratura parla di storia, e situa gli avvenimenti in uno spazio temporale, in questo caso reale.
Lo sviluppo di questa scrittura è, in effetti, condizionato dal movimento femminista che nasce con Dolors Montserdà o Carme Karr. In verità, la letteratura era un ottimo mezzo per conseguire un cambiamento nella mentalità dell'inizio del secolo scorso. Ma qui il femminismo si mantiene in termini mitigati. Tali opere femminili hanno mostrato ai lettori che le donne fanno parte di una collettività, e hanno permesso a queste ultime di attraversare la propria coscienza individuale per diventare coscienza collettiva.

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