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Mito di Apollo e Dafne


Questo mito è tratto da un episodio delle "Metamorfosi" di Ovidio.
Apollo, dio greco della poesia, della musica e delle profezie, critica Cupido e, considerandolo poco abile nell'uso di archi e frecce, scatena la sua ira. Il dio estrae così dalla sua faretra due frecce: una dorata, capace di suscitare amore, con cui colpisce Apollo e l'altra di piombo, spuntata, capace di scacciare l'amore, con cui colpisce Dafne, ninfa figlia di Peneo. Mentre Apollo divampa d'amore per lei, Dafne non fa altro che fuggire da lui, più rapida di un alito di vento. Apollo la insegue e cerca di fermarla, affermando di non essere un contadino o uno zotico, di essere il figlio di Giove e di regnare sulla terra di Delfi, Claro e Tènedo. La ninfa, però, ignora le parole del Dio e continua a fuggire da lui, mentre il vento le scompiglia i capelli rendendoli più leggiadri e le scopre in parte la veste. Proprio sul punto in cui Apollo sta per afferrare Dafne, ella implora l'aiuto del padre Peneo. Il suo aiuto viene ascoltato e la ninfa si trasforma in una pianta di alloro: il petto si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano e diventano fronde, le braccia si trasformano in rami, i piedi si inchiodano in radici e il volto svanisce in una chioma. Dafne, però, anche sotto questa mutata forma, conserva il suo splendore e Apollo continua ad amarla: sente ancora trepidare il suo cuore sotto la corteccia, stringe tra le braccia i suoi rami come se fossero un corpo e bacia il legno che ancora si sottrae ai suoi baci. Così Apollo decide che Dafne sarebbe diventata la sua pianta e che i suoi capelli sarebbero stati sempre adornati di alloro, così da portare il vanto perpetuo delle fronde della ninfa.
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