Ominide 1486 punti

La creatura mostruosa - Riscrivi il brano con focalizzazione interna fissa sulla creatura


Inizialmente non aprì gli occhi. Per una frazione di secondo, per un brevissimo istante, le palpebre rimasero socchiuse. Non vedeva altro che un nero profondo, quell’oscurità totale in cui si è immersi quando si dorme; eppure sapeva di essere vivo. Non si domandò come fosse successo, né se davvero fosse possibile.
Gli sembrava quasi di sentire il rumore dell’aria che gli riempiva i polmoni, dello scorrere del sangue, gli sembrava che il suo cuore non avesse mai battuto più forte che in quel momento: un battito ritmato, regolare, che si diffondeva in tutto il corpo e gli riempiva le orecchie e la testa, come una confortante ninna nanna, come una melodia che conosceva bene. Tuttavia, temeva che, se avesse aperto gli occhi, tutto questo sarebbe svanito, una semplice illusione che sfuma in un istante.
Sollevò lentamente le palpebre, i nervi tesi e i muscoli contratti e si guardò intorno, dapprima con una sottile esitazione, poi con sempre maggiore interesse. L’ambiente che si presentò ai suoi occhi era cupo, buio, fatta eccezione per la bianca luce della luna che faceva capolino da una stretta finestra posta su una delle due pareti più lunghe della stanza. Le ante erano chiuse, ma davano l’idea di essere sul punto di spalancarsi violentemente sotto i colpi del vento e il continuo imperversare della tempesta. Minuscole gocce di pioggia rigavano lentamente il vetro trasparente. Di fronte a lui si ergeva un pesante armadio di legno scuro, ornato nella striscia inferiore da decorazioni realizzate a pennello, ma in gran parte ormai scolorite. Una delle due spesse ante era leggermente aperta, così che si potessero scorgere al suo interno i numerosi scomparti su cui si ammassavano scatole contenenti flaconi, provette sigillate e pinze da laboratorio. Il pavimento era coperto da un consistente strato di polvere, come se da tempo nessuno se ne occupasse, e su di esso era sparsa un’ innumerevole quantità di fogli scritti a mano, su cui si potevano intravedere tabelle, formule e disegni a carboncino. Al centro della stanza, poi, era posto un lungo tavolo metallico di un grigio spento, rivestito da una lastra di plastica chiara e completamente ricoperto di graffi, segni e striature che formavano una patina irremovibile.
Sembrava che tutto in quel luogo fosse stato abbandonato, che nessuno per anni si fosse preoccupato di mettere un po’ di ordine in quel tetro laboratorio, eppure la miriade di fogli sparsi per il locale poteva far pensare il contrario. Ma chi era stato a scriverli ? Chi lavorava in quel luogo ? Probabilmente la stessa persona che gli aveva dato la vita. Di colpo cominciò a nascere dentro di lui il desiderio di conoscere il suo creatore, una voglia sempre crescente di incontrare colui che gli aveva fatto il regalo più grande di tutti. Gli occhi cominciarono a saettare con insistenza da una parte all’altra della stanza, in cerca di un qualunque indizio che lo potesse condurre alla persona che stava cercando. Improvvisamente un rumore ruppe il silenzio, il rumore di decine di vetri che si infrangevano per terra. Si voltò di scatto, e fu in quel momento che lo vide: era un uomo sulla cinquantina, non troppo alto e decisamente scarno. La testa era coperta da capelli chiari, tendenti al bianco, che lo facevano assomigliare ad un vecchio e la pelle era chiara, forse troppo chiara: appariva malaticcio e profonde occhiaie e rughe gli segnavano il viso. Era evidente che avesse perso ultimamente molte ore di sonno e il viso appariva provato, come se un pensiero insistente lo avesse tormentato a tal punto da modificarne in quel modo i tratti del viso.
Riuscì però a vederlo solo per un momento, perché si stava precipitando verso la porta, inorridito da quello che aveva visto. Preso dal panico, non aveva fatto caso alle ampolle distribuite su un basso mobiletto, e scontrandosi con forza contro di esso le aveva mandate in mille pezzi facendole scivolare una dopo l’altra sul pavimento. Decise che avrebbe dovuto fermarlo ad ogni costo, ma come fece per alzarsi, realizzò di non riuscire a muoversi: le braccia e le gambe erano legate con spesse corde e lacci, gli stessi lacci che gli impedivano anche di alzare il busto e di mettersi seduto sul lettino dove adesso si trovava disteso. Intanto l’uomo aveva ormai varcato la porta a grandi passi e poi l’aveva sbattuta con forza dietro di sé. Non si era più voltato indietro, come per lasciarsi alle spalle quella stanza e tutto ciò che essa conteneva. Decise che l'avrebbe raggiunto, che in qualche modo sarebbe riuscito a liberarsi, ad uscire da lì. Non avrebbe rinunciato all’occasione di parlare con il suo creatore. Cominciò a muoversi come un pazzo, cercando di divincolarsi dalla stretta morsa delle funi che gli graffiavano la pelle, provocandogli profondi graffi e abrasioni. Tuttavia, sopportava qualsiasi dolore, spinto dalla prospettiva dell’incontro con lo scienziato. A poco a poco, infatti, quando le forze stavano ormai per abbandonarlo e non riusciva più a trattenere i terrificanti urli di angoscia, le corde che lo tenevano legato iniziarono a strapparsi, a consumarsi fino a quando non si ruppero definitivamente. Fece un respiro profondo e si alzò in piedi. La testa gli girava, la vista era appannata e faceva fatica a reggersi in piedi, a causa di quell’immenso sforzo. Procedette barcollando verso la porta, cercando di mettere lentamente a fuoco i vari oggetti a cui si appoggiava ad ogni passo. Con fatica, però, raggiunse l’uscita e, varcata la porta, si ritrovò in un tetro corridoio, illuminato solo da qualche lampada ad olio appesa alle pareti, che aumentava però quella sensazione di smarrimento e oscurità. Ai lati del corridoio si aprivano diverse porte, molte delle quali si rivelarono essere semplici sgabuzzini oppure chiuse a chiave. Solo una porta, all’estremità opposta, sembrava essere socchiusa, e una tenue luce bianca proiettava lunghe ombre sulla parete vicina. Si avvicinò veloce ma silenzioso alla soglia e aprì lentamente la porta. Questa emise un sottile scricchiolio, ma era un suono quasi impercettibile, che si sentì appena. Diede un’occhiata all’interno della stanza: era un ambiente abbastanza spoglio, a parte un ricco letto a baldacchino, coperto da lenzuola bianche e cortine di colore rosso vermiglio. All’interno del letto vide un uomo, in cui subito riconobbe lo scienziato conosciuto qualche ora prima. L’uomo stava evidentemente avendo un sonno molto agitato. Gocce di sudore gli imperlavano la fronte, sulla quale cadeva un ciuffo di capelli scompigliati. Era continuamente scosso da tremiti e si agitava fra le lenzuola, stringendo a se il cuscino e poi scaraventandolo lontano. Ogni tanto si fermava, respirando profondamente, ma poco dopo ricominciava il suo sonno scosso dagli incubi. Fu solo in quel momento che, per la prima volta, si interrogò su quale fosse la causa di tutta questa inquietudine. Non capiva cosa avesse scatenato quella grande angoscia nell’uomo, ma in un attimo tutto fu chiaro. Esplorando con gli occhi la stanza, infatti, aveva posato lo sguardo di su uno specchio impolverato, di sfuggita. Nonostante lo spesso strato che lo ricopriva, però, era ben distinguibile la sua immagine riflessa sul vetro. Fu uno spettacolo raccapricciante, a iniziare dal viso. La pelle era di un colore decisamente innaturale, un verde pallido, quasi tendente al grigio. Non era uniforme su tutta la faccia, ma era fissata in alcuni punti con delle cuciture abbozzate. Il lavoro era scadente ed era stato eseguito in fretta, tanto che alcuni lembi sembravano sul punto di staccarsi ogni volta che cambiava l’espressione della bocca. Gli occhi erano sproporzionati e di un colore così spento che potevano sembrare gli occhi di un cieco, o di un morto. In realtà, tutto il corpo aveva proporzioni strane: le gambe erano straordinariamente lunghe e il petto ampio, ma il busto era corto e le braccia piccole. Anche le mani avevano qualcosa di strano: erano pallide, scarne e di un colore diverso rispetto a quello del viso, ma altrettanto insolito. Avevano anch’esse un aspetto profondamente inquietante. “Mostro”, fu la prima parola che gli venne in mente davanti all’immagine raccapricciante nello specchio. Non aveva mai visto una creatura più spaventosa di quella e gli sembrava quasi impossibile da accettare. Lo scienziato aveva fatto bene a scappare. Nessuno sarebbe riuscito a resistere alla vista di quell’orrore. Forse doveva fuggire, forse era meglio nascondersi, così da non tormentare più nessuno con la sua presenza. Ecco cos’era, era solamente un tormento, un incubo per chiunque lo vedesse. Cominciò a sentirsi profondamente in colpa, per essere diverso, per essere così, e anche se riconosceva che toccava al dottore assumersi la responsabilità di quello che aveva creato, questo sentimento non gli dava pace. Era solamente una delusione, non era riuscito a soddisfare neanche le aspettative del suo creatore, figurarsi quelle del mondo che lo aspettava fuori. Non si sarebbe più fatto vedere, sarebbe scomparso, come se non fosse mai esistito: sarebbe stato solo un motivo di vergogna, di imbarazzo per lo scienziato, se si fosse mostrato alle altre persone, e l’ultima cosa che voleva fare era creare dei problemi alla persona a cui era più devoto. Non sapeva in realtà cosa fosse esattamente quel sentimento che provava per lo scienziato, né perché lo provasse: era una specie di amore incondizionato, come quello tra un padre e suo figlio, una completa ammirazione e stima nei suoi confronti. Non sapeva spiegare da dove venisse né il motivo di tanto affetto, ma sentiva che il suo terrificante aspetto non dipendeva da lui, non poteva fargliene una colpa. Non poteva accusarlo di nulla, ma semplicemente ammirarlo e venerarlo, perché gli aveva dato la vita. Spinto da questo sentimento, quindi, si avvicinò a grandi passi all’uomo nel letto e allungò una mano verso di lui, come per abbracciarlo, per fargli capire quanto gli volesse bene e quanto gli fosse grato. Quello, però, dopo aver spalancato gli occhi, cacciò un urlo di terrore, e si diresse fulmineo verso la porta, questa volta scappando in giardino e assicurandosi che la creatura non lo seguisse. Ancora una volta l’aveva fatto scappare. Ormai era chiaro come stavano le cose: il suo creatore non voleva vederlo, e lui avrebbe accontentato il suo desiderio.
Hai bisogno di aiuto in 1800 e 1900?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
×
Registrati via email