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Presenza dell’indulgenziere nella realtà del tempo
Nel Trecento, in Inghilterra, l’elemosiniere era colui che si spostava attraverso le città e le campagne per vendere le indulgenze; non era necessario che avesse abbracciato la carriera ecclesiastica per cui faceva parte della Chiesa, pur restando un laico. Pagando, si credeva, infatti, di poter scontare per sé o per i propri defunti, la penitenza necessaria affinché i peccato fossero perdonati e i fedeli potessero così guadagnarsi il Paradiso. In inglese “elemosiniere” si diceva “pardoner” e “indulgenze” si diceva” pardon”La cupidigia, movente di tutte le azioni
All’inizio de The Canterbury Tale, l’indulgenziere presenta ai compagni di viaggio il proprio autoritratto, in un modo fuori dal comune.Il tema delle sue prediche è sempre la cupidigia, lo stesso vizio che egli pratica in continuazione e confessa in modo sfacciato che pur essendo colpevole di tale peccato, riesce sempre a convincere il suo auditorio e liberarsene e a pentirsene amaramente. Nel suo autoritratto, non fa mistero della realtà del suo mestiere, anzi è il primo a presentarsi come un imbroglione che approfitta delle credulità e della superstizione degli sprovveduti, per riuscire nel suo intento di arricchirsi (cfr. “Tutte le mie prediche riguardano l’avarizia e consimili malanni, per rendere la gente generosa nel dare i propri soldi….. soprattutto a me! Il mio unico scopo infatti non è che far quattrini, non correggere i peccati”)
Egli si presenta il prima persona, sottolineando, senza vergogna alcuna la falsità delle reliquie a cui fa allusione durante i suoi sermoni. È solito dare dei consigli medico-spirituali strampalati e riferisce di praticare il vizio della cupidigia, contro cui, invece, egli predica in continuazione. Infatti, dall’elenco delle false bolle, delle reliquie di ogni genere e dalle indulgenze vendute contro somme di denaro emerge una sfacciataggine sconcertante e una tipologia di truffatore mai vista prima. In pratica, egli si fa beffa dell’ipocrisia religiosa e del commercio della vendita delle indulgenze e prova disgusto sia per umanità corrotta e credulona, ma anche per il suo stesso comportamento che le preclude ogni speranza di redenzione.
L’indulgenziere di Chaucer vs Fra’ Cipolla del Boccaccio
La figura dell’indulgenziere presenta vari punti di contatto con quella di frate Cipolla del Decameron. Anche frate Cipolla andava in giro spacciando false reliquie come la penna dell’Arcangelo Gabriele o i carboni su cui subì il martirio San Lorenzo, decantando le loro qualità terapeutiche, ma soprattutto cercando di ottenere cospicue somme di denaro come forma di elemosina. Esiste, però una differenza. Il fatto che l’indulgenziere rivendichi in prima persona i suoi imbrogli e la sua corruzione morale, lo colloca in un’altra categoria di personaggi, cioè in quella dei perversi che sono soliti farsi vanto della propria perversione. La posizione dell’indulgenziere potrebbe essere vista come una specie di credo all’incontrario. Frate Cipolla era sì un imbroglione piano di malizia, però sapeva creare una vena comica, di autentico divertimento derivato dalla beffa. Frate Cipolla non conosceva l’odio. Invece, l’indulgenziere afferma che le sue prediche sono tutte originate da “cattive intenzioni” (come l’ipocrisia, la lusinga, la compiacenza, la vanagloria), prima fra tutte l’odio come forma di vendetta nei confronti di chi ha accusato e diffamato lui o i suoi confratelli.Frate Cipolla è invece pronto ad unirsi ai giovani per divertirsi insieme a loro, anche se lo hanno beffato.