
Due esami, settimane di studio, e una sessione che si trasforma in un incubo amministrativo. Non per lacune, non per impreparazione, ma per errori nella correzione e problemi di verbalizzazione.
È la denuncia di uno studente di una nota università romana che, su Reddit, ha raccontato la sua “prima sessione disastrosa”, scatenando decine di commenti tra indignazione e consigli pratici.
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18 invece di 28
Lo studente frequenta un corso L-42 e racconta di aver sostenuto due esami “abbastanza corposi”. Il primo, interamente scritto, lo lascia tranquillo: “mi sentivo sicurissimo”. Poi arriva il risultato: 18.
Qualcosa non torna. Decide di chiedere un ricevimento per visionare il compito, ma qui scatta il cortocircuito: la docente riceve il martedì, mentre il termine ultimo per rifiutare il voto è il lunedì. Rifiuta, convinto di capire l’errore in seguito.
E l’errore emerge. “Il mio era effettivamente un esame da circa 28 secondo lei”. Ma ormai il rifiuto è stato formalizzato e, stando a quanto riferito, la professoressa sostiene di non poter intervenire.
Come si è arrivati al 18? Secondo il racconto, la correzione sarebbe stata affidata in larga parte agli assistenti. Per la parte dei saggi – che vale circa il 70% del voto – molti studenti avrebbero ricevuto valutazioni simili, una “sfilza di 18-19” comunicata in tempi molto più rapidi rispetto all’appello precedente.
Risultato: esame da rifare.
Un 27 che non esiste (per una matricola sbagliata)
Se il primo episodio è una questione di valutazione, il secondo è puramente burocratico. Dopo “tante fatiche”, racconta di aver ottenuto un 27.
Nel comunicare i voti, però, il professore avrebbe sbagliato a scrivere la matricola. Lo studente invia una mail per segnalare l’errore. Nessuna risposta. Su Infostud il voto non compare.
Il timore è concreto: “Credo ridaremo anche questo esame”. E a quel punto la frustrazione diventa disperazione.
“Tu hai rifiutato il 18, non il 28”: indignazione e consigli
Nei commenti il tono è quasi unanime: quello che emerge è una richiesta di reazione.
Un utente scrive che “tutte queste persone avevano il potere di fare qualcosa per risolvere il tuo problema”, suggerendo di contattare il coordinatore del corso e, se necessario, perfino il rettore.
Sul primo esame, molti insistono su un punto: “Tu hai rifiutato il 18, non il 28”. L’idea, in pratica, è che un disguido tecnico abbia una soluzione tecnica, e che la mancata correzione sia più una questione di volontà che di impossibilità.
C’è chi racconta esperienze simili: compiti corretti a metà, pagine non girate, errori individuati solo dopo la scadenza delle verbalizzazioni. In un caso, addirittura, il prof “non aveva visto METÀ compito”, ma dopo la segnalazione il voto è stato aggiornato e inserito a sistema.
“Col caz*o che rinunci a un 27”: il diritto alla verbalizzazione
Sul secondo episodio il linguaggio si fa ancora più diretto. “Col caz*o che rinunci a un 27”, scrive qualcuno, con annesso invito a rivolgersi subito alla segreteria.
Un altro commentatore parla esplicitamente di DIRITTO alla verbalizzazione e suggerisce PEC, insistenza, persino la minaccia di un avvocato se necessario.
La linea comune è una sola: non accettare passivamente l’errore. Un utente sintetizza così l’approccio: “In università, per risolvere questioni come queste, devi rompere il caz*o a chiunque”.
Dietro il tono colorito, c’è un messaggio preciso: la macchina amministrativa universitaria può incepparsi, ma spesso si rimette in moto solo quando qualcuno la costringe a farlo.