agenzia cybersicurezza nazionale

Dici cybersecurity e la mente corre subito alle scene più iconiche di film e serie tv: Neo che decifra righe di codice verde in un sotterraneo di Matrix; Elliot Alderson, l'hacker solitario in felpa nera di Mr. Robot, chiuso in una stanza buia davanti a mille schermi. Per quanto tutto ciò sia molto suggestivo, devi sapere che la realtà è molto meno cinematografica e molto più complessa di così.

Quella che abbiamo toccato con mano durante la nostra visita all'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) in questo episodio speciale del vodcast #Sapevatelo è fatta di competenze diverse, lavoro di squadra, sangue freddo e persone che ogni giorno si occupano di proteggere il Paese da minacce spesso invisibili, ma molto concrete.

Perché sì, il digitale è ormai ovunque: nella scuola, nei trasporti, negli ospedali, nelle aziende, nei servizi pubblici che usiamo senza pensarci troppo. E proprio perché tutto passa dalla rete, la rete è diventata anche un terreno di attacco.

Solo nell’ultimo anno, in Italia, gli attacchi cyber gravi sono aumentati del 42%. Sembra una brutta notizia, e in parte lo è. Ma mentre crescono i rischi, cresce anche il bisogno di persone capaci di prevenirli, riconoscerli e gestirli. E per chi sta scegliendo cosa studiare o quale strada professionale intraprendere, questo scenario racconta anche un’altra cosa: c’è un settore che sta crescendo in fretta e che ha bisogno di nuove professionalità e nuovi professionisti.

Basti pensare che solo in Europa mancano 300.000 professionisti della sicurezza informatica: ma anche analisti, comunicatori, giuristi, esperti di relazioni internazionali e gestione delle crisi, profili tecnici e figure capaci di collegare tecnologia, organizzazione prendendo decisioni rapide.Non stiamo parlando, quindi, di una nicchia, ma di un mercato del lavoro affamato di cervelli e talenti.

Ma cosa succede davvero dietro le quinte quando un attacco colpisce un sistema importante? Chi interviene? Come si capisce da dove arriva una minaccia, quanto è grave e cosa bisogna fare per contenerla? Per rispondere a queste domande siamo entrati nel CSIRT Italia, il Computer Security Incident Response Team dell’ACN: il team che monitora, analizza e supporta la risposta agli incidenti informatici

Lì abbiamo scoperto che dietro la parola "cybersecurity" non c'è solo tecnologia, ma anche – grazie agli esperti che ci hanno guidato in questo viaggio – tanta responsabilità e umanità. Continua a leggere questo articolo per saperne di più e guarda il vodcast #Sapevatelo direttamente su YouTube

Indice

  1. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN): gli “anticorpi digitali” del Paese
  2. Cosa succede quando arriva un attacco cyber
  3. Malware, infostealer e piccoli errori quotidiani
  4. Email, password e data breach: i consigli da ricordare
  5. Da un istituto tecnico alla cybersecurity: la strada da intraprendere
    1. Non serve solo “spaccare il bit”: le soft skill contano
  6. Il bivio post-maturità: Informatica o Giurisprudenza?
    1. Un lavoro dove si impara ogni giorno
  7. La sfida del gender gap: perché c'è bisogno di più donne (e più ragazzi in generale)
  8. Non solo laureati in Informatica: chi può lavorare nella cybersecurity
  9. Come iniziare? La roadmap verso la tua carriera
  10. Scopri come “programmare” il tuo futuro con Hack the Future

L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN): gli “anticorpi digitali” del Paese

La prima domanda che un neofita si pone è: “Bisogna essere dei nerd che passano le giornate a programmare per capire questo mondo?” La risposta è un categorico no.

Il settore si è evoluto. Oggi la cybersicurezza è un ecosistema complesso dove le competenze tecniche (hard skill) si intrecciano in modo indissolubile con quelle umanistiche e gestionali (soft skill). 

C'è posto per l'ingegnere informatico che analizza i malware, certo. Ma c'è un bisogno disperato anche di esperti di normativa che sappiano leggere le leggi europee sulla protezione dei dati, di comunicatori che sappiano spiegare il rischio a un board aziendale, e di esperti di psicologia del comportamento che sappiano prevedere le mosse di chi architetta truffe informatiche.

Detto in modo semplice: l’ACN lavora per rafforzare le difese digitali dell’Italia. Un po’ come un sistema immunitario, che cerca di prevenire gli attacchi e, quando un incidente avviene, interviene per contenerne gli effetti

La parte più “da sala operativa” è quella del CSIRT, dove ogni giorno si ricevono segnalazioni, si analizzano vulnerabilità, si monitorano ransomware e si lavora per evitare che un problema tecnico diventi un danno reale.

Fabrizio Farinacci, del team CSIRT – Constituency Monitoring, ce lo ha spiegato bene: "L'ACN innalza la cyber-resilienza del Paese. Non facciamo solo i pompieri che spengono l'incendio, cerchiamo di costruire case che non prendano fuoco". Dalla gestione degli investimenti PNRR all'analisi dei malware in tempo reale, il lavoro qui è una sfida costante. "Non ci si annoia mai", dice Fabrizio, "È una sfida che cambia ogni giorno".

Cosa succede quando arriva un attacco cyber

Dentro il CSIRT arrivano segnalazioni da soggetti molto diversi: organizzazioni, ricercatori, realtà pubbliche e private, ma anche cittadini. Fabrizio spiega che le segnalazioni vengono gestite e analizzate, perché dietro un problema apparentemente piccolo può nascondersi una minaccia più ampia.

Tra le minacce più frequenti ci sono i ransomware, cioè attacchi che puntano a ottenere un riscatto. Un tempo li immaginavamo soprattutto come virus capaci di bloccare i computer cifrando i file. Oggi, però, la dinamica si è evoluta: spesso gli attaccanti rubano i dati e poi minacciano di pubblicarli se l’organizzazione colpita non paga.

E non è solo un problema tecnico. Se vengono rubati dati sensibili, l’impatto può riguardare persone, aziende, servizi pubblici, ospedali, scuole, enti locali.

Un altro fronte enorme è quello delle vulnerabilità. Fabrizio spiega che il CSIRT ne gestisce ogni giorno un volume molto alto, in crescita. Il meccanismo è abbastanza semplice: quando viene scoperta una falla in un servizio o in un sistema esposto su internet, gli attaccanti cercano di sfruttarla il prima possibile. Il compito di chi difende è fare l’opposto: individuarla, segnalarla e spingere chi è esposto a correggerla prima che venga usata per colpire.

Per spiegarlo, l’esperto si è servito di un’immagine molto efficace: “è come dire a qualcuno ‘hai un buco sulla porta, mettici una toppa prima che qualcuno entri’”.

Malware, infostealer e piccoli errori quotidiani

La cybersecurity, però, non riguarda solo grandi aziende o infrastrutture critiche. Riguarda anche noi, ogni volta che scarichiamo un file, clicchiamo su un link, usiamo una password o ci colleghiamo a una rete Wi-Fi pubblica.

Fabrizio spiega che un malware è uno strumento usato da un attaccante per raggiungere un obiettivo. Può camuffarsi dentro software apparentemente innocui, magari scaricati da siti poco affidabili. L’esempio è molto concreto: cerchi un programma a pagamento gratis, un film, un file da scaricare, e insieme a quello installi anche qualcosa che non volevi.

Tra i malware più pericolosi per l’utente comune ci sono gli infostealer, programmi pensati per rubare informazioni. Possono cercare credenziali salvate nel browser, registrare i tasti digitati sulla tastiera, raccogliere dati e poi rivenderli o usarli per entrare negli account.

La domanda, a quel punto, è inevitabile: come ci si protegge?

La prima regola è evitare comportamenti rischiosi, come scaricare software da fonti dubbie. Poi ci sono strumenti utili, come antivirus e password manager. Ma la vera differenza la fanno anche le abitudini.

Email, password e data breach: i consigli da ricordare

Tra i consigli più utili dati da Fabrizio c’è quello di non usare sempre la stessa email per qualsiasi iscrizione. La mail principale, quella collegata a banca, social e servizi importanti, dovrebbe essere riservata agli account davvero rilevanti e affidabili. Per iscrizioni occasionali o servizi meno importanti si possono usare indirizzi secondari o, quando ha senso, email temporanee.

Il motivo è semplice: ogni volta che lasciamo i nostri dati in giro, aumentiamo la superficie di rischio.

Fabrizio lo collega al tema dei data breach, cioè le violazioni in cui vengono sottratti dati da siti o servizi. Spesso pensiamo che il rischio principale sia la singola email di phishing che arriva nella nostra casella. In realtà, spiega, il problema dei data breach è ancora più insidioso: “Se un sito poco sicuro viene compromesso e noi abbiamo usato lì la stessa email e la stessa password che usiamo altrove, quella combinazione può diventare pericolosa per molto tempo.

Gli attaccanti, infatti, raccolgono dati provenienti da più violazioni e li inseriscono in grandi liste, le cosiddette combo list, per provare ad accedere ad account più importanti. Se la password è riutilizzata, il danno può allargarsi.

Per questo il password manager non è una fissazione da esperti, ma uno strumento utile anche per chi vuole semplicemente evitare di usare la stessa password ovunque. Fabrizio lo dice in modo realistico: “Magari non si diventa perfetti subito, ma mettere in sicurezza almeno gli account più importanti è già un passo verso l’obiettivo”.

Da un istituto tecnico alla cybersecurity: la strada da intraprendere

Ma qual è il percorso formativo da seguire per lavorare in una realtà come l’ACN? Fabrizio ci ha spiegato che conta principalmente quello che costruisci dopo. 

“Non è tanto il luogo in cui uno studia, se più blasonato o meno. L’importante è la passione e la dedizione che ci mette”. Lui arriva da un istituto tecnico, un percorso che gli ha dato basi utili anche all’università. La passione per l’informatica, però, nasce molto prima: da bambino, come tanti, era affascinato dai videogiochi e dai computer. Lui stesso racconta di aver “smanettato” parecchio, di aver combinato guai e di aver dovuto riformattare il computer più di una volta

La cybersecurity, invece, è arrivata dopo, durante il percorso universitario. Alcuni temi incontrati negli studi lo hanno incuriosito, poi nella magistrale ha scelto esami sempre più orientati alla sicurezza informatica. All’epoca, racconta, non esisteva ancora un indirizzo specifico di cybersecurity come oggi, ma c’erano specializzazioni e corsi che gli hanno permesso di avvicinarsi sempre di più a questo mondo.

La sua storia serve a smontare un’altra idea sbagliata: non devi per forza sapere tutto già a 14 anni. Puoi arrivarci per passaggi, scoperte, tentativi, passioni che cambiano forma.

Non serve solo “spaccare il bit”: le soft skill contano

Quando si immagina chi lavora nella cybersecurity, si pensa spesso a una persona bravissima a programmare e basta. La tecnica serve, certo. Fabrizio lo ammette: per alcune attività, come la digital forensics o l’analisi dei sistemi, avere una forma mentis tecnica aiuta molto. Ma non basta.

Quando si risponde a un incidente, si lavora in team. Bisogna dividersi i compiti, comunicare in modo rapido e preciso, spiegare cosa sta succedendo e reggere anche momenti di forte pressione. Fabrizio cita tre qualità fondamentali

  • capacità di lavorare con gli altri

  • comunicazione efficace,

  • resistenza allo stress

A volte un’attività di incident response può durare un intero weekend o una settimana di lavoro serrato. In quei momenti, il “genio solitario” non basta. La cybersecurity è fatta anche di persone che sanno restare lucide mentre intorno cresce la tensione.

E sì, a volte il lavoro somiglia un po’ ai film: Fabrizio racconta che il supporto può avvenire da remoto, ma anche fisicamente presso l’organizzazione colpita, quando è necessario intervenire sul posto.

Il bivio post-maturità: Informatica o Giurisprudenza?

Serve per forza una laurea in informatica? Bisogna aver imparato programmare a 12 anni? Oppure la cybersicurezza è un mondo più largo, dove possono entrare anche competenze e percorsi diversi?

Dopo Fabrizio, abbiamo trovato qualcun altro per rispondere a queste domande e per farci raccontare il dietro le quinte del mestiere: parliamo di Bruno Taricco, esperto di Digital Forensics e membro team del CSIRT.

"Mi sono diplomato allo scientifico ed ero indeciso tra studi umanistici e ingegneria. Alla fine ho scelto ingegneria, ma ho capito che avrei potuto arrivare qui anche attraverso altre strade. La verità – spiega – “è che dire cybersecurity oggi significa parlare di un settore in cui ci sono tante figure professionali.

Alcune sono molto tecniche, come chi si occupa di analisi malware o automazione della sicurezza. Altre sono più trasversali e riguardano gestione, governance, normative, compliance.

Il punto chiave è che non c’è una sola strada. Se ti piacciono i rompicapi, puoi guardare alla digital forensics, dove si analizzano log, dispositivi e tracce digitali per ricostruire cosa è successo. Bruno la descrive quasi come un lavoro investigativo: servono curiosità, passione e capacità di seguire anche piccole briciole” di informazioni.

Se invece ti interessa scoprire falle e punti deboli, c’è il penetration testing, cioè l’attività di chi cerca vulnerabilità in modo etico per aiutare organizzazioni e aziende a correggerle prima che vengano sfruttate da criminali.

E poi ci sono manager cyber, esperti di governance, specialisti normativi, figure che si muovono tra tecnologia, processi e responsabilità.

Un lavoro dove si impara ogni giorno

A Bruno viene chiesto se, per un giovane, questo può essere un lavoro appagante. La risposta è sì, e non solo per le prospettive occupazionali.

Racconta di essere immerso ogni giorno in una realtà che gli permette di acquisire conoscenze teoriche e pratiche nuove, anche cose che non si sarebbe mai aspettato di imparare. Sottolinea poi il valore del team: lavorare da soli sarebbe molto più difficile, mentre farlo insieme a persone con competenze specifiche permette di crescere, imparare e anche sbagliare in un contesto formativo.

Un’altra cosa non scontata è l’equilibrio. Bruno dice di riuscire a occuparsi di ciò che gli piace per gran parte della giornata e poi tornare a casa sereno, vivendo la vita privata in equilibrio con il lavoro.

Il suo consiglio per chi vuole iniziare è molto concreto: informarsi in autonomia, parlare con persone che lavorano nel settore se se ne conoscono, seguire un percorso formativo e, soprattutto, capire cosa piace e cosa no. Perché nella cybersecurity si può anche cambiare direzione: le competenze sono flessibili e possono portare da un ambito all’altro, se si continua a studiare.

La sfida del gender gap: perché c'è bisogno di più donne (e più ragazzi in generale)

La componente femminile nel settore è in crescita, ma c'è ancora molta strada da fare per la parità. Che servirebbe come il pane, secondo Arianna Cedrone, della Divisione Awareness presso ACN.

Alla domanda se sia un’“eccezione” in un settore ancora percepito come molto maschile, Arianna risponde senza esitazioni: “No, assolutamente no. Insieme a me ci sono tante altre colleghe che lavorano in tutti gli ambiti della cybersicurezza qui in ACN. Noi ci occupiamo di awareness, quindi di progetti di consapevolezza sia a livello nazionale sia in tavoli di lavoro a livello europeo”

Un team composto solo da profili identici è un team che non vede le minacce da angolazioni diverse, spiega l’esperta. La diversità di background (tecnico, legale, sociale, di genere) non è solo una questione di correttezza politica: è una necessità strategica. 

Lo chiarisce la stessa Arianna quando parla delle professionalità più richieste: “La cybersicurezza è un settore multidisciplinare, per cui ciascuno, con il proprio background, può dare il proprio contributo. Significa che il mondo cyber ha bisogno di competenze tecniche, certo, ma anche giuridiche, organizzative, educative e comunicative.

Arianna richiama anche le professionalità individuate da ENISA, l’Agenzia europea per la cybersicurezza: “A parte i più conosciuti CISO e Penetration Tester, possiamo citare tutta una serie di professionalità che ruotano attorno a questo mondo, ma non sono esattamente tecniche”. Tra queste cita “gli esperti di compliance normativa all’interno di un’azienda”, i “cyber security architect” e gli “esperti in educazione e training nel settore della cybersecurity”.

Se sei una ragazza e stai pensando che "questo non è un lavoro da donne", cancella subito questo pensiero. Non solo è un lavoro per tutti, ma è un lavoro in cui l'intuizione, la capacità di analisi e l'attenzione al dettaglio – spesso appannaggio di una forma mentis eterogenea – sono merce preziosissima.

Non solo laureati in Informatica: chi può lavorare nella cybersecurity

La cosa più interessante, alla fine, è che il percorso per arrivare alla cybersecurity non è unico. Nel vodcast torna più volte questo concetto: si può partire da un istituto tecnico, da un liceo, da Ingegneria, da Giurisprudenza, da percorsi ITS Academy o da esperienze più pratiche. L’importante è costruire competenze e capire quale parte del settore si avvicina di più alle proprie inclinazioni.

La cybersecurity può essere il posto giusto per chi ama i rompicapi e vuole occuparsi di digital forensics, per chi vuole cercare vulnerabilità come penetration tester, per chi è interessato alle norme e alla compliance, per chi vuole progettare sistemi più sicuri o per chi vuole lavorare sulla formazione e sulla consapevolezza. Insomma, ci sono tantissime opportunità: sta a te saperle cogliere!

Come iniziare? La roadmap verso la tua carriera

Ti senti stimolato? Bene. Ecco come trasformare questo interesse in una professione:

  1. Informati costantemente: il web cambia ogni ora. Segui i portali dell'ACN, leggi i report di settore. La curiosità è il requisito d'ingresso.

  2. Scegli un percorso: una laurea STEM (Ingegneria, Informatica) è la strada classica. Ma non disdegnare percorsi di Giurisprudenza, Economia o Psicologia applicata alle nuove tecnologie. Esistono master e ITS Academy specializzati proprio in Cyber Security che ti proiettano nel mondo del lavoro in tempi rapidi.

  3. Mettiti alla prova: partecipa a contest, CTF (Capture The Flag - competizioni per hacker etici), hackathon. La pratica batte la teoria nove volte su dieci.

  4. Cura le soft skill: impara le lingue (l'inglese è la lingua del web), impara a parlare in pubblico, impara a negoziare.

Scopri come “programmare” il tuo futuro con Hack the Future

Se hai ancora le idee un po’ confuse, niente paura: l’ACN è pronta a spiegarti tutto quello che hai letto fin qui in modo semplice, concreto e passo dopo passo. Come? Grazie a Hack the Future, il progetto di orientamento professionale che porta la cybersecurity dentro l’educazione civica e l’orientamento scolastico

Il percorso mette a disposizione dei docenti cinque lesson plan già strutturati, con materiali, link, casi studio e compiti di realtà pensati per aiutare studentesse e studenti a capire come la sicurezza informatica tocchi la vita quotidiana, la comunità, le istituzioni e il mondo dell’informazione

Le attività contribuiscono alle ore obbligatorie di educazione civica e orientamento previste dalle Linee guida MIM e si chiudono con un elaborato personale, utilizzabile anche come “capolavoro” nell’e-portfolio, insieme a una panoramica dei percorsi ITS e universitari collegati alle professioni della cybersecurity

Sei pronto a diventare uno di quelli che difendono il Paese? Il club dei guardiani del digitale ti sta aspettando. E no, non serve la maschera da hacker, basta la tua voglia di fare la differenza: proponi Hack the Future al tuo prof e consulta il portale dell’ACN per saperne di più sulla cybersicurezza!

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