
L'intelligenza artificiale è alleata o nemica dello studente? La risposta è che dipende come la usi. All’inizio la vedi come un prezioso supporto: ti aiuta a riassumere, cercare spunti, organizzare idee, e in certi casi può davvero fare la differenza.
Ma se viene implementata nello studio senza metodo e senza controllo, può trasformarsi in un’arma a doppio taglio: nei compiti semplici, infatti – quelli dove lo studente potrebbe cavarsela da solo –, il supporto dell’IA può ridurre apprendimento, motivazione, fiducia nelle proprie decisioni e percezione delle proprie capacità.
In poche parole, se il compito è facile, delegare troppo all’IA rischia di togliere allenamento alla mente, più che potenziarla.
È una delle evidenze più interessanti emerse da “EDUNext – Nuovi scenari per l’Education e le competenze nell’era dell’AI”, la nuova ricerca dell’Osservatorio Look4ward promossa da Intesa Sanpaolo, in collaborazione con il Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” della Luiss Guido Carli.
La ricerca è stata presentata proprio alla Luiss di Roma, in un evento che ha riunito studentesse e studenti, rappresentanti del mondo universitario, istituzionale e aziendale per ragionare su una domanda che riguarda tutti: quali competenze servono per studiare, lavorare e orientarsi in un mondo in cui tecnologia e formazione stanno cambiando insieme?
C’eravamo anche noi di Skuola.net, per raccontare da vicino una giornata in cui ragazze e ragazzi hanno potuto ascoltare, confrontarsi con le personalità presenti e scoprire quali sono gli attuali – e futuri – metodi di utilizzo dell’IA.
Indice
Non basta usare l’IA: bisogna capire quando serve davvero
Il primo tema è quello più vicino agli studenti: non si tratta solo di sapere aprire un tool, scrivere un prompt o farsi dare una risposta. La competenza vera sta nel capire quando l’IA aggiunge valore e quando invece rischia di togliere spazio al ragionamento personale.
Il report segnala infatti che, nei compiti a bassa complessità, il supporto IA può ridurre la percezione della propria performance del 16,2% e l’autoefficacia del 10,4%.
In più, se utilizzata per consegne relativamente facili, il supporto dell’IA non migliora automaticamente l’apprendimento. Anzi: rispetto alla condizione senza supporto, l’indicatore di apprendimento cala di circa il 15% con l’IA e arriva a circa il 18% con IA più intervento umano.
A spiegarlo è la Dott.ssa Elisa Zambito Marsala, Responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo:
“Attraverso questo nuovo report dell'Osservatorio Look4ward sull'evoluzione delle competenze, abbiamo esplorato questo punto, quindi quando ci troviamo di fronte a compiti più semplici, probabilmente non è sempre necessario utilizzare le IA. Abbiamo rilevato che l'engagement aumenta di circa il 15%, gli studenti aumentano il loro livello formativo di circa il 4% e la motivazione umana aumenta dell'11%.
Quando invece ci troviamo ad affrontare compiti molto più complessi, allora il pattern si inverte. L'intelligenza artificiale diventa uno strumento preziosissimo e utile per aumentare le potenzialità dell'impatto che si vuole generare e quindi dei risultati che attraverso questi compiti complessi vogliamo raggiungere.”
Chiaramente l’IA non va demonizzata, ma nemmeno usata in automatico. Se il compito è semplice, farlo da soli può aiutare di più: solo così impari a ragionare e correggere i tuoi errori. Questa è la base dell’apprendimento.
Quando invece il compito diventa complesso, l’IA può diventare un supporto molto forte: non per sostituire lo studente, ma per aiutarlo ad affrontare problemi più articolati, leggere scenari, collegare informazioni e ampliare il lavoro.
Serve un metodo: il ruolo dei docenti resta centrale
Se l’IA entra nelle scuole e nelle università, la domanda è inevitabile: chi aiuta studenti e studentesse a usarla bene?
Perché il rischio è che la tecnologia arrivi prima delle regole, dei metodi e delle competenze necessarie per gestirla. E in quel caso il problema non è lo strumento, ma il modo in cui viene inserito nei percorsi formativi.
Su questo insiste Enzo Peruffo, Prorettore dell’Università Luiss Guido Carli:
“Siamo in una fase di maturità dell'adozione dell'intelligenza artificiale, perché mentre in una prima fase di entusiasmo abbiamo iniziato a utilizzarla, adesso è evidente che è necessario avere un approccio pedagogico solido, che il docente ha un ruolo fondamentale perché intermedia tra la tecnologia la capacità di apprendimento. Quindi diventa fondamentale il disegno pedagogico e il percorso e l'obiettivo per cui si utilizza l'intelligenza artificiale.”
Il docente, in questo scenario, diventa fondamentale. Anzi, serve ancora di più, perché aiuta a dare senso allo strumento, a capire quali attività possono essere supportate dall’IA e quali invece devono restare “allenamento” per il singolo studente.
Spiegato in modo semplice: bisogna spiegare perché, quando, con quali limiti e con quale obiettivo.
Le competenze cambiano anche nel lavoro
Il tema non riguarda solo chi studia oggi. Riguarda anche il mondo del lavoro, dove l’IA sta cambiando processi, mansioni e competenze richieste.
Molte aziende stanno già sperimentando soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Il report indica che il 31% delle imprese italiane ha già implementato o sta sperimentando soluzioni IA, ma solo il 19% ha percorsi formativi strutturati e continuativi. Tuttavia, l’adozione della tecnologia non basta: se cambiano gli strumenti, deve cambiare anche la formazione delle persone.
Lo racconta Giacomo Castri, Director Recruiting & Assessment Center di Intesa Sanpaolo, parlando dell’esperienza della nuova Corporate Academy:
“Fino ad oggi abbiamo fatto tantissima formazione, parliamo di milioni di ore investendo sul presente, su cosa serve per essere compliant con le normative, cosa serve per fare al meglio il lavoro a cui i nostri colleghi sono assegnati e dall'anno scorso nel cambio di paradigma complessivo della strategia abbiamo fondato l'Academy.
Gli abbiamo dato un taglio trasformativo cercando di anticipare i trend e soprattutto l'evoluzione dei mestieri. È un percorso lungo, però è quello che secondo noi farà la differenza.”
Qui entra in gioco una parola chiave: anticipare. Non aspettare che i mestieri cambino del tutto per poi rincorrere, ma provare a leggere prima la direzione.
Per studenti e giovani che stanno costruendo il proprio percorso, questo è un punto fondamentale. Le competenze tecniche contano, certo. Ma da sole non bastano. Servono capacità di adattamento, pensiero critico, creatività, comunicazione, collaborazione, lettura dei contesti.
Perché in un mondo in cui gli strumenti cambiano rapidamente, la vera domanda non è solo “che cosa sai usare oggi?”, ma “quanto sei pronto a imparare ciò che servirà domani?”.
La risposta giusta conta meno del ragionamento
Se l’IA può aiutare a trovare una risposta, allora la scuola e l’università devono chiedersi cosa vogliono davvero valutare.
Solo il risultato finale? Oppure il percorso mentale che porta a quel risultato?
A spiegarlo è la Prof.ssa Lucia Marchegiani, Professoressa Associata di Business Organization e Human Resources Management di Luiss Guido Carli:
“Quando l'intelligenza artificiale subentra nei processi decisionali con una piena sostituzione, soprattutto nei task a bassa complessità, quindi le cose che voi studenti sapete fare, questo non solo ha un effetto negativo sull'apprendimento, evidentemente, ma anche sulla motivazione, sulla percezione di sé, quindi molto in profondo.
Noi tra l'altro proponiamo anche in maniera un po' coraggiosa di incentivare l'utilizzo degli AI anche nella valutazione, ma non puntando alla verifica del risultato. Quello che conterà sempre di più non sarà tanto la risposta giusta o sbagliata, ma la capacità di ragionamento dello studente.”
Tradotto: capire se una risposta è sensata, se un passaggio è corretto, se un ragionamento regge, resta una competenza umana. E sarà sempre più importante.
In questa prospettiva, valutare uno studente non significa solo controllare se ha scritto la risposta “giusta”. Significa capire come ci è arrivato, quali collegamenti ha fatto, quali dubbi si è posto, quanto sa spiegare e difendere il proprio percorso.
Gli studenti chiedono trasparenza: bias, allucinazioni e limiti dell’IA
All’evento hanno preso voce anche gli studenti. E dalle loro risposte emerge un bisogno molto concreto: usare l’IA sì, ma capirla meglio.
Perché molti ragazzi e ragazze la usano già. Il problema è che spesso lo fanno senza conoscere davvero come funzionano gli strumenti, quali limiti hanno, perché possono sbagliare o produrre risposte convincenti ma non corrette.
Alla domanda su quale aspetto dell’IA vorrebbero fosse spiegato meglio, uno studente ha risposto:
“Le università italiane dovrebbero spiegare in particolar modo caratteristiche dell'intelligenza artificiale che noi studenti ampiamente utilizziamo, ma che ancora non conosciamo a meglio.”
Una studentessa ha aggiunto: “Sicuramente vorrei fosse spiegata meglio la trasparenza algoritmica, quindi come si arriva effettivamente ad un determinato risultato. Questo per poter essere consapevoli anche dei bias algoritmici e delle allucinazioni che l'intelligenza artificiale può portare, così da poter ottenere anche una risposta ottimale.”
Sapere che l’IA può avere bias, può produrre allucinazioni, può sembrare sicura anche quando sbaglia, è parte della nuova alfabetizzazione digitale. Che ormai è una competenza di base per chi studia, lavora e prende decisioni usando sistemi intelligenti.
Insomma, l’IA può essere un’alleata fortissima, ma non deve diventare il modo per smettere di pensare. Per i compiti semplici, fare da soli può essere ancora il miglior allenamento. Nei compiti complessi, invece, l’IA può aiutare ad andare più lontano, a patto di non subirla in modo passivo.
Il lavoro cambia, la formazione cambia e cambia anche il modo di imparare: non rimanere indietro!