
Un'oliva lasciata sola al centro di un piatto. Due confezioni di gelato alla menta e cioccolato. Oppure una cena abbondante a base di aragosta, bistecca e torta di mele.
Cosa mangeresti se sapessi che quello davanti a te sarà l'ultimo pasto della tua vita? Una domanda inquietante che, negli Stati Uniti, per molti condannati alla pena capitale è diventata una scelta reale.
Prima dell'esecuzione, infatti, in diversi istituti penitenziari americani è esistita, e in alcuni casi esiste ancora, la tradizione di concedere ai detenuti un ultimo pasto, compatibilmente con le regole e le possibilità della struttura.
Le richieste possono essere molto diverse: c'è chi sceglie piatti elaborati, chi preferisce cibi semplici e familiari e chi decide di non mangiare affatto.
Tra i casi più conosciuti ci sono quelli di John Wayne Gacy, Timothy McVeigh, Victor Feguer e Ricky Ray Rector, ma anche vicende giudiziarie controverse come quella degli italiani Sacco e Vanzetti.
Indice
- John Wayne Gacy: gamberi fritti, pollo KFC e un chilo di fragole
- Timothy McVeigh: due confezioni di gelato alla menta e cioccolato
- Victor Feguer: una sola oliva con il nocciolo
- Ricky Ray Rector: una torta di noci «da conservare per dopo»
- Stephen Anderson: toast al formaggio, ricotta e torta di pesche
- Allen Lee Davis: aragosta, gamberi e vongole fritte
- Ronnie Lee Gardner: aragosta e bistecca davanti al Signore degli Anelli
- Angel Nieves Diaz: il condannato che rifiutò l'ultimo pasto
- Sacco e Vanzetti: zuppa, carne, pane tostato e tè prima della sedia elettrica
John Wayne Gacy: gamberi fritti, pollo KFC e un chilo di fragole
Tra i criminali più tristemente noti della storia americana figura John Wayne Gacy, serial killer condannato per l'omicidio di 33 ragazzi e giovani uomini.
Conosciuto anche come Killer Clown, perché in alcune occasioni si esibiva vestito da clown, Gacy venne giustiziato il 10 maggio 1994, a 52 anni, mediante iniezione letale.
Per il suo ultimo pasto scelse un menù particolarmente abbondante: 12 gamberi fritti, un secchiello di pollo fritto KFC, patatine fritte e circa 450 grammi di fragole fresche.
Un dettaglio rende la richiesta ancora più particolare: prima del suo arresto, Gacy aveva gestito tre ristoranti della catena Kentucky Fried Chicken. La scelta del pollo fritto, dunque, richiamava anche un'attività che aveva fatto parte della sua vita prima della condanna.
Timothy McVeigh: due confezioni di gelato alla menta e cioccolato
Niente carne, patatine o piatti elaborati. Timothy McVeigh scelse soltanto gelato. L'autore dell'attentato di Oklahoma City del 19 aprile 1995, nel quale morirono 168 persone, fu giustiziato mediante iniezione letale l'11 giugno 2001, a 33 anni.
La sua richiesta per l'ultimo pasto fu estremamente semplice: due pinte di gelato alla menta con gocce di cioccolato, corrispondenti complessivamente a poco meno di un litro. Non volle aggiungere altro.
La scelta è diventata una delle più conosciute nella storia della pena capitale americana, anche per l'apparente banalità di un dessert che chiunque potrebbe acquistare al supermercato.
McVeigh, a differenza di Gacy, non era un serial killer, ma l'autore di una strage terroristica. Una distinzione importante, perché le due categorie descrivono dinamiche criminali differenti.
Victor Feguer: una sola oliva con il nocciolo
Forse la scelta più singolare di tutte è quella di Victor Feguer, condannato per il rapimento e l'omicidio di un medico. Il 15 marzo 1963, all'età di 28 anni, fu giustiziato mediante impiccagione nello Stato dell'Iowa.
Quando gli venne chiesto cosa desiderasse mangiare, la sua risposta fu sorprendente: una sola oliva, con il nocciolo ancora all'interno. Nessun altro alimento.
Secondo un racconto tramandato negli anni, Feguer avrebbe voluto che il nocciolo fosse sepolto con lui, nella speranza simbolica che dalla sua tomba potesse crescere un ulivo, pianta tradizionalmente associata alla pace.
Quest'ultima interpretazione viene spesso riportata nelle ricostruzioni della vicenda, anche se non è possibile considerarla una spiegazione psicologica certa della sua scelta.
Resta il fatto che, tra le ultime cene documentate dei condannati americani, quella di Feguer è diventata una delle immagini più emblematiche: un piatto praticamente vuoto, con un solo alimento al centro.
Ricky Ray Rector: una torta di noci «da conservare per dopo»
La vicenda di Ricky Ray Rector, giustiziato nel 1992 a 42 anni per due omicidi, è tra le più controverse.
Rector aveva riportato gravi danni cerebrali dopo essersi sparato alla testa durante un tentativo di suicidio. Le sue condizioni cognitive diventarono un elemento centrale del dibattito sulla sua esecuzione.
Per l'ultimo pasto richiese bistecca, pollo fritto, una bevanda alla ciliegia e una torta di noci pecan. Ma fu proprio il dessert a rendere celebre il suo caso.
Secondo le ricostruzioni, Rector lasciò la torta intatta, spiegando a una guardia che voleva conservarla per mangiarla più tardi. Una frase che suscitò particolare impressione, considerato che non ci sarebbe stato alcun momento successivo.
L'episodio viene frequentemente richiamato nelle discussioni sulla capacità del detenuto di comprendere pienamente la propria situazione e sulle questioni etiche legate all'esecuzione di persone con gravi compromissioni cognitive.
Stephen Anderson: toast al formaggio, ricotta e torta di pesche
Un ultimo pasto composto da alimenti molto diversi tra loro, con un'insolita combinazione di dolce e salato.
Stephen Wayne Anderson, condannato per omicidio e autore di ulteriori confessioni relative a diversi delitti, venne giustiziato in California il 29 gennaio 2002, all'età di 48 anni.
La sua scelta comprendeva due sandwich grigliati al formaggio, circa mezzo chilo di cottage cheese, mais bianco trattato secondo la preparazione tradizionale chiamata hominy, una fetta di torta di pesche, gelato con gocce di cioccolato e ravanelli.
Tra gli elementi più curiosi figurano proprio i ravanelli, generalmente meno comuni nei menù delle ultime cene rispetto a carne, patatine o dessert. La richiesta di Anderson mostra quanto queste scelte potessero essere personali e imprevedibili, senza seguire necessariamente un criterio gastronomico preciso.
Allen Lee Davis: aragosta, gamberi e vongole fritte
Al contrario di chi scelse un pasto minimale, Allen Lee Davis, soprannominato Tiny, optò per una cena decisamente abbondante. Condannato per una rapina e tre omicidi, venne giustiziato sulla sedia elettrica in Florida l'8 luglio 1999, a 54 anni.
Il suo ultimo menù comprendeva una coda di aragosta, patate fritte, circa 225 grammi di gamberi fritti, circa 170 grammi di vongole fritte, mezza pagnotta di pane all'aglio e quasi un litro di root beer, una bibita analcolica molto diffusa negli Stati Uniti.
Un pasto ricco, caratterizzato soprattutto dai frutti di mare.
La sua esecuzione divenne oggetto di forti polemiche anche per le modalità con cui venne eseguita. Davis fu l'ultimo condannato messo a morte in Florida con la sedia elettrica come metodo ordinario, prima del cambiamento delle procedure dello Stato.
La vicenda contribuì ad alimentare il dibattito pubblico sui metodi di esecuzione e sulla loro compatibilità con il divieto di pene crudeli.
Ronnie Lee Gardner: aragosta e bistecca davanti al Signore degli Anelli
Una cena abbondante accompagnata da una maratona cinematografica. È la scelta di Ronnie Lee Gardner, condannato per due omicidi e giustiziato nel 2010, all'età di 49 anni, mediante fucilazione nello Utah.
Per il suo ultimo pasto chiese una coda di aragosta, una bistecca, torta di mele e gelato alla vaniglia. Ma a rendere particolarmente nota la sua richiesta fu il desiderio di consumare il pasto guardando la trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli.
Un dettaglio che dimostra come, in determinate circostanze, l'ultima richiesta potesse andare oltre il cibo e comprendere anche attività con cui trascorrere le ore precedenti all'esecuzione.
Il caso di Gardner attirò inoltre l'attenzione internazionale per il metodo utilizzato: la fucilazione, ormai molto rara negli Stati Uniti.
Angel Nieves Diaz: il condannato che rifiutò l'ultimo pasto
Non tutti i detenuti decidono di approfittare della possibilità di scegliere un ultimo menù. Angel Nieves Diaz, condannato per omicidio, rapimento e rapina a mano armata, venne giustiziato in Florida il 13 dicembre 2006, all'età di 55 anni.
Quando gli fu offerta la possibilità di richiedere un pasto speciale, Diaz rifiutò.
Le autorità penitenziarie gli servirono quindi il normale pasto previsto dal carcere, ma il detenuto decise di non consumare neppure quello. La sua ultima cena rimase così un vassoio vuoto.
La vicenda della sua esecuzione fu particolarmente controversa anche per le difficoltà emerse durante la somministrazione dell'iniezione letale, che alimentarono ulteriori discussioni sulla pena capitale in Florida.
Sacco e Vanzetti: zuppa, carne, pane tostato e tè prima della sedia elettrica
Tra i casi più significativi compare anche una vicenda che riguarda direttamente la storia italiana.
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigrati italiani di orientamento anarchico, furono condannati negli Stati Uniti per una rapina con duplice omicidio avvenuta nel Massachusetts nel 1920.
La loro vicenda giudiziaria suscitò proteste internazionali, per i dubbi sulla correttezza del processo e per il possibile peso dei pregiudizi politici e contro gli immigrati. Entrambi furono giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927.
Secondo le ricostruzioni storiche, il loro ultimo pasto fu particolarmente semplice: zuppa, carne, pane tostato e tè. Non è tuttavia certo che si trattasse di un menù richiesto personalmente dai due detenuti, anziché del pasto ordinario servito nel carcere.
Nel 1977, cinquant'anni dopo le esecuzioni, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis riconobbe ufficialmente che Sacco e Vanzetti non avevano ricevuto un trattamento equo.
Il loro caso continua a rappresentare uno degli episodi più discussi della storia giudiziaria americana.
Ed è importante ricordarlo: Sacco e Vanzetti non erano serial killer. La loro presenza in questa raccolta serve a raccontare un caso storico di pena capitale, caratterizzato da una controversia giudiziaria ancora oggi studiata.