Illustrazione di una ricercatrice che esamina una carota di roccia davanti a uno tsunami nel Mare del Nord
Immagine realizzata con AI

Uno tsunami nel Mare del Nord alto più di 100 metri, scatenato da un asteroide largo 160 metri che si schiantò sul fondale tra 43 e 46 milioni di anni fa. A ricostruirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, guidato da Uisdean Nicholson, sedimentologo della Heriot-Watt University di Edimburgo, in Scozia.

La prova di quell'impatto è il cratere Silverpit, sepolto al largo della costa inglese dello Yorkshire. Anche se oggi quelle acque sembrano lontane dai grandi terremoti oceanici, il fondale conserva tracce di eventi capaci di cambiare interi paesaggi.

Indice

  1. Silverpit, il cratere largo tre chilometri sotto il Mare del Nord
  2. Come un asteroide di 160 metri ha generato lo tsunami
  3. Le prove che hanno risolto il mistero
  4. Il dibattito tra geologi e i crateri nascosti sotto gli oceani

Silverpit, il cratere largo tre chilometri sotto il Mare del Nord

Il cratere si trova nella parte meridionale del Mare del Nord, a circa 130 chilometri dalla costa dello Yorkshire. È sepolto 700 metri sotto il fondale marino: anche immergendoti non lo vedresti mai, perché per individuarlo servono strumenti capaci di leggere gli strati di roccia.

Le misure danno l'idea della scala. La depressione centrale è larga circa 3 chilometri ed è circondata da una fascia di faglie circolari che si allarga per 20 chilometri.

A scoprirlo, nel 2002, sono stati geologi impegnati nella ricerca petrolifera. Fin da subito avevano pensato a un cratere da impatto, perché la struttura mostrava tre segni tipici: forma circolare, un picco centrale e faglie concentriche.

All'epoca la stima dell'età superava i 60 milioni di anni e la notizia finì sulle prime pagine. "Il cratere potrebbe essere il colpo di un asteroide", scriveva allora il Guardian.

Oggi la datazione è più precisa e più recente. Il nuovo studio colloca l'impatto tra 43 e 46 milioni di anni fa, in un periodo che i geologi chiamano Eocene medio.

Come si arriva a una data così stretta per un evento tanto lontano? La risposta sta nei sedimenti che circondano il cratere, ed è uno dei tasselli che hanno chiuso il caso.

Come un asteroide di 160 metri ha generato lo tsunami

Per farti un'idea delle dimensioni, l'oggetto che ha colpito il Mare del Nord era grande più o meno come un grande stadio di calcio. Secondo il team, l'asteroide è arrivato con una traiettoria bassa, inclinata, provenendo da ovest.

Al momento dello schianto la sua energia ha spinto verso l'alto acqua e fondale insieme. Secondo Nicholson, l'asteroide ha "creato una cortina di rocce e acqua alta 1,5 chilometri che poi è crollata nel mare": è proprio quel crollo ad aver generato l'onda gigantesca.

Ma come fa un sasso spaziale di 160 metri a fare tutto questo? Conta molto anche la velocità. Negli impatti di questo tipo gli oggetti viaggiano a diversi chilometri al secondo (i modelli dello studio indicano circa 15 chilometri al secondo), e a quelle velocità anche un corpo di poche centinaia di metri libera una quantità di energia devastante.

Per ricostruire la dinamica dello schianto, i ricercatori hanno usato anche simulazioni al computer. I modelli sono stati sviluppati da Gareth Collins dell'Imperial College London, tra gli autori della ricerca.

Silverpit resta comunque un impatto "piccolo" rispetto ai giganti della storia della Terra. Il cratere di Chicxulub, in Messico, fu prodotto da un asteroide largo circa 10-14 chilometri, e quell'impatto portò all'estinzione del 75% delle specie animali e vegetali.

Le prove che hanno risolto il mistero

Per arrivare a un verdetto il team ha incrociato tre strumenti: immagini sismiche di ultima generazione, campioni di roccia e modelli al computer. "Le nuove immagini sismiche ci hanno offerto una visione senza precedenti del cratere", ha spiegato Nicholson nel comunicato dell'università.

La svolta è arrivata dai campioni prelevati da un pozzo petrolifero della zona. Lì dentro sono comparsi rari cristalli di quarzo e feldspato "shockati", cioè deformati da una pressione enorme, alla stessa profondità del fondo del cratere.

Perché contano tanto? Questi minerali mostrano segni che si formano solo con le pressioni estreme di un impatto, che né i movimenti del sale né i vulcani riescono a raggiungere. Trovarli, ha raccontato Nicholson, è stato "un vero lavoro da ago nel pagliaio".

Resta la questione della data. Qui entra in gioco Tom Dunkley Jones della University of Birmingham, che ha lavorato alla datazione dell'impatto.

"Lo studio dei resti fossili di plancton microscopico, oggi conservati nei sedimenti sottomarini allo stesso livello del cratere, ha mostrato che questo evento catastrofico è avvenuto in una stretta finestra temporale nel mezzo dell'Eocene", ha detto. In pratica i fossili funzionano come un orologio geologico: l'età degli strati in cui si trovano dice quando è avvenuto lo schianto.

Il dibattito tra geologi e i crateri nascosti sotto gli oceani

L'ipotesi dell'asteroide è stata tutt'altro che scontata. Per anni una parte dei geologi ha sostenuto che la struttura fosse nata dal movimento di depositi di sale sotterranei, una storia d'origine molto meno spettacolare.

Un'altra teoria parlava di un crollo del fondale causato dall'attività vulcanica. Le tre spiegazioni si sono contese il campo per circa vent'anni.

Il momento più basso per i sostenitori dell'impatto è arrivato nel 2009, durante un dibattito organizzato dalla Geological Society. "La maggior parte dei partecipanti ha respinto l'ipotesi dell'impatto di un asteroide", ricordano oggi gli autori dello studio.

Ora il quadro si è ribaltato. "Ho sempre pensato che l'ipotesi dell'impatto fosse la spiegazione più semplice e la più coerente con le osservazioni. È molto gratificante aver finalmente trovato la prova decisiva", ha commentato Collins.

Il risultato pesa anche per la sua rarità. Sulla Terra si contano circa 200 crateri da impatto confermati, e solo una trentina si trovano sotto gli oceani: "La tettonica delle placche e l'erosione cancellano quasi tutte le tracce della maggior parte di questi eventi", spiegano i ricercatori.

La ricerca, finanziata dal Natural Environment Research Council, ha coinvolto Heriot-Watt University, Imperial College London e University of Birmingham. Secondo il team, Silverpit servirà a capire come gli asteroidi hanno modellato il pianeta e a prevedere cosa potrebbe succedere con un impatto futuro.

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