
Il cervello attenua il tocco della propria mano perché lo prevede, mentre amplifica quello prodotto da qualcun altro: è questo il motivo per cui non riusciamo a farci il solletico da soli.
A indagare il meccanismo sono stati, tra gli altri, i ricercatori dell'University College London e il team della Humboldt University di Berlino guidato da Michael Brecht, che hanno osservato cosa succede nel cervello quando il tocco arriva da soli oppure da un'altra persona.
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Il cervelletto prevede il tocco e spegne il solletico
Un esperimento dell'Istituto di Neurologia della University College London, firmato da Sarah Jayne Blakemore e dal suo team, ha coinvolto 16 soggetti sottoposti al solletico prodotto da un braccio robotico.
I ricercatori hanno confrontato, con la risonanza magnetica funzionale, le immagini cerebrali raccolte durante il solletico provocato dal robot e quelle relative al solletico autoindotto.
Nel cervelletto, l'area che controlla equilibrio e coordinazione dei movimenti, è emersa un'attività che blocca le reazioni sensoriali quando è la persona stessa a procurarsi il solletico. Questo blocco non si attiva quando lo stimolo arriva dal robot o da un'altra persona.
Il cervello, in pratica, riconosce in anticipo la sensazione che sta per arrivare e comunica alle aree che percepiscono il tatto che non sta succedendo nulla di rilevante.
Il tocco esterno resta imprevedibile per il cervello
Gli esseri umani sono più sensibili agli stimoli esterni rispetto a quelli autoprodotti, perché notarli può essere importante per la sopravvivenza.
Per questo il cervello percepisce l'intensità del proprio tocco in modo più debole di quella causata da qualcun altro: riconosce la sensazione come attesa e la minimizza.
Secondo i ricercatori della Humboldt University, il solletico nasce da un errore percettivo: il cervello non riesce a prevedere con esattezza dove e quando arriverà il tocco, e questa imprevedibilità scatena la reazione.
In un esperimento condotto da Michael Brecht, il solletico autoindotto non ha prodotto alcun effetto sulle vittime, e ha ridotto notevolmente anche la risposta al solletico praticato subito dopo da un'altra persona.
La risposta al solletico arriva in circa 300 millisecondi
Nell'esperimento di Michael Brecht, ricercatore del Dipartimento di neuroscienze della Humboldt University di Berlino, il cambiamento nell'espressione del volto e nella respirazione provocato dal solletico arrivava in media dopo circa 300 millisecondi.
Le prime vocalizzazioni, cioè i primi suoni di risata, comparivano altri 200 millisecondi più tardi.
Si tratta di un tempo di reazione piuttosto lungo se confrontato con quello di un altro stimolo tattile: una puntura, per esempio, provoca una risposta in circa 320 millisecondi in totale.
Secondo i ricercatori, il solletico richiede più tempo perché coinvolge processi emozionali più complessi rispetto a una semplice reazione al dolore.
Il solletico unisce risata automatica e meccanismi di difesa
Esistono due tipi di solletico: la gargalesi, la stimolazione intensa e ripetuta che provoca la tipica risposta automatica di fastidio e risata, e la knismesi, una stimolazione più lieve e simile al prurito.
La risata provocata dal solletico è diversa da quella legata al divertimento: coinvolge anche l'ipotalamo, l'area del cervello che regola fame, temperatura corporea e reazioni istintive come lotta e fuga.
Le zone più sensibili al solletico sono ascelle, fianchi, pancia e collo; per alcune persone lo sono anche orecchie, piedi e incavo delle ginocchia.
Secondo alcune interpretazioni evoluzionistiche, il solletico aiuterebbe fin dall'infanzia a imparare a proteggere le parti più vulnerabili del corpo attraverso il gioco sociale con i genitori.