Busto di Socrate

Tutti la conoscono e la attribuiscono a Socrate: "So di non sapere". In questa forma così netta, però, la frase non compare nei testi che raccontano il filosofo ateniese, di cui del resto non abbiamo nessun frammento scritto. È una sintesi arrivata dopo. Quello che Socrate dice davvero, nell'Apologia di Platone, è più sottile e, a pensarci bene, molto più utile. Soprattutto in un'epoca in cui tutti sembrano avere un'opinione su tutto.

Indice

  1. L'oracolo che mise in crisi Socrate
  2. Cosa disse davvero Socrate
  3. Perché oggi serve più di prima
  4. Il prezzo delle domande

L'oracolo che mise in crisi Socrate

Tutto parte da una domanda fatta a Delfi. Cherefonte, amico di Socrate fin da ragazzo, va dall'oracolo di Apollo e chiede se esista qualcuno più sapiente di lui. La risposta della sacerdotessa è secca: nessuno.

Socrate, racconta Platone, resta spiazzato. Lui non si sente affatto sapiente, e allora decide di mettere alla prova l'oracolo. Va a parlare con le persone che ad Atene hanno fama di sapere: prima un politico, poi i poeti, infine gli artigiani. L'idea è trovare qualcuno più sapiente di lui, e portare la prova al dio.

Cosa disse davvero Socrate

Il primo incontro è con un politico stimatissimo. Dopo averci parlato, Socrate arriva a una conclusione che è il cuore di tutta la storia: probabilmente nessuno dei due sa niente di davvero importante. Ma quell'uomo crede di sapere, mentre lui non sa e nemmeno crede di sapere. Tutta la sua sapienza sta in quella piccola differenza.

Con i poeti va più o meno allo stesso modo: scrivono versi bellissimi, ma quando Socrate chiede loro di spiegarli non ne sono capaci. Gli artigiani sono il caso più interessante. Loro qualcosa la sanno davvero, cioè il proprio mestiere. Proprio per questo, però, si convincono di saperne anche su tutto il resto. È il difetto più umano dell'intero racconto, e chiunque abbia ascoltato un esperto di un campo pontificare su tutt'altro lo riconosce subito.

E la formula famosa? La versione più vicina arriva secoli dopo, con Cicerone, che scrive che Socrate diceva di sapere una cosa sola: di non sapere nulla. Da lì nasce il "so di non sapere" che ripetiamo oggi, più netto e più facile da ricordare dell'originale. Che, rispetto alla sintesi, ha qualcosa in più: Socrate non si vanta della propria ignoranza. Dice soltanto di non illudersi.

Perché oggi serve più di prima

Nel 1999 due psicologi americani, David Dunning e Justin Kruger, pubblicarono uno studio diventato famosissimo: chi ha competenze scarse in un campo tende a sopravvalutarle, proprio perché gli mancano gli strumenti per accorgersi dei propri errori. Il politico che Socrate incontrò ad Atene ne è un esempio con duemila anni d'anticipo.

Oggi gli psicologi parlano di umiltà intellettuale: la capacità di riconoscere che le proprie opinioni potrebbero essere sbagliate. Nella vita di tutti i giorni significa cose molto concrete. Dire "non lo so" in una riunione invece di improvvisare una risposta. Chiedere spiegazioni al medico invece di presentarsi con la diagnosi trovata online. Fermarsi, in una discussione, a pensare che forse l'altro ha un argomento valido. Sono gesti piccoli e un po' scomodi, perché sembrano una debolezza. Socrate li considerava l'inizio di qualsiasi sapere.

Il prezzo delle domande

C'è un dettaglio che rende la lezione ancora più seria. Ad Atene, quel modo di mettere in difficoltà le persone importanti non piacque a tutti. Nel 399 a.C. Socrate fu processato con l'accusa di corrompere i giovani e di non riconoscere gli dei della città, e condannato a morte. Bevve la cicuta a circa settant'anni.

L'Apologia è proprio il discorso di difesa che Platone gli mette in bocca durante quel processo. E lì, quando i giudici lo hanno già dichiarato colpevole e si sta decidendo la pena, compare un'altra frase che vale la pena ricordare: una vita senza ricerca non merita di essere vissuta. Ammettere di non sapere, per Socrate, era il punto di partenza per continuare a cercare.

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