Illustrazione di un tipografo che compone caratteri mobili in una tipografia

Lo diciamo decine di volte al giorno, lo scriviamo nei messaggi e lo capiscono in moltissime lingue. Eppure pochi sanno da dove venga davvero «ok». Le teorie che circolano sono tante, alcune molto suggestive. La storia documentata è un'altra, ed è più divertente di quanto sembri: tutto comincia con un errore di ortografia fatto apposta.

Indice

  1. Le teorie sbagliate
  2. Boston, 1839: una moda di sigle sbagliate
  3. La spinta di una campagna elettorale
  4. Chi ha risolto il mistero
  5. Una parola che ha conquistato il mondo

Le teorie sbagliate

Per decenni ognuno ha avuto la sua spiegazione. In Germania si pensava a «Oberst Kommandant», un alto grado militare. In Francia si citava Aux Cayes, un porto di Haiti. C'era chi lo collegava al telegrafo, chi a una marca di gallette della guerra civile americana. Altri tiravano in ballo «okeh», una parola dei nativi choctaw che avrebbe reso popolare Andrew Jackson, generale e poi presidente. E c'era perfino chi pensava al greco «óla kalá», «tutto bene». Come ricostruisce lo Smithsonian Magazine, queste ipotesi sono state smontate una per una, documenti alla mano.

Boston, 1839: una moda di sigle sbagliate

La prima attestazione conosciuta risale al 23 marzo 1839, sul Boston Morning Post diretto da Charles Gordon Greene. In quegli anni i giornali del New England erano presi da quella che lo studioso Allen Walker Read definì «una notevole moda delle abbreviazioni». Anzi, «si potrebbe chiamarla una mania». Si accorciavano espressioni scritte volutamente male: «K.G.» stava per «know go», storpiatura di «no go», cioè «niente da fare». «S.P.» stava per «small potatoes», «roba da poco».

Greene usò «O.K.» per «oll korrect», versione sgrammaticata di «all correct», cioè «tutto giusto». Lo fece in un pezzo satirico contro il Providence Journal, un giornale rivale. Le altre sigle sparirono presto. «O.K.», invece, sopravvisse.

La spinta di una campagna elettorale

A renderla famosa fu la politica. Nel 1840 il presidente Martin Van Buren si ricandidò. I suoi sostenitori lo chiamavano «Old Kinderhook», dal nome del paese natale, Kinderhook, nello Stato di New York. Le iniziali erano le stesse. Nacquero lo slogan «Vote for OK», cioè «vota OK», e gli «OK Club», che portarono la sigla in tutto il Paese. Il doppio senso era perfetto: Van Buren era quello «giusto». Van Buren perse le elezioni, ma la parola vinse.

Chi ha risolto il mistero

Per oltre un secolo l'origine di «ok» è rimasta incerta. A ricostruirla fu proprio Allen Walker Read, studioso della Columbia University. Lo fece in sei articoli usciti nel 1963 e nel 1964 sulla rivista American Speech. Read lavorò sui giornali dell'epoca, quando gli archivi digitali non esistevano, e seguì la parola passo dopo passo. Qualche studioso ha poi proposto origini multiple. La sua ricostruzione resta però la più convincente ed è quella accolta oggi dai principali dizionari, a cominciare dal Merriam-Webster.

Una parola che ha conquistato il mondo

Da allora «ok» ha fatto il giro del pianeta. È arrivato perfino sulla Luna: il 20 luglio 1969, appena toccato il suolo, Buzz Aldrin annunciò lo spegnimento del motore con un «Okay. Engine stop». In italiano lo usiamo da tempo. La catena, del resto, non si è mai fermata: oggi i ragazzi prendono in prestito dall'inglese parole come rizz, delulu e slay. Chissà quale di queste sopravvivrà. In fondo, anche «ok» è partito da uno scherzo tra giornalisti che si divertivano a sbagliare l'ortografia.

Immagine di copertina generata con l'intelligenza artificiale.

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