Primavera del 1978. Haruki Murakami ha 29 anni, gestisce un jazz bar (pieno di gatti) a Tokyo e la notte, al tavolo della cucina, prova a scrivere il suo primo romanzo. Il risultato non lo convince. Allora tira fuori una macchina da scrivere Olivetti e ricomincia in inglese, una lingua che maneggia a fatica. Da quel limite nasce lo stile che lo renderà famoso in tutto il mondo. E una lezione che vale ben oltre i romanzi.
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Un romanzo nato al tavolo della cucina
Murakami lo racconta nell'introduzione ai suoi primi due romanzi e in Il mestiere dello scrittore. Scriveva di notte, dopo aver chiuso il locale. Una prima stesura in giapponese l'aveva anche completata, ma rileggendola non gli piaceva.
La soluzione arriva quasi per gioco. Sistemata la Olivetti sul tavolo, si mette a scrivere l'inizio del romanzo in inglese. Con un vocabolario ridotto e una grammatica essenziale è costretto a frasi corte e idee semplici, senza giri di parole. Poi prende quelle pagine e le traduce in giapponese.
Il risultato è una lingua nuova: asciutta, ritmata, quasi musicale. Ascolta la canzone del vento, il romanzo nato così, nel 1979 vince il premio Gunzo per gli esordienti.
Il fienile troppo pieno
Per spiegare cosa fosse successo, Murakami usa un'immagine bellissima. Nato e cresciuto in Giappone, aveva la testa piena di parole ed espressioni giapponesi, stipate come bestiame in un fienile. Quando provava a scrivere uscivano tutte insieme, e con loro le formule già sentite, i modi di dire, le frasi fatte.
L'inglese, al contrario, lo obbligava a cercare l'essenziale. Il suo obiettivo, spiega, era uno stile disadorno e "neutro", che gli lasciasse più libertà di movimento.
Anni dopo scoprì di avere una compagna di strada inattesa: Agota Kristof, scrittrice ungherese fuggita in Svizzera, che scriveva in francese, una lingua imparata da adulta. Il suo Il grande quaderno è uscito nel 1986, e deve molto proprio a quella lingua povera e tagliente.
La trappola di chi sa troppo
La lezione di Murakami funziona perché tocca un difetto che abbiamo quasi tutti. Più conosciamo un argomento, più ci sembra ovvio, e più fatichiamo a immaginare cosa voglia dire ignorarlo. Gli psicologi la chiamano maledizione della conoscenza.
Un esperimento del 1990 alla Stanford University la mostra in modo comico. Alcuni volontari dovevano tamburellare con le dita il ritmo di canzoni famosissime, come Tanti auguri a te, mentre altri cercavano di indovinarle. Chi tamburellava era convinto che una canzone su due sarebbe stata riconosciuta. Gli ascoltatori ne indovinarono circa una su quaranta.
Nella testa di chi batteva le dita, la melodia suonava chiarissima. Dall'altra parte del tavolo arrivavano soltanto colpi.
Il vocabolario ridotto fuori dalla letteratura
Scrivere in una lingua straniera è un trucco da romanziere, ma il principio si può portare ovunque: ridurre gli strumenti a disposizione per costringersi all'essenziale.
- Mail di lavoro. Una richiesta per paragrafo, frasi brevi, il punto nella prima riga. Chi legge dal telefono, tra una riunione e l'altra, ringrazia.
- Presentazioni. Una slide, un'idea. Il resto si dice a voce.
- Studio. Spiegare un argomento come se lo si raccontasse a un ragazzino di dieci anni: i buchi nella comprensione saltano fuori subito.
- Discussioni. Nei momenti di tensione, le parole semplici sono le più difficili da fraintendere. "Mi sono sentito messo da parte" arriva meglio di un lungo ragionamento.
Il Dr. Seuss scrisse Prosciutto e uova verdi usando appena cinquanta parole diverse, per vincere una scommessa con il suo editore, ed è diventato uno dei libri per bambini più venduti di sempre. George Orwell, nel 1946, consigliava di preferire sempre la parola breve a quella lunga.
Come usare il trucco di Murakami senza cambiare lingua
L'esercizio si può fare anche restando nella propria lingua. Si scrive una prima versione immaginando di rivolgersi a qualcuno che parla poco l'italiano: frasi brevi, parole comuni, un'idea per volta. Poi la si rilegge e si aggiunge solo ciò che manca davvero. Quasi sempre è meno di quanto si pensi.
Murakami ha continuato a scrivere così per tutta la carriera, con frasi che sembrano facili e sono costruite con una cura maniacale. La semplicità, nel suo caso, è un punto d'arrivo: ci si arriva togliendo, una parola alla volta.