Illustrazione di una medusa immortale che fluttua sott’acqua con lunghi tentacoli
Immagine realizzata con AI

La medusa immortale Turritopsis dohrnii può trasformarsi da adulta in una massa di cellule e ripartire dallo stadio giovanile. A studiarla da anni è la biologa marina Maria Miglietta, della Texas A&M University di Galveston, che l'ha sottoposta a ogni tipo di stress in laboratorio: tagli, digiuno forzato, acqua dolce, eccesso di sale.

Il fenomeno era stato osservato per la prima volta nel 1988, quasi per caso, da due giovani ricercatori: il tedesco Christian Sommer e il genovese Giorgio Bavestrello. Dopo aver raccolto alcuni esemplari nel mare della Riviera ligure, se ne dimenticarono per qualche giorno. Si aspettavano di trovarli morti, e invece sul fondo del contenitore c’erano nuovi polipi. Da lì partirono gli studi del biologo Stefano Piraino, che insieme al collega Volker Schmid ha descritto per primo il meccanismo a livello cellulare.

Indice

  1. Come l'organismo adulto torna a formare un polipo
  2. Polipo e medusa, due fasi dello stesso ciclo
  3. Un'immortalità potenziale, non assoluta
  4. Cosa rivelano i suoi geni sull'invecchiamento umano

Come l'organismo adulto torna a formare un polipo

Quando subisce stress o danni, la medusa adulta smette di nuotare e cade sul fondo della vasca. A quel punto il corpo si trasforma in una massa di cellule che non somiglia più all'ombrello con i tentacoli tipico della medusa.

Da questa massa, nell'arco di uno-tre giorni, si forma un polipo: uno stadio iniziale del ciclo vitale delle meduse. Il polipo può poi svilupparsi in una colonia capace di produrre nuove meduse adulte.

Il passaggio chiave avviene a livello cellulare. Alcune cellule già specializzate tornano a uno stato simile a quello delle cellule staminali e da lì si riconvertono in altri tipi cellulari, un fenomeno che i ricercatori chiamano transdifferenziazione.

Polipo e medusa, due fasi dello stesso ciclo

Il polipo e la medusa non sono due organismi diversi, ma due fasi dello stesso ciclo vitale. Il polipo rappresenta lo stadio giovanile, fissato al substrato; la medusa è invece la forma adulta, libera di nuotare grazie all'ombrello e ai tentacoli.

Nel caso di Turritopsis dohrnii, il polipo che nasce dalla regressione cresce fino a formare una colonia, dalla quale germogliano nuove meduse. È da qui che nasce la definizione di "immortale": una singola medusa che regredisce può dare origine a una colonia in grado di produrre centinaia di nuove meduse, ognuna potenzialmente capace di ripetere lo stesso percorso.

"Da una medusa che non muore, si ottiene una colonia che può formarne centinaia di altre", ha spiegato Miglietta alla BBC.

Un'immortalità potenziale, non assoluta

In teoria, Turritopsis dohrnii può ripetere all'infinito il passaggio dallo stadio adulto a quello giovanile, mostrando una capacità di ringiovanimento che non ha paragoni conosciuti nel regno animale. Questa resistenza è stata osservata dopo i test più estremi: taglio dei tessuti, digiuno, immersione in acqua dolce o in acqua con troppo sale.

Gli scienziati, però, non possono escludere che l'animale muoia comunque per cause naturali. Parte degli esemplari osservati in laboratorio non riesce a completare il ringiovanimento, e potrebbe esistere un limite al numero di volte in cui il ciclo si ripete prima della morte.

Il termine "immortale" resta dunque una semplificazione: nell'ambiente marino la specie deve comunque fare i conti con predatori, scarsità di plancton e alghe che possono soffocare le colonie.

Cosa rivelano i suoi geni sull'invecchiamento umano

I ricercatori stanno cercando il meccanismo genetico e molecolare che permette alle cellule di questa medusa di tornare indietro nello sviluppo. Un'analisi del 2022 ha confrontato i geni di Turritopsis dohrnii con quelli di una specie affine non nota per ringiovanire.

Il confronto ha mostrato che la medusa immortale possiede più copie di geni legati alla riparazione dei danni al DNA. Ha anche più copie di geni coinvolti nella protezione dei telomeri, le strutture che normalmente si accorciano con l'età rendendo il DNA più fragile.

Questi indizi genetici sono solo un punto di partenza. Gli scienziati sperano che possano aiutare a capire come favorire la riparazione di tessuti danneggiati o contrastare malattie legate all'invecchiamento, ma un'applicazione concreta sull'uomo resta, per ammissione degli stessi ricercatori, ancora lontana.

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