La guerra del secchio ha una data precisa: il 15 novembre 1325, quando l'esercito di Modena sconfisse quello di Bologna a Zappolino. Il famoso secchio entrò in scena solo a battaglia finita, come bottino dei vincitori.
Da allora l'oggetto è rimasto a Modena, dove è custodito ancora oggi. Circa tre secoli dopo, il poeta modenese Alessandro Tassoni lo ha trasformato nella causa del conflitto con il poema La secchia rapita.
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Bologna contro Modena, prima della battaglia
Per capire Zappolino bisogna partire dalla mappa politica dell'epoca. Nel tardo Medioevo il Nord Italia era diviso tra guelfi, schierati con il papa, e ghibellini, fedeli all'imperatore. Bologna stava con i primi, Modena con i secondi.
Lo scontro ideologico, però, spiega solo una parte della storia. Le due città, separate da poche decine di chilometri, si contendevano da decenni castelli, strade e territori di confine: un controllo che aveva conseguenze economiche e militari molto concrete.
Un esempio? Nel 1296 Bologna strappò a Modena Bazzano e Savignano, il cui possesso fu poi confermato ai bolognesi da papa Bonifacio VIII. Insomma, le ostilità erano cominciate molto prima del 1325.
Il quadro cambiò nel 1312, quando il mantovano Rinaldo Bonacolsi, detto Passerino, diventò signore di Modena. Si alleò subito con le grandi famiglie ghibelline del tempo, cioè Visconti, Scaligeri ed Estensi, e governava come vicario imperiale, prima per Enrico VII e poi dalla parte di Ludovico il Bavaro, che sarebbe diventato imperatore nel 1328.
La sua politica di guerra gli costò cara con la Chiesa: papa Giovanni XXII lo dichiarò ribelle. Nel 1325 gli scontri di confine si fecero sempre più frequenti, con i bolognesi che a luglio e agosto misero a sacco le campagne modenesi.
La battaglia di Zappolino del 15 novembre 1325
La scintilla arrivò a fine settembre, quando i ghibellini presero, per tradimento, il castello di Monteveglio, caposaldo della difesa bolognese. I bolognesi lo misero sotto assedio, e Zappolino restò l'ultimo baluardo a protezione della città.
Il 15 novembre, con l'assedio ancora in corso, gli eserciti si affrontarono ai piedi del colle, in territorio bolognese. Sulla carta l'esito sembrava scontato: secondo le fonti dell'epoca (che probabilmente esageravano), Bologna schierava circa 30.000 fanti e 2.500 cavalieri, Modena circa 5.000 fanti e 2.800 cavalieri.
Nell'esercito modenese molti soldati erano mercenari germanici con maggiore esperienza militare, guidati da Bonacolsi insieme ad Azzone Visconti e Rinaldo II d'Este. I bolognesi, comandati dal capitano del popolo Fulcieri da Calboli e da Malatestino Novello Malatesta, avevano dovuto organizzare le truppe in fretta.
Lo scontro durò appena un paio d'ore. Un attacco laterale inaspettato colse di sorpresa l'esercito bolognese, che si sbandò; sul campo rimasero complessivamente oltre 2.000 morti. Tra i prigionieri finì anche Malatestino.
I modenesi inseguirono i superstiti fino alle porte di Bologna, distruggendo lungo la strada diversi castelli, tra cui Crespellano, Zola, Anzola, Castelfranco e Piumazzo. Arrivati sotto le mura, però, decisero di non assediare la città.
Il secchio, un trofeo preso dopo la vittoria
Invece di attaccare Bologna, i vincitori preferirono sbeffeggiare i vicini. Organizzarono dei palii fuori dalle mura e portarono via un secchio da un pozzo pubblico vicino a porta San Felice.
Era un oggetto di tutti i giorni, in legno e ferro, usato per tirare su l'acqua. Proprio per questo esibirlo a Modena come trofeo diventava un'umiliazione simbolica per gli sconfitti, con un valore molto più grande di quello materiale.
La leggenda ribalta proprio questo: il secchio fu preso dopo la vittoria. La guerra nacque dalle rivalità politiche e territoriali tra le due città, non dal furto del secchio.
Anche la pace arrivò in fretta. Nel gennaio 1326 Bologna e Modena firmarono un accordo che restituiva ai bolognesi castelli e terreni conquistati, probabilmente in cambio di denaro, e riportava i confini a com'erano prima dello scontro.
Le tensioni, comunque, continuarono. Nel 1326, con la riscossa guelfa, le truppe pontificie tornarono in possesso di Sassuolo e di altri castelli, quindi a luglio assalirono Modena e si ritirarono soltanto trascorse alcune settimane.
Dove si trova oggi il secchio
Il trofeo di Zappolino esiste ancora. Custodita nel Camerino dei Confirmati, la secchia originale si trova nel cuore delle Sale storiche del Palazzo Comunale di Modena.
Per secoli, però, la sua casa è stata la Ghirlandina, la torre simbolo della città. Lì il secchio era sorvegliato dai torresani, le guardie comunali della torre.
Oggi nella Ghirlandina è esposta una copia, mentre l'originale resta a Palazzo Comunale. Chi passa da Modena può vedere entrambi.
Quello che era nato come sfregio ai bolognesi è diventato un pezzo dell'identità modenese. Un semplice oggetto conservato in una città italiana ha trasformato una battaglia medievale in una delle storie più curiose della memoria locale.
E Zappolino? Oggi fa parte di Valsamoggia, nel Bolognese. Dell'antico castello del XIII secolo restano pochi ruderi, dopo il terremoto del 1929.
Come Tassoni ha trasformato lo scontro in una leggenda
Alessandro Tassoni era nato a Modena nel 1565 e morì nel 1635. Da quella vecchia rivalità tirò fuori La secchia rapita, un poema eroicomico che fa la parodia dei grandi poemi epici, pubblicato nel 1621 con la data 1622 sul frontespizio.
Nella sua versione i bolognesi rivogliono il secchio e, davanti al rifiuto dei modenesi di restituirlo, dichiarano guerra. Tassoni mescola personaggi storici, episodi di epoche diverse e figure grottesche come il conte di Culagna.
Nella contesa scendono in campo perfino gli dèi dell'Olimpo: Apollo e Minerva combattono per Bologna, Venere, Marte e Bacco per Modena. Alla fine, senza un vincitore netto, le due città trattano la pace con un legato pontificio: Re Enzo resta ai bolognesi, Modena si tiene la secchia.
Il poema ha avuto una lunga vita. Ne sono nati l'opera di Antonio Salieri del 1772 e il fumetto di Pino Zac del 1972, entrambi intitolati La secchia rapita, mentre a Palazzo Pepoli c'è il grande trittico dedicato alla battaglia dal pittore Augusto Majani, detto Nasica, nel 1911.
Così la versione letteraria ha finito per oscurare quella storica, e l'idea di due eserciti in guerra per un secchio è arrivata fino a oggi. I fatti dicono altro: a Zappolino si combatté per territori e potere, e il secchio fu il bottino del vincitore.