I graffiti di Pompei hanno ancora parecchio da dire: con la fotografia computazionale gli archeologi hanno fatto riemergere 79 scritte e disegni che a occhio nudo non si vedevano più. Ci sono dichiarazioni d'amore, insulti, messaggi d'addio e perfino gladiatori in combattimento.
Pompei però è in buona compagnia. Scritte e disegni lasciati da persone comuni compaiono anche a Roma, in Egitto, in Sudan e in Guatemala, e raccontano amori, prese in giro, riti religiosi e vita di tutti i giorni.
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I 79 graffiti riemersi a Pompei
La scoperta arriva da un lungo corridoio che collegava i teatri di Pompei a Via Stabiana, una delle strade più vivaci della città. Quell'area era stata riportata alla luce per la prima volta più di 230 anni fa: alle iscrizioni già conosciute si sono aggiunti segni finora sfuggiti all'osservazione.
A renderli di nuovo visibili è stata la Reflectance Transformation Imaging (RTI), una tecnica di fotografia computazionale. In pratica gli archeologi hanno combinato scatti fatti illuminando i muri da angolazioni diverse e li hanno elaborati digitalmente, rendendo più evidenti le piccole incisioni sulla superficie.
E così tracce minime di pigmento o di incisione, ormai sbiadite, tornano a galla. E il metodo lascia intatti i muri, un dettaglio tutt'altro che secondario quando si lavora su superfici di duemila anni fa.
Quello che emerge è un archivio spontaneo della vita di chi passava di lì. Ci sono confessioni quasi intime, che sembrano appunti scritti di fretta, e saluti di chi forse stava per partire: "Addio, parto domani".
Poi c'è l'amore, raccontato con una semplicità sorprendentemente moderna. "Amo Iris più di ogni cosa", scrive qualcuno; "Ti ho aspettato, ma non sei tornata", lascia scritto qualcun altro, con il tono di un messaggio rimasto senza risposta.
Tra le immagini spiccano i disegni di gladiatori, compresa una scena di combattimento vivace e ricca di dettagli.
Il team di ricerca sta sviluppando una piattaforma 3D che metterà insieme fotogrammetria, dati RTI e metadati epigrafici, cioè le informazioni sulle iscrizioni. L'obiettivo è poter esplorare i graffiti in modo completo e interattivo.
Politica, amore e insulti: i muri come bacheca pubblica
Per i pompeiani il muro era uno spazio pubblico di espressione, una specie di bacheca a cielo aperto. Ci finivano slogan politici, parole d'amore e insulti, uno accanto all'altro.
Le frecciatine erano lo specchio di rivalità e tensioni quotidiane. Tra i graffiti riemersi nel corridoio dei teatri, per dire, c'è un lapidario "Lucius è un ladro".
C'era però una differenza netta tra scritte ufficiali e non. Le prime venivano dipinte con il pennello, in rosso o in nero; le seconde erano graffiate nei punti più diversi della città, ed è proprio da loro che si capisce meglio la vita di tutti i giorni.
Lo strumento era il graphium, uno stilo appuntito da cui deriva la parola stessa "graffito". Accanto allo stilo si usava anche il carbone.
Ai graffiti d'amore di Pompei antica l'archeologo Francesco Maulucci ha dedicato una pubblicazione, uscita in Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda e Germania.
Su una colonna della città compare anche una delle scritte più enigmatiche dell'antichità: "Sator arepo tenet opera rotas", un palindromo latino che si legge uguale nei due sensi. La traduzione è incerta, e una delle ipotesi è "il contadino Arepo guida con abilità le ruote".
Per molto tempo è stato considerato un messaggio in codice cristiano. Poi il ritrovamento di diversi quadrati simili, due dei quali proprio a Pompei, ha messo in discussione la teoria: quelli di Pompei sono per forza precedenti all’eruzione del 79, quando il cristianesimo era appena agli inizi e difficilmente poteva aver già creato un simbolo così elaborato.
Nel Medioevo quelle cinque parole finivano sugli amuleti, e in tempi recenti hanno ispirato la trama di Tenet, il film di Christopher Nolan del 2020. Il significato vero, però, resta un mistero.
Scherzi, recensioni e dispute religiose a colpi di scritte
Sui muri antichi si scherzava, si giudicava e ci si rispondeva, come in un thread senza fine. Un esempio arriva da Roma, da un ambiente annesso al palazzo imperiale del Palatino, dove qualcuno ha disegnato un uomo che prega una figura umana con la testa d'asino e le braccia aperte a croce.
Accanto, in greco, una specie di didascalia: "Alexamenos adora il suo dio". Scoperta nel 1857 e datata fra il I e il III secolo, è probabilmente una delle più antiche rappresentazioni di una crocifissione.
Potrebbe trattarsi di una presa in giro rivolta a un cristiano: nei primi secoli l'asino veniva usato spesso per deridere prima gli ebrei, poi i cristiani. Nella stanza accanto, però, qualcuno ha replicato: "Alexamenos è fedele".
In Egitto, invece, i graffiti sembrano recensioni ante litteram. Molti siti sono coperti da annotazioni in greco con più di 2.000 anni, lasciate da viaggiatori greci e romani.
Nella tomba di Ramses VI, nella Valle dei Re, un visitatore ha lasciato il suo verdetto senza troppi giri di parole: "non mi è piaciuto nulla tranne il sarcofago". Un altro si lamentava di non riuscire a leggere i geroglifici.
Un terzo gli ha risposto subito sotto, con una punta di sarcasmo: "Perché ti preoccupi di non poterli leggere? Non capisco la tua inquietudine!". Praticamente una sezione commenti scolpita nella pietra.
C'era anche chi puntava più in alto, letteralmente. Ad Abu Simbel un soldato greco ha inciso sulla gamba di una statua colossale di Ramses II, all'ingresso del tempio, il resoconto della spedizione del faraone Psammetico II, che risalì il Nilo fino in Nubia: era il 591 avanti Cristo.
Da El-Kourrou a Tikal: riti e vita quotidiana sui muri
In certi luoghi tracciare un segno sul muro era un gesto di fede. Nella necropoli reale di El-Kourrou, in Sudan, sono emersi quasi 1.000 disegni votivi, lasciati dai pellegrini del regno di Kush tra il 300 avanti Cristo e il 300 dopo Cristo.
I soggetti raccontano il loro mondo religioso: arieti, simbolo del dio Amon, barche, arcieri e impronte di piedi. Alcuni fedeli scavavano anche piccoli buchi nella roccia per raccoglierne la polvere, che veniva ingerita perché ritenuta capace di alleviare i malanni.
Dall'altra parte del mondo, a Tikal, in Guatemala, i muri dei palazzi di questo grande sito maya sono pieni di motivi scolpiti, incisi o dipinti. Ci sono guerrieri, animali, danzatori e scene di vita quotidiana, realizzati tra il 200 e il 900 dopo Cristo.
Spesso i tratti sono incerti, quasi goffi. Gli autori erano persone comuni, forse perfino bambini, e non gli artigiani ufficiali della città.
E poi c'è chi voleva semplicemente firmare, come una specie di "tag" contemporanea. Nella basilica di Santa Sofia, a Istanbul, visitatori scandinavi, forse soldati al servizio dell'imperatore bizantino, hanno inciso nel marmo iscrizioni runiche di datazione incerta: in una si legge il nome "Halvdan", ma il resto è indecifrabile.
Le firme sui muri e le scritte nei luoghi di passaggio, in altre parole, sono un'abitudine antichissima. Ocra, carbone, stilo o bombolette spray: cambiano i materiali, il bisogno di lasciare traccia del proprio passaggio resta lo stesso.