
Venti talenti era il prezzo che i pirati avevano fissato per liberare il giovane romano appena catturato. Lui, per tutta risposta, scoppiò a ridere: troppo pochi, disse, per uno del suo calibro E si offrì di pagarne cinquanta, più del doppio. Il prigioniero si chiamava Gaio Giulio Cesare, aveva circa venticinque anni, e nessuno, tranne lui, sapeva ancora chi sarebbe diventato. La sua storia, raccontata da Plutarco e Svetonio, è una piccola lezione su quanto conti sapere quanto si vale.
Venti talenti? Troppo pochi
Siamo intorno al 75 a.C. Vicino all'isoletta di Farmacussa, nell'Egeo, la nave del giovane Cesare viene intercettata dai pirati della Cilicia, che in quegli anni infestavano il Mediterraneo orientale. Secondo Svetonio, Cesare stava andando a Rodi per studiare oratoria con un retore celebre, Apollonio Molone; secondo Plutarco, invece, tornava da un soggiorno alla corte del re di Bitinia. Ma la destinazione non è il fulcro dell'aneddoto.
I pirati fissano il riscatto: venti talenti, una somma enorme. Secondo Plutarco, Cesare si mette a ridere. Quei rapitori, dice, non hanno idea di chi hanno catturato. E si impegna a pagarne cinquanta.
Poi manda i suoi compagni nelle città vicine a raccogliere il denaro e resta con i pirati quasi da solo: con lui rimangono soltanto un amico, che secondo Svetonio era il suo medico, e due servitori.
Trentotto giorni da padrone
Quello che succede nelle settimane successive ha del surreale. Cesare si comporta in ogni modo tranne che da ostaggio. Quando vuole dormire, manda a dire ai pirati di fare silenzio. Partecipa ai loro giochi e ai loro esercizi, scrive poesie e discorsi e glieli legge ad alta voce; se non applaudono abbastanza, li chiama barbari ignoranti. E più di una volta, ridendo, promette che appena libero li farà crocifiggere tutti.
I pirati ridono con lui, convinti che sia una battuta. Per trentotto giorni, racconta Plutarco, Cesare li tratta come se fossero le sue guardie del corpo, più che i suoi carcerieri.
La promessa mantenuta
Pagato il riscatto, Cesare torna libero. Arma in fretta alcune navi nel porto di Mileto, torna sull'isola, sorprende i pirati ancora all'ancora e li cattura quasi tutti. Il governatore della provincia, interessato al loro bottino, prende tempo. Cesare allora va a Pergamo, li fa prelevare dalla prigione e li fa crocifiggere, come aveva promesso. Svetonio aggiunge un dettaglio che, per la mentalità dell'epoca, passava per clemenza: prima della croce, li fece sgozzare.
La lezione: sapere quanto si vale, senza diventare Cesare
Al netto della crudeltà, figlia del suo tempo, e degli eccessi della leggenda (e della mitomania del personaggio, diciamolo), la storia contiene un'intuizione che vale ancora. Cesare rifiuta il prezzo fissato da altri e decide lui quanto vale. E lo fa dalla posizione peggiore possibile: prigioniero, disarmato, lontano da casa.
È lo stesso meccanismo che entra in gioco in un colloquio di lavoro o in una trattativa sullo stipendio. Chi si presenta chiedendo poco, per paura di sembrare presuntuoso, finisce spesso per essere valutato proprio per quel poco. Chi ha chiaro il proprio valore, e sa spiegarlo, sposta il punto di partenza della discussione.
C'è però un confine sottile, e Cesare lo ha attraversato più di una volta nella sua vita: quello tra autostima e arroganza. La prima consiste nel sapere quanto si vale; la seconda nel pretendere che gli altri lo riconoscano a ogni costo. Del resto, quell'uomo che rideva in faccia ai pirati finì pugnalato in Senato.