Le favole di Esopo si imparano da bambini, con la morale da ricopiare in fondo al quaderno. Poi si cresce, e un giorno ci si accorge che la volpe che disprezza l'uva somiglia parecchio a un collega, o a sé stessi.
Di Esopo si sa pochissimo: la tradizione lo descrive come uno schiavo greco vissuto nel VI secolo a.C., e non è nemmeno certo che sia esistito davvero. Le storie che portano il suo nome, però, hanno attraversato duemilacinquecento anni senza perdere un colpo. Eccone cinque, rilette con gli occhi di un adulto.
Indice
La volpe e l'uva: l'arte di farsi passare la voglia
Una volpe affamata vede dei grappoli d'uva appesi in alto, su un pergolato. Salta, ritenta, salta ancora. Niente da fare. Alla fine se ne va dicendo che tanto quell'uva era acerba.
Da adulti la scena è fin troppo familiare. Il posto di lavoro che non è arrivato perché "tanto non mi interessava", la persona che ha detto di no perché "tanto non era il mio tipo". Gli psicologi lo chiamano riduzione della dissonanza: quando un desiderio resta insoddisfatto, è più comodo convincersi di non averlo mai avuto. È una piccola bugia che protegge l'autostima, e in dosi moderate fa anche bene. Il problema arriva quando diventa un'abitudine, e la volpe smette di saltare del tutto.
La cicala e la formica: da che parte stare
Tutta l'estate la cicala canta, mentre la formica fa avanti e indietro trascinando chicchi di grano nella tana. Arriva l'inverno, la cicala ha fame e bussa alla porta della vicina. La risposta è gelida: hai cantato d'estate? Adesso balla.
Da bambini la morale sembra scontata: bisogna essere previdenti. Da adulti la faccenda si complica. La formica ha ragione, certo, perché chi non mette da parte niente prima o poi si trova in difficoltà. Però è anche avara, rigida, incapace di un minimo di solidarietà. E la cicala, che passa per scansafatiche, è l'unica che in tutta la storia porta un po' di bellezza.
Non a caso, molti secoli dopo, Gianni Rodari scrisse una poesia per chiedere scusa alla favola: lui stava dalla parte della cicala, che il suo canto lo regalava. Forse la lezione più adulta è che servono tutte e due: la formica per arrivare a fine inverno, la cicala per avere un motivo per farlo.
La lepre e la tartaruga: il talento da solo non basta
La lepre prende in giro la tartaruga per la sua lentezza, e la tartaruga la sfida a una gara. La lepre parte, si volta, vede l'avversaria lontanissima e decide di schiacciare un pisolino. Quando si sveglia, la tartaruga ha già tagliato il traguardo.
La favola viene spesso letta come un elogio della lentezza, ma è una lettura un po' sbrigativa. La tartaruga vince perché non si ferma mai. La lepre perde perché è convinta di aver già vinto. È la storia del compagno di classe brillante che non apriva mai un libro, e di quello meno dotato che studiava ogni giorno un'ora. Dopo vent'anni, spesso, a fare carriera è il secondo.
Al lupo, al lupo: la fiducia si spende una volta sola
Un giovane pastore si annoia e, per divertirsi, grida che il lupo sta attaccando il gregge. Gli abitanti del villaggio accorrono e lui ride. Ci riprova, e ci cascano di nuovo. Poi il lupo arriva davvero: il ragazzo grida, ma stavolta non si muove nessuno.
La morale ufficiale riguarda le bugie. Quella che si capisce da grandi riguarda la credibilità, che si costruisce in anni e si brucia in un pomeriggio. Vale per chi annuncia un'emergenza al giorno, per chi esagera ogni problema, per le notizie gonfiate che circolano in rete. Quando tutto è un allarme, prima o poi nessuno ascolta più, nemmeno quando è vero.
Il lupo e l'agnello: quando il più forte cerca una scusa
È la favola più crudele delle cinque, e in Italia molti la ricordano nella versione latina di Fedro, studiata a scuola. Un lupo e un agnello bevono allo stesso ruscello. Il lupo accusa l'agnello di sporcargli l'acqua, ma l'agnello sta più a valle: impossibile. Allora lo accusa di averlo insultato sei mesi prima, ma l'agnello all'epoca non era ancora nato. "Allora è stato tuo padre", conclude il lupo. E se lo mangia.
Il lupo aveva deciso tutto fin dall'inizio, le accuse erano solo una formalità. È il meccanismo di ogni prepotenza, dal capo che cerca un pretesto per liberarsi di un dipendente fino ai governi che si inventano un nemico. Molti secoli dopo, La Fontaine lo riassunse in un verso diventato proverbiale: la ragione del più forte è sempre la migliore.
Forse è per questo che le favole di Esopo resistono così bene. Gli animali sono solo un travestimento, e sotto ogni pelliccia, prima o poi, si riconosce qualcuno che si conosce.