Tutti l'hanno sentita almeno una volta, spesso in una versione un po' storpiata: "del doman non v'è certezza". È uno dei versi più citati della letteratura italiana, e a scriverlo, intorno al 1490, fu l'uomo più potente di Firenze, Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico. Lo pensò per una canzone di Carnevale, da cantare per strada tra maschere e carri allegorici. Sembra un invito a far festa. Letto con attenzione, però, è una lezione per chi rimanda sempre la felicità a domani.
Chi era Lorenzo il Magnifico
Lorenzo de' Medici nasce a Firenze nel 1449, in una famiglia di banchieri che da decenni controlla la vita politica della città. A vent'anni ne diventa, di fatto, il signore. Non ha il titolo di principe, ma decide le alleanze, tiene in equilibrio gli Stati italiani e trasforma Firenze nella capitale culturale del Rinascimento. Alla sua corte passano Botticelli, il giovane Michelangelo, poeti e filosofi come Poliziano e Pico della Mirandola.
È anche un poeta, e non per passatempo. Scrive sonetti, poemetti, canzoni d'amore e canti da festa.
Ma la sua vita ha conosciuto da vicino quanto il domani possa essere incerto. Nel 1478, durante la messa nel duomo di Firenze, un gruppo di congiurati legati alla famiglia rivale dei Pazzi aggredisce lui e il fratello Giuliano. Lorenzo si salva per poco, ferito e rifugiato in sagrestia. Giuliano viene ucciso, a ventiquattro anni.
Una canzone per il Carnevale di Firenze
Nella Firenze del Quattrocento il Carnevale era una festa enorme. Per le strade sfilavano i "trionfi", carri allegorici accompagnati da gruppi in maschera che cantavano canzoni scritte apposta, i canti carnascialeschi. Lorenzo ne compose diversi, e il più famoso è il Trionfo di Bacco e Arianna, scritto con ogni probabilità per il Carnevale del 1490.
Il carro racconta un mito greco. Arianna, la principessa abbandonata dall'eroe Teseo su un'isola, viene trovata e sposata da Bacco, il dio del vino e della festa. Dietro di loro sfila un corteo di ninfe, satiri e altri personaggi mitologici. E la canzone si apre con quattro versi che sono rimasti nella memoria di tutti: "Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza".
La giovinezza è bellissima, ma scappa via di continuo. Chi vuole essere felice lo sia adesso, perché del domani non si può essere sicuri. Gli ultimi due versi tornano come un ritornello alla fine di ogni strofa, ed è anche per questo che si sono fissati così bene nella memoria.
Il verso che quasi tutti citano sbagliato
Nei secoli il verso ha preso una forma leggermente diversa. La versione che circola di più, nei discorsi, sui social e perfino nelle frasi da tatuaggio, è "del doman non v'è certezza". Suona più solenne, quasi da proverbio antico. Ma Lorenzo aveva scritto "di doman non c'è certezza", con un tono più semplice e immediato, da canzone popolare.
Non è un dettaglio da pignoli. La versione originale era pensata per essere cantata in strada da tutti, non per essere incisa su una lapide. E forse proprio quella leggerezza, che la versione storpiata ha un po' perso, è la parte più preziosa del suo messaggio.
Mida, l'uomo che aveva tutto e non sapeva goderselo
Per capire che cosa intendesse davvero Lorenzo, vale la pena guardare chi sfila nel corteo. A un certo punto passa Sileno, il vecchio maestro di Bacco, in groppa a un asino: è anziano, ubriaco e contento. Subito dopo arriva il re Mida, quello del mito, che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Lorenzo gli dedica quattro versi taglienti: "Mida vien drieto a costoro: ciò che tocca oro diventa. E che giova aver tesoro, s'altri poi non si contenta?"
A che cosa serve possedere un tesoro, se poi non si riesce a essere contenti? È una domanda curiosa, in bocca all'erede della più celebre famiglia di banchieri d'Europa. Ed è il vero cuore della canzone. Il vecchio Sileno, che non ha niente, è felice. Mida, che ha tutto, non sa godersi nulla.
È qui che il verso parla a chi rimanda la felicità. Accumulare in vista di un domani migliore è il modo più sicuro per non vivere mai il presente: aspettare di avere abbastanza soldi, abbastanza tempo, il momento giusto. Mida è il ritratto di chi passa la vita a preparare una felicità che non arriva mai.
Una festa con un fondo di malinconia
Sarebbe facile leggere la canzone come un invito a divertirsi senza pensieri. In realtà sotto l'allegria c'è un'ombra. "Che si fugge tuttavia" significa che la giovinezza scappa via in continuazione, proprio mentre la si vive. È un'idea antica: già il poeta latino Orazio invitava a cogliere l'attimo, il celebre carpe diem, fidandosi il meno possibile del domani.
Quando scrive il Trionfo di Bacco e Arianna, Lorenzo ha poco più di quarant'anni ed è malato da tempo di gotta, la stessa malattia che aveva tormentato suo padre. Morirà nel 1492, ad appena 43 anni. Due anni dopo la sua famiglia verrà cacciata da Firenze. Il domani, per lui e per i suoi, si rivelò davvero incerto.
Forse per questo, nell'ultima strofa, accanto all'invito a cantare e ballare, compare un verso quasi rassegnato: "Ciò c'ha a esser, convien sia", cioè quello che deve succedere succederà. È la chiave per leggere tutta la canzone. Il futuro non si controlla, e proprio per questo non ha senso sacrificargli ogni gioia del presente.
La lezione di Lorenzo, insomma, non è "pensa solo a divertirti". È qualcosa di più sottile e più attuale: la felicità rimandata a domani rischia di restare per sempre una promessa. Mezzo millennio dopo, è un ritornello che vale ancora la pena di cantare.